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Salvador Dalì Archivi - Linda Bajàre

Arte oltre i musei

Parte I

 

Non bisogna necessariamente andare nei musei per vivere l’emozione trasmessa dall’arte perché si fonde nella nostra quotidianità.

È in nostra compagnia tutti i giorni e la possiamo ritrovare negli abiti che indossiamo, negli oggetti di design che arredano le nostre case, sulle copertine dei nostri album musicali e nelle architetture avveniristiche delle nostre città.

Crollati i confini tra i diversi ambiti, le reciproche contaminazioni sono in continuo sviluppo: l’arte offre un contributo straordinario in quasi tutte le discipline, ispirando svariate personalità come architetti, designers, stilisti, grafici e pubblicitari.

Attingere dall’arte passata o contemporanea contribuisce alla nascita di creazioni uniche e originali, basti pensare ai traguardi raggiunti dal design: l’equilibrio tra funzionalità e bellezza lo avvicina e lo equipara sempre più spesso all’arte contemporanea.

I moderni edifici, prima ancora di rispondere a esigenze funzionali, definiscono un’immagine ben precisa avvicinandosi sempre di più al linguaggio peculiare dell’arte in un dialogo tra le due discipline sempre più complementare, in totale compenetrazione.

Nei musei di nuova generazione lo spazio che separa l’architettura dall’opera d’arte (il contenitore dal contenuto) è ormai annullato ed è emblematico di questo radicale cambiamento il Guggenheim di Bilbao progettato da Frank Gehry, opera d’arte a tutti gli effetti e attrazione turistica diventata il simbolo della città.

Le forme morbide del museo sono un perfetto esempio di decostruttivismo, corrente architettonica che si ispira alle opere dei costruttivisti russi degli anni ’20, che per primi infransero l’equilibrio della composizione classica per creare nuove geometrie.

Museo Guggenheim, Bilbao, Spagna

 

L’arte esce dalla tradizione per assecondare le nuove modalità di apprendimento via internet ed è possibile visitare musei, monumenti e siti archeologici di tutto il mondo gratuitamente e senza muoversi da casa.

L’esigenza di vivere un’esperienza culturale a 360° si traduce anche nella creazione di tour virtuali in molte città d’arte, il più recente promosso a Milano in occasione del 500enario della morte di Leonardo da Vinci.

Profili e forme tipiche dell’arte non hanno contagiato solo l’architettura e il design ma – come dicevamo – anche la moda dando vita a percorsi e scambi creativi unici e originali.

Basta osservare le passerelle di questi ultimi anni, ricche di omaggi e riferimenti all’arte non solo negli abiti ma anche nelle scenografie, spesso più vicine alla performance artistica che alla presentazione di collezioni stagionali.

L’effetto “museo” ha accompagnato spesso le sfilate degli stilisti olandesi Viktor & Rolf, dall’omaggio a Vincent Van Gogh del 2014 agli abiti che richiamavano l’action painting dell’anno successivo, ma la più sorprendente è stata la collezione dedicata a Picasso del 2016, quando hanno letteralmente trasformato le modelle in sculture viventi in un look monocromo asimmetrico tipico delle opere cubiste.

Immagini della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione P/E 2015

 

Immagine della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione A/I 2015-2016

 

Immagine della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione P/E 2016

 

Picasso stesso ha dato il suo contributo al mondo della moda creando un bottone per Coco Chanel e disegnando abiti teatrali per i Balletti Russi di Diaghilev – occasione in cui ha conosciuto la futura moglie e musa Olga Chochlova.

Pablo Picasso, bottone disegnato per Coco Chanel, 1920

Ceramica e smalto

 

Pablo Picasso, Sipario per il balletto “Parade” di Massine, 1917

Tempera su tela, 1050 x 1640 cm

Centre Pompidou, Parigi, Francia

 

Pablo Picasso, costume per il Prestigiatore Cinese per il balletto “Parade” di Massine, 1917

Victoria and Albert Museum, Department of Theatre and Performance, Londra

 

Moschino ha invece scelto di dare vita alle opere più famose del pittore spagnolo – dal periodo rosa a quello blu fino alle astrazioni cubiste – in una sfilata P/E 2020 a dir poco strepitosa.

Le modelle di Jeremy Scott – tra spalline giganti, cornici dorate e profili di donna scomposti – erano perfette opere d’arte viventi, personificazioni dei quadri del grande maestro.

Immagini della sfilata di Moschino, Collezione P/E 2020

 

La scelta di omaggiare e di ispirarsi all’arte non riguarda solo l’attualità: già in passato grandi stilisti hanno ripreso artisti e opere famose, come nel caso di Yves Saint Laurent con il “Mondrian Look” del ‘66, collezione che riprende i disegni geometrici del pittore olandese che ha fatto storia.

Yves Saint Laurent, “Mondrian Look”, 1966

 

Una trentina di anni più tardi è Gianni Versace a omaggiare Andy Warhol con un grande tributo in occasione della collezione P/E del 1991, proponendo le celebri serigrafie di Marylin Monroe e altre icone pop stampate su abiti di seta policroma.

Gianni Versace, Collezione P/E 1991

 

Sempre Warhol – dal ’62 al ’66 – ha creato a sua volta una serie di abiti ispirati alle proprie opere: “Fragile, handle with care” e “Campbell’s Soup Can” comunicano la forte critica nei confronti della società tipica della produzione dell’artista, il quale riesce a trasformare anche l’abito femminile in un’icona consumistica. Perfettamente nel suo stile, l’arte diventa merce e gli abiti diventano arte.

Andy Warhol, “Souper Dress”, “Brillo” e “Fragile, handle with care”, 1962-66

Abiti in carta, cellulosa e cotone

 

Il legame tra arte e moda si consolida sempre di più, rappresentato da frequenti partnership e collaborazioni tra maison e artisti contemporanei impegnati nella creazione di singoli pezzi o di capsule collection: oggi le opere d’arte si vedono sulle copertine di Vogue, nei video di rapper come Jay Z, sulle scarpe da ginnastica Nike o sulle borse di Louis Vuitton.

Proprio la casa di moda del gruppo LVMH di Bernard Arnault – che come vedremo è fortemente impegnato nel promuovere e sostenere l’arte – grazie al direttore creativo Marc Jacobs ha avviato alla fine degli anni ’90 una serie di collaborazioni con diversi artisti tra cui Cindy Sherman, Yayoi Kusama, Takashi Murakami e Richard Prince.

Le borse Monogram sono diventate alcuni degli accessori di moda più iconici e venduti del decennio, vere opere d’arte da indossare tanto che nella sede di Beverly Hills si è appena conclusa l’esposizione “Artistic collaborations exhibition” che ha celebrato i 180 modelli più affascinanti di sempre della Maison.

Collezionista a sua volta, Marc Jacobs ha di recente deciso di vendere parte della sua collezione da Sotheby’s in occasione delle aste newyorkesi di questo novembre: oltre 150 opere raccolte nell’arco di 20 anni, dai maestri impressionisti a Andy Warhol passando per Ed Ruscha, il pezzo forte della collezione.

 

Yayoi Kusama, borsa Monogram per Louis Vuitton, “Infinitely Collection”, 2012

 

Richard Prince, borsa “Monogram Jokes” per Louis Vuitton, Collezione P/E 2008

 

Alex Israel, borsa “ArtyCapucines” per Louis Vuitton, 2019

 

Rimanendo in Francia, la maison Celine si è spesso distinta per collezioni mutuate dal mondo dell’arte come la linea P/E 2017 ispirata alle famose performance antropometriche di Yves Klein.

Le silhouette dei corpi delle modelle sono impresse su abiti bianchi come tele in una tonalità che riprende l’International Klein Blue brevettato dall’artista francese.

Oltre a questo illustre omaggio, la casa di moda ha spesso collaborato con artisti contemporanei e l’ultimo in ordine di tempo è Christian Marclay per la collezione P/E 2019, artista che si è ispirato al mondo della musica e dei fumetti per una collezione che strizza l’occhio al rock.

A sinistra: Yves Klein durante una performance; a destra: Celine, Collezione P/E 2017

 

Christian Marclay per Celine, Collezione P/E 2019

 

Dior – a sua volta molto attiva nel campo dell’arte – ha annunciato di recente la collaborazione con 11 artiste donne per la 3ª edizione di Dior Lady Art, una collezione che lascia carta bianca alla reinterpretazione della borsa iconica.

È di quest’anno anche la capsule Dior Men firmata Kaws, che ha ridisegnato lo storico logo a forma di ape trasformandolo in uno spiritoso cartoon sullo stile dei personaggi che popolano le sue opere.

Non nuovo alle sperimentazioni anche fuori dall’ambito strettamente artistico, Kaws aveva già collaborato con Nike – Keith Haring è l’illustre precedente con le sneakers per Reebook e altri marchi – con Kenye West disegnando la cover dell’album “808s & Heartbreak” e persino nella grafica del profumo “Love for fairer sex” di Comme Des Garçon in collaborazione con il musicista Pharrell Williams.

Musica e arte si sono spesso intrecciate nel corso degli anni e – insieme a molte altre – rimarranno nella storia la banana di Andy Warhol sulla copertina del primo album dei Velvet Underground (uscito nel 1967), il “The best of” dei Blur disegnato da Julian Opie nel 2000 seguito nel 2003 da “Think Tank” illustrato dai graffiti di Banksy.

A dimostrazione che le contaminazioni tra i diversi ambiti sono sempre più profonde e complesse.

 

Keith Haring, sneakers per Adidas

 

Album “The Velvet Underground and Nico”, 1967

 

Anche per Marni il dialogo tra arte e moda rappresenta una continua fonte di ispirazione. Sally Smart, Ruth Van Beek e David Salle, Stefano Favaro e Christophe Joubert sono alcuni dei nomi legati alla casa italiana che di recente ha acceso i riflettori sul tema della sostenibilità e dell’ambiente, chiave di lettura ben visibile nella scenografia dell’ultima sfilata e nelle creazioni degli artisti Shalva Nikvashvili e Kazuma Nagai per la P/E 2020.

 

Anche Moncler ha scelto di sensibilizzare il proprio pubblico verso tematiche ecologiste e con un testimonial d’eccezione: l’artista cinese Liu Bolin, che è conosciuto come “l’uomo invisibile” per gli autoritratti fotografici nei quali si mimetizza perfettamente con l’ambiente circostante grazie a un body painting preciso al minimo dettaglio.

Fotografato da Annie Leibovitz per la collezione A/I 2018, Bolin scompare nel paesaggio magico e incontaminato islandese, immerso tra i ghiacci. La splendida idea di unire due talenti contemporanei è nata nel 2017 in occasione della campagna Moncler P/E ambientata a New York.

Non è la prima collaborazione dell’artista cinese per un marchio di moda: nel 2012 è diventato invisibile per la rivista Harper’s Bazaar collaborando con Lanvin, Jean Paul Gautier, Missoni e Valentino e nel 2015 per Guerlain. Nel 2017 in occasione delle sfilate newyorkesi ha anche debuttato come stilista creando una collezione di 24 pezzi per la P/E 2018, ispirata alla sua serie “Hiding in New York” del 2011.

Liu Bolin per Moncler, collezione A/I 2018

 

A volte le collaborazioni nascono anche grazie ad amicizie personali, come nel caso di Riccardo Tisci e Marina Abramovic che l’11 settembre 2015 ha ideato la scenografia della sfilata per festeggiare i 10 anni da direttore creativo di Givenchy. L’ambientazione asciutta tra i grattacieli di New York creata con materiali di recupero era metafora della ricostruzione sulle macerie, in omaggio a una data così simbolica.

Marina Abramovic, passerella ideata per Givenchy, Collezione P/E 2016, New York, 2015

 

Quando arte e vita si intrecciano nascono esperienze uniche destinate a fare storia, oggi come ieri: negli anni ‘30 Elsa Schiaparelli traspone la poetica surrealista su abiti e accessori grazie all’amicizia personale con artisti del calibro di Salvador Dalì, Man Ray e Jean Cocteau.

Da queste collaborazioni sono nati pezzi iconici come il cappotto con tasche a forma di cassetto disegnato da Dalì che si ispira proprio all’opera “Venere di Milo con cassetti” del 1936, la famosa stampa aragosta ricamata, l’abito scheletro o il cappello a forma di scarpa rovesciata (1933).

Salvador Dalì, Vestito “Skeleton”, 1938

Altre creazioni di Salvador Dalì per Elsa Schiaparelli

 

Un altro esempio odierno attuale è il legame tra l’artista veneto Nico Vascellari – compagno di Delfina Fendi – e la collaborazione con la casa di moda italiana, per la quale quest’anno ha giocato con il dualismo bene-male / luce-oscurità, ideando una passerella trasformata in una sorta di caverna.

Sono molte le collaborazioni intrecciate dalla casa di moda nel corso degli anni con svariati artisti come Hey Reilly.

Nel 2018 Fendi aveva sponsorizzato l’installazione “Revenge” di Vascellari al Maxxi di Roma, rafforzando così il legame con la capitale e con il mondo dell’arte, incrementato nel 2015 dal restauro della Fontana di Trevi e dall’apertura nel 2018 di Rhinoceros, sede definitiva della Fondazione Alda Fendi in un edificio storico ristrutturato da Jean Nouvel.

Il grande palazzo dell’arte unisce conservazione e innovazione offrendo un laboratorio culturale all’avanguardia in un quartiere che fino a oggi non aveva sfruttato a pieno le sue potenzialità.

Come vedremo in seguito, uno dei tanti benefici apportati dalle fondazioni è l’aver avviato processi di riqualificazione urbana: mentre a Milano Prada ha riabilitato un intero quartiere – sulla sua scia hanno aperto l’ICA e numerose attività commerciali – a Roma la Fondazione Alda Fendi ha acceso i riflettori su uno dei tanti luoghi dimenticati dalle istituzioni.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

Avete il senso dell’umorismo?

 

-Parte I-

Il senso dell’umorismo è segno di intelligenza. È l’arte di coloro che modellano ciò che vedono con un’elegante satira per farci riflettere su concetti profondi e tematiche esistenziali, proponendoci una realtà originale e meno rigida.
Utilizzare il senso dell’umorismo in modo sofisticato e creativo è di sicuro un’arte e il connubio tra arte e umorismo rende la nostra vita più divertente e piacevole.

Tutto è cominciato con Marcel Duchamp e Piero Manzoni, illustri precursori di pensiero ironico e idee rivoluzionarie che sono stati di ispirazione per le generazioni successive di artisti contemporanei.

Iniziatore del Dadaismo, figura di spicco del Surrealismo e precursore dell’Arte Concettuale, Marcel Duchamp (Francia 1887 – 1968) ha sfidato le convenzioni sociali e cambiato il concetto di arte elevando oggetti di uso comune a vere e proprie opere. Le sue irriverenti provocazioni hanno influenzato l’arte d’avanguardia e anticipato molti movimenti artistici del secondo dopoguerra.
“Roue de bicyclette”, il primo ready made, risale al 1913 e il suo destino è quello di cambiare per sempre il corso della storia dell’arte. La decontestualizzazione di elementi comuni provoca un effetto di straniamento e uno stravolgimento concettuale: la ruota della bicicletta ha perso la sua funzione e lo sgabello su cui è posta è inutilizzabile.
Il più celebre intervento resterà “Fountain” (1917) orinatoio maschile con tanto di firma d’artista, opera scandalosa che all’epoca aveva suscitato grande scalpore e che ha insito nel titolo tutta l’ironia di un genio del secolo scorso.

 

Marcel Duchamp, “Fountain”, 1917 Orinatoio maschile

Marcel Duchamp, “Fountain”, 1917
Orinatoio maschile

 

In quanto a provocazioni, dopo il famoso orinatoio c’è “Merda d’artista” (1961) di Piero Manzoni (Soncino 1933 – Milano 1963) che è il più classico esempio di scandalo artistico, un’opera che aveva addirittura provocato un’interrogazione parlamentare.
Oltre alla pura coincidenza “tematica”, le due opere citate sono un grido di protesta, sintomo di una forte reazione contro le regole e il sistema imperante dell’epoca.
L’arte, che fino ad allora era stata sì portatrice di significati ma principalmente decorativa e con una spiccata funzione estetica, ora non si preoccupa più di appagare la vista ma di veicolare concetti e idee, anche di contestazione.
Manzoni ridefinisce i confini stessi dell’opera d’arte con una libertà creativa assolutamente innovativa per l’epoca, affermandosi come uno dei protagonisti dell’avanguardia internazionale e come uno dei precursori dell’Arte Concettuale. Fa parte del movimento informale dei nucleari dal 1957 al 1959 e fonda la rivista Azimuth con Enrico Castellani (1959-60), con cui apre anche la galleria Azimut a Milano.
In “Merda d’artista”, oltre all’ironia dell’etichetta che riprende la dicitura di un qualsiasi cibo in scatola, la provocazione concettuale prosegue nel prezzo dato all’opera, equivalente a quello dell’oro al grammo: in questo modo Manzoni associa due materiali totalmente in antitesi tra loro ma entrambi carichi di significati.
La polemica si riferisce anche al mercato dell’arte e al valore estetico arbitrario conferito a ciò che viene ritenuto un’opera d’arte e affronta inoltre la questione tra contenuto e forma.
Come per quest’opera, altri suoi lavori presuppongono l’occultamento dell’opera d’arte, come nel caso delle “Linee”, realizzate tra il 1959 e il 1961 che consistono in una linea tracciata su un foglio di carta e la loro esistenza e lunghezza è certificata solamente dall’etichetta esterna del cilindro che le contiene.
Sempre connotata da una forte ironia e presa di posizione, la sua produzione ha abbracciato molteplici forme d’arte: si è confrontato con l’happening e la performance quando ha marchiato con le proprie impronte digitali uova sode da offrire agli spettatori in “Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte”.
Ha autografato i corpi delle modelle – “Sculture viventi” (1961) – munite di regolare certificato e bolla di accompagnamento, anticipando la body art e ha inoltre creato la scultura più grande del mondo – primato di fatto imbattibile – collocando una sorta di base / piedistallo con una scritta al contrario che recita: “Socle du monde” (1961).
Oggi gli “Achrome”, serie iniziata nel 1957, sono di fatto le sue opere più quotate. Con i suoi monocromi Manzoni supera la pittura e limita il suo intervento personale: la tela imbevuta di caolino viene lasciata asciugare lasciando che il materiale si modifichi da solo nel corso del tempo.
La portata rivoluzionaria di un genio scomparso precocemente oggi è facile da intuire, ma negli anni ‘50 e ‘60 era forse troppo in anticipo sui tempi per ricevere il riconoscimento che gli era dovuto.
Hauser & Wirth gli ha dedicato una retrospettiva – “Piero Manzoni: Lines” – in corso fino al 26 luglio nella sede di New York dove sono in mostra 70 “Achrome” e 12 “Linee”.

 

Piero Manzoni, “Merda d’artista”, 1961 Scatoletta di lattina, carta stampata, feci umane o gesso?

Piero Manzoni, “Merda d’artista”, 1961
Scatola di latta, carta stampata

 

Altrettanto provocatorio e dotato di sense of humor Salvador Dalì (Spagna 1904 – 1989), il più grande esponente del Surrealismo, celebre anche per la personalità eccentrica e bizzarra che si è riversata in opere oniriche popolate da animali e oggetti deformati e inquietanti, frutto del subconscio dell’artista.
Le sue prime opere subiscono l’influenza del cubismo, del futurismo e delle opere di De Chirico, alle quali aggiungerà forti richiami alla psicanalisi freudiana. Eclettico e geniale, Dalì si è espresso in svariati ambiti, tra cui il cinema, la fotografia e la scultura.
“La persistenza della memoria” (1931) è l’opera surrealista per antonomasia che con la presenza dei celebri orologi molli indaga e mette in discussione la pretesa di misurare il tempo in modo oggettivo e assoluto.
Con il regista Luis Buñuel dà vita a cortometraggi stranianti e all’avanguardia come “Un chien andalou” (1927), prima di una serie di collaborazioni cinematografiche e teatrali d’eccellenza: collaborerà infatti anche con Alfred Hitchock, Luchino Visconti e Walt Disney.
Il suo stile anticonvenzionale, la sua passione per il lusso e l’eccesso lo hanno reso una celebrità universale, tra feste indimenticabili e felini selvatici tenuti come animali domestici.
La sua stravaganza è stata spesso immortalata da Man Ray ma la leggerezza e l’ironia del genio spagnolo sono riassunti in una fotografia scattata da Philippe Halsman nel 1948: “Dalì Atomicus” – titolo che fa riferimento all’esplosione nucleare di Hiroshima e Nagasaki del 1945 – è un’esplosione vera e propria che immortala gatti che volano, secchiate d’acqua e l’artista sospeso a mezz’aria intento a dipingere.
Al Grimaldi Forum di Montecarlo è in corso una rassegna visitabile fino all’8 settembre che raccoglie circa 100 opere che coprono tutta la sua carriera artistica, dal 1910 al 1983.

 

Philippe Halsman, “Dalì Atomicus”

Philippe Halsman, “Dalì Atomicus”, 1948
Stampa alla gelatina d’argento

 

Il trend of humor vero e proprio nel mondo dell’arte si sviluppa più avanti con il movimento della Pop Art, nato in Inghilterra e negli Stati Uniti tra la fine del 1950 e l’inizio del 1960. Viene rinnovato il concetto di arte stessa, rendendola più leggera e ironica grazie alla comparsa di colori piatti e vivaci, al riferimento ad icone del cinema e dei fumetti. La Pop Art – incisiva e immediata – esprime al meglio l’immaginario collettivo e la società americana dell’epoca, prendendo in prestito il linguaggio dei mass media e della pubblicità.
Lo spunto proviene quindi dalla vita quotidiana e di conseguenza anche i prodotti in serie di largo consumo diventano vere e proprie icone.
Impossibile non pensare alle lattine di zuppa Campbell o alle bottiglie di Coca Cola riprodotte nelle serigrafie da Andy Warhol (USA 1928 – 1987), secondo il quale anche l’arte va consumata come ogni altro prodotto.
La riproducibilità e la ripetizione ossessiva caratterizzano dunque le sue opere che, come i prodotti di massa – associati al consumismo – rispecchiano la società americana. Esponente di spicco della Pop Art e personalità eccentrica, anche Warhol ha fatto parlare di sé anche per il suo stile di vita fuori dagli schemi.

 

Andy Warhol

Andy Warhol, “Campbell’s Soup II“, 1969
Serigrafia su carta

 

Il tema della riproducibilità dell’opera d’arte è stato al centro anche della ricerca di Roy Lichtenstein (USA 1923 – 1997), altro grande esponente del movimento: la fonte d’ispirazione – i fumetti – si traduce anche in un interesse verso i processi meccanici. Lichtenstein attua nelle sue opere il processo inverso, ovvero partendo da una copia per antonomasia (una pagina stampata) crea un originale, rivoluzionando il linguaggio espressivo dell’epoca. Lichtenstein durante la sua carriera ha esplorato diverse tematiche, alcune delle quali tipicamente americane: dal Far West alle espressioni artistiche degli indiani, dal boom economico ai paesaggi orientali.

 

Roy Lichtenstein

Roy Lichtenstein, “In the car“, 1963
Olio su tela

 

Un altro grande interprete della Pop Art è Tom Wesselmann (USA 1931 – 2004), famoso per i suoi “Great American Nudes”. Le sue figure femminili stilizzate e seducenti introducono l’erotismo nel movimento, in un’epoca in cui il nudo di donna inizia a diventare un prodotto pubblicitario che non fa più scalpore.
Nel 1970 Wesselmann espone “Bedroom Tit Box”, scatola che riunisce oggetti in legno dipinti. Quello che colpisce è la presenza di un seno tra un posacenere e una boccetta di profumo: a partire da questa still life l’artista inizierà a raffigurare dettagli di corpi femminili.
In un’intervista ha dichiarato: “La pittura, il sesso e l’umorismo sono le cose più importanti della mia vita”.

 

Tom Wesselmann

Tom Wesselmann, “Smoker #3 (Mouth #17)”, 1968
Olio su tela

 

Jeff Koons – personalità eccentrica e “enfant terrible” dell’arte contemporanea – ha spesso fatto parlare di sé per le sue scelte controverse.
Le sue primissime opere risalgono alla fine degli anni ‘70 ma è nel 1980 che Jeff Koons fa il suo debutto nel mondo dell’arte: espone presso il New Museum l’installazione “The New” in cui mette in scena alcuni aspirapolvere, prodotti di largo consumo nei quali è molto evidente l’influenza di Andy Warhol.
Il tema del consumismo e dell’appagamento dei sensi comprendono anche la sfera sessuale e le sue sculture pornografiche sicuramente richiedono una grande apertura mentale e un forte sense of humor, anche solo per concepire il messaggio.
Alcune di queste sono attualmente in mostra al Museo Jumex di Città del Messico fino al 29 settembre nella rassegna curata da Massimiliano Gioni “Apariencia Desnuda”, e sono accostate alle opere di Duchamp in una inedita rassegna che mette in luce le affinità concettuali tra i due giganti dell’arte. Hanno messo in discussione la funzione degli oggetti e in entrambi è spesso presente un forte erotismo, rilevato anche in oggetti di uso quotidiano: tema evidente nell’opera voyeristica “La mariée mise à nu par ses célibataires, même, Le grand verre” (1915 – 23) di Duchamp, che considerava il desiderio fonte di creatività, come testimoniato anche dal suo alter ego Rrose Sélavy. Erotismo ricorrente anche nei lavori di Koons, che ha dato scandalo con la serie “Made in Heaven” del 1991 realizzata con la moglie e porno star Ilona Staller.
È la prima grande mostra antologica presentata in Sud America per entrambi gli artisti e le 80 opere esposte chiariscono i punti di contatto sia nella sfida alle convenzioni sia nello stravolgimento della funzione di oggetti comuni.
Jeff Koons è l’artista per eccellenza che ha ripreso e trasformato l’incanto e il desiderio infantile verso i giochi in un feticcio per adulti che rispecchia l’individualità estrema della società moderna nascosta dietro a un banale giocattolo.
Probabilmente sta ancora festeggiando il recentissimo record in asta che l’ha – di nuovo – incoronato l’artista vivente più pagato al mondo. “Rabbit”, scultura in acciaio inox del 1986 è stata venduta lo scorso maggio a 91,1 milione di $ ad un’asta Christie’s a New York.

 

Jeff Koons

Jeff Koons, “Balloon Dog (Orange)“, 1994-2000
Acciaio inossidabile lucidato a specchio con rivestimento di colore trasparente

 

Damien Hirst (Bristol 1965), uno dei fondatori di Frieze, è un altro “enfant terrible” dell’arte contemporanea: uno dei suoi obiettivi è quello di stupire e provocare uno shock negli spettatori e nell’opinione pubblica.
Hirst non ricerca più la manualità dell’autore dell’opera d’arte ma cerca di trasmettere idee e di creare quasi un marchio, come prima di lui aveva fatto Andy Warhol. Di lui riprende l’utilizzo di oggetti quotidiani e da Duchamp il ready made, ma li modella e trasforma trasponendoli su esseri viventi.
Il capofila dei Young British Artists si è sempre concentrato sulle riflessioni attorno al tema della morte e si è fatto notare in special modo per le opere che hanno visto protagonisti animali in formaldeide o per il celebre teschio ricoperto di diamanti “For the love of God”, perfetto connubio di ironia e macabro, oggetto del desiderio e repulsione.
L’esorcizzazione della morte attraverso la medicina ha preso forma in opere che riproducono teche specchianti di medicinali con le pillole esposte come se fossero pietre preziose, a significare un’ammirazione quasi sacrale verso i rimedi contro la morte ma anche una riflessione sulle dipendenze odierne.
Tra queste il fumo ha un posto di rilievo, anche per il suo stretto legame con la morte, e non a caso Hirst gli ha dedicato più di un’opera: tra queste “Party time” (1995) è un posacenere gigante riempito con mozziconi e pacchetti vuoti, quasi una piscina in cui buttarsi.

 

Damien Hirst

Damien Hirst, “Lullaby Summer”, dettaglio, 2002
Vetro, acciaio inossidabile, nichel, resina fusa, intonaco colorato e pillole verniciate con trasferimento a secco

 

Sulla stretta simbiosi tra arte e vita si è sempre mossa Yayoi Kusama (Giappone 1929), che vive volontariamente in un manicomio di Tokyo da circa 40 anni.
Le sue opere si muovono tra pazzia, divertimento e genialità, grazie al loro grande potere di interazione con lo spettatore.
Ha sofferto di allucinazioni fin da giovane, visioni che ha trasposto nelle sue opere regalando agli spettatori la sua visione del mondo, ricca di suggestioni. Non solo zucche e pois ripetuti ossessivamente ma anche installazioni immersive come le “Infinity Mirrors rooms” – stanze ricoperte di specchi che giocano con i mille rimandi tra zucche, pois e l’immagine riflessa degli spettatori.
Ripetuti ossessivamente i pois ricoprono l’arredamento di intere stanze o vanno a ornare tentacoli che spuntano dal pavimento e dal soffitto in installazioni che piacciono a tutti.

 

Yayoi Kusama

Yayoi Kusama, “Infinity Mirrored Room – All the Eternal Love I Have for the Pumpkins”, 2016
Legno, specchi, plastica, acrilico e luci a led

 

Un altro artista che ci coinvolge in modo divertente giocando con il senso dell’orientamento è Carsten Höller (Bruxelles 1961), artista che crea spesso opere ludiche il cui scopo è attivare negli spettatori tutti i 5 sensi innescando sensazioni adrenaliniche ed emozioni legate ai giochi d’infanzia, come nel caso degli scivoli.
L’artista gioca con lo spaesamento ed esplora le contraddizioni dentro di noi, come nel caso dell’opera “Upside Down Mushroom” alla Fondazione Prada di Milano, che mette in atto un rovesciamento della realtà.

 

Carsten Höller, “Upside Down Mushroom Room”, 2000
Fondazione Prada, Milano

 

Anche Paul McCarthy (USA 1945) gioca con sensi e con il subconscio dello spettatore con opere provocatorie, inquietanti, politicamente impegnate, che mirano a una critica del consumismo e a mettere a nudo le nostre paure e nevrosi, smascherando gli inganni che si celano dietro alla promessa del sogno americano.
Noto per la sua vasta e varia produzione che comprende performance, fotografia, scultura, film, installazioni multimediali, disegno e pittura; agli esordi della sua carriera artistica cerca di rompere i limiti della pittura usando “materiali” insoliti come fluidi corporei e cibo.
McCarthy si appropria di icone della cultura popolare e dell’infanzia come gli gnomi, Heidi, Babbo Natale, Barbie riformulandoli in versione violenta e giocando con il subconscio dello spettatore.
Le immagini brutali, esplicite e spesso ripetitive provocano un sovraccarico sensoriale suscitando sentimenti di disagio e disgusto: l’artista supera qualsiasi tabù e rompe tutte le regole sociali.
Dai primi anni ‘80 McCarthy sviluppa una serie di collaborazioni con Mike Kelley, altro artista legato alla controcultura: la sinergia tra i due porta alla creazione di “Heidi”, video del 1992 che mette in scena i risvolti inquietanti del famoso racconto per bambini.

 

Paul McCarthy

Paul McCarthy, “White Snow” Dwarf, Bashful”, 2016
Silicone, fibra di vetro, acciaio

 

Come McCarthy, anche Mike Kelley (Detroit 1954 – Los Angeles 2012) si è sempre interessato alla cultura di massa americana esaminandola a fondo per far emergere le contraddizioni nascoste.
Ha esplorato diversi temi come le relazioni tra diverse classi sociali, la sessualità, la religione, i ricordi repressi e la politica, apportando a questi argomenti una critica incisiva e un grande umorismo spesso autoironico.
Noto soprattutto per il suo lavoro con oggetti che evocano i ricordi legati all’infanzia e all’adolescenza, come pupazzi di peluche, bambole e fotografie scolastiche, nel corso della sua carriera ha esplorato qualsiasi tipo di medium: disegno, scultura, musica, video, spettacoli, fotografia e pittura.
Nel progetto “Educational Complex” (1995) l’artista analizza i traumi adolescenziali e critica le rigide regole della società e le imposizioni educative alle quali siamo costretti a sottostare.
Tra le sue opere più note “Deodorized Central Mass with Satellites” (1991-99), coloratissimi peluche cuciti insieme che formano sculture arcobaleno sospese che ad un primo sguardo evocano la magia dell’infanzia.

 

Mike Kelley

Mike Kelley, “Deodorized Central Mass with Satellites“, 1991-1999
Installazione composta da animali di peluche cuciti su telai di legno e rete metallica, materiale da imballaggio in polistirolo, deodoranti in fibra di vetro, lacca per auto, funi di nylon

 

Claes Oldenburg (Stoccolma 1929) si è concentrato sul tema del consumismo e sulle abitudini alimentari odierne ed è famoso in tutto il mondo per opere monumentali e divertenti che riprendono un immaginario tipicamente americano: dal volano per il budminton ai birilli da bowling, dal gigante hamburger all’enorme cono gelato precipitato su un grattacielo di Colonia.
I suoi lavori sono spesso fortemente legati al territorio dove l’opera trova collocazione, come testimonia “Ago, filo e nodo” (2000) realizzato in collaborazione con Coosje van Bruggen in Piazzale Cadorna a Milano, omaggio al mondo della moda e chiaro riferimento alle linee metropolitane nei colori utilizzati per il filo.

 

Claes Oldenburg,

Claes Oldenburg, “Dropped Cone”, Neumarkt Galerie Colonia, Germania, 2001
Acciai inossidabili e zincati, plastica rinforzata con fibre, legno verniciato

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

 

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