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Roy Lichtenstein Archivi - Linda Bajàre

ART REPORT 2020

Il 2020 è stato senza dubbio un anno senza precedenti, l’anno dell’online e del virtuale. 

Come tutti i settori anche il mondo dell’arte è stato affetto dalla pandemia, abbiamo visto un’intraprendenza nuova e un re-indirizzamento delle risorse, un adeguamento a nuove modalità espositive e comunicative. 

In risposta ai lockdown che ci hanno costretti a casa, musei, gallerie e istituzioni si sono velocemente organizzati a offrire visite delle proprie collezioni in tour virtuali. 

Non solo le mostre ma anche le fiere sono diventate visitabili e commercialmente disponibili in viewing rooms.

Credo che questo fenomeno potrebbe rimanere attivo anche dopo le riaperture degli spazi.

I social networks come Instagram e Facebook sono diventati il luogo d’incontro tra gli artisti, organizzazioni e pubblico, offrendo interessanti dirette e altre forme di comunicazione ed è una cosa positiva perché il mondo dell’arte era rimasto quasi l’unico settore non ancora in questa modalità.

Molti musei in tutto il mondo si sono rivolti fin da subito a queste piattaforme per dare accesso alle loro collezioni senza confini. 

Altre grandi mostre, come la retrospettiva alla Tate Modern dedicata all’artista sudafricano Zanele Muholi, il dialogo tra Tracey Emin e Edvard Munch alla Royal Academy of Arts, Artemisia Gentileschi alla National Gallery di Londra, sono state annullate, posticipate o riaperte per brevi periodi. 

Si è parlato molto anche della mostra itinerante su Philip Guston che avrebbe inaugurato a giugno alla National Gallery of Art di Washington, annullata per la pandemia e ulteriormente rimandata a causa di alcune opere raffiguranti il Ku Klux Klan che potrebbero essere male interpretate dal pubblico e attirare critiche proprio nell’anno del “Black Lives Matter”. 

Il movimento impegnato nella lotta contro il razzismo ha infatti coinvolto anche il settore dell’arte scatenando reazioni di solidarietà da parte di molti artisti e istituzioni. 

Già in questi ultimi anni abbiamo assistito a una grande crescita dell’arte afro americana – segno che qualcosa stava cambiando già da tempo – e ora penso avranno ancora più visibilità. 

Proprio durante le aste londinesi di febbraio abbiamo assistito a nuovi strabilianti record personali per gli artisti black più apprezzati del momento, Tschabalala Self, Amoako Boafo e Jordan Casteel.

Non a caso quest’anno il movimento Black Lives Matter è al primo posto della Power 100 di ArtReview.

 

Tschabalala Self, “Princess”, 2017

Tessuto, acrilico, capelli mani e olio su tela 

Venduto a 435.000 £ tasse incluse all’asta di Phillips a Londra, 13 febbraio 2020

 

Amoako Boafo, “The Lemon Bathing Suit”, 2019

Olio su tela 

Venduto a 675.000 £ tasse incluse all’asta di Phillips a Londra, 13 febbraio 2020

 

Oltre alle mostre sono slittate anche le Biennali, prima tra tutte la rassegna d’arte di Venezia che si svolgerà nel 2022 – d’ora in poi quindi si terrà sempre in anni “pari”. 

Cancellate quasi tutte le fiere – luoghi per eccellenza di incontro tra collezionisti e galleristi di diversi paesi – tranne poche eccezioni come Manifesta 13 a Marsiglia, che ha comunque chiuso in anticipo di un mese. 

Dopo aver annullato tutti e tre gli appuntamenti del 2020, Art Basel rinvia anche l’edizione di Hong Kong prevista per marzo 2021 e slittata a fine maggio. 

Ma ci sono anche buone notizie, perché le Online Viewing Rooms e altre esperienze multimediali hanno portato un discreto livello di vendite, confermato dagli scambi vivaci ad Art Basel Miami. 

Frieze Art Fair per l’appuntamento londinese ha affiancato ai tour virtuali piccoli eventi in città e le gallerie per la prima volta hanno trasformato le loro sedi di Londra in veri e propri booth da visitare su appuntamento.  

Frieze ha poi posticipato la tappa di Los Angeles a fine luglio 2021, mentre a febbraio ci saranno 3 giorni di programmazione speciale (online) per festeggiare i 30 anni di attività.  

Il 2020 ha quindi innescato molti cambiamenti e tutti gli attori dell’arte – artisti, galleristi, curatori, direttori di fiere e musei – hanno dovuto ripensare ai modi organizzativi, al mantenimento delle strutture esistenti e allo sviluppo di nuove strategie. 

Ma come sappiamo bene: non tutto il male viene per nuocere.

Alcuni si sono alleati e quasi tutti digitalizzati. E grazie a questo comincerà una nuova era di comunicazione anche per il mondo dell’arte, che era rimasto tra gli ultimi nella modernizzazione.

Certo ci sono state alcune difficoltà da affrontare, come i tagli al personale effettuati anche dai colossi dell’arte – dalle grandi gallerie come Perrotin, David Zwirner e Pace Gallery a importanti istituzioni come il Guggenheim di New York, la Tate Modern e la Royal Academy di Londra – tutti costretti a chiudere per un periodo molto lungo. 

Probabilmente quando si potrà riaprire e tornare alla normalità le cose torneranno come prima, ma la digitalizzazione di sicuro rimarrà per sempre un servizio aggiuntivo.

Oltre al Coronavirus, anche la Brexit è destinata a cambiare in parte la geografia dell’arte europea.

Alcune gallerie hanno infatti deciso di chiudere le proprie sedi a Londra come Marian Goodman, che chiuderà lo spazio proprio a fine anno per dare spazio a una nuova modalità espositiva, “Marian Goodman Projects”. 

L’iniziativa organizzerà mostre in diversi luoghi di Londra a seconda della natura delle opere e del progetto. 

David Zwirner, galleria con sedi a New York, Hong Kong e Londra, per far fronte alla Brexit ha aperto una galleria anche a Parigi, città destinata a diventare il centro europeo dell’arte contemporanea. Hanno seguito il suo esempio anche Pace Gallery e White Cube.

Una notizia che chiude un capitolo è la chiusura della celebre galleria Blein/Southern fondata a Londra nel 2010 e con sedi anche a New York e Berlino. A febbraio è stata annunciata la chiusura di tutte e tre le gallerie e gira voce che le cause siano seri problemi finanziari, al punto da dover rendere le opere agli artisti con le spese di spedizione a loro carico.

Un altro annuncio sicuramente inaspettato per tutto il mercato d’arte è la chiusura dopo 26 anni di attività della galleria newyorkese GB enterprise di Gavin Brown, grandissimo dealer e pioniere per unirsi e diventare partner di Gladstone Gallery (di Barbara Gladstone). Presenterà solo 10 dei suoi artisti: Joan Jonas, Ed Atkins, Arthur Jafa, Rachel Rose, laToya Ruby Frazier, Kerstin Brätsch, Alex Katz, Frances Stark, Rirkrit Tiravanija, Mark Leckey.

Laura Owens, Jos de Gruyter, Herald Thrys invece non faranno parte di Gladstone Gallery.

Si è quindi riscoperto il valore della collaborazione tra diverse realtà – anche tra quelle che prima erano ritenute concorrenti.

In Italia ad esempio è nata Italics, consorzio che riunisce oltre 60 gallerie italiane di arte contemporanea, antica e moderna volto a valorizzare il territorio del Bel Paese con consigli ai turisti che vanno dalle bellezze storico artistiche da visitare alle eccellenze eno gastronomiche da non perdersi.

A Milano è stata creata la “Milano Art Community”, piattaforma gestita da alcune tra le più importanti gallerie, fondazioni e spazi no-profit della città per promuovere le iniziative dei suoi membri.

Come abbiamo visto, in questo clima di grande incertezza non sono mancati anche i risvolti positivi come le molte iniziative di solidarietà che hanno coinvolto artisti affermati come Wolfgang Tillmans, Tracey Emin, Marlene Dumas, Martin Parr e altri, ma anche gallerie e case d’asta come Christie’s, Sotheby’s,  Artcurial – tutti impegnati in numerose vendite di beneficenza.

Di recente Hauser & Wirth ha lanciato la raccolta fondi “Artists for New York”: più di 100 artisti hanno deciso di donare le loro opere per una vendita di beneficenza a sostegno di alcune istituzioni della città tra cui il MoMA PS1, il New Museum e il High Line Art. (Hauser & Wirth ha rinunciato a qualsiasi commissione sulle vendite).

Anche l’Italia si è attivata con molte iniziative di beneficenza, dalla mobilitazione personale di artisti come Alessandro Piangiamore che ha venduto su Instragram il lavoro “La cera di Roma”(acquistata da Veronica Siciliani Fendi) il cui ricavato è stato devoluto all’Ospedale Spallanzani di Roma, fino a iniziative di case d’asta come Blindarte con “Art To Stop Covid-19” – i proventi sono andati alla Regione Lombardia e all’Istituto Pascale di Napoli; o ancora la casa d’aste Cambi con “Design Loves Milano”, asta charity per aiutare l’ospedale Luigi Sacco. 

In un anno colpito dalle tantissime perdite, l’Italia e il mondo intero hanno pianto anche uno dei più grandi curatori e critici d’arte della storia. Germano Celant è scomparso a 80 anni proprio a causa del Covid-19, forse preso a New York durante una delle ultime fiere in presenza, l’Armory Show.

Teorico e fondatore dell’Arte Povera, Celant aveva fatto conoscere gli artisti italiani al mondo. Curatore al Guggenheim di New York e di molte mostre nei musei esteri, direttore della Biennale di Venezia nel 1997, dal 2015 era il direttore artistico della Fondazione Prada. 

Le maggiori case d’asta – costrette ad annullare o posticipare gli appuntamenti in calendario già da marzo – sono corse ai ripari assumendo forme diverse rispetto a quelle tradizionali. 

Il ricorso all’online, le private sale, il crescente mercato asiatico e il lancio di aste “cross category” – approccio che ha cambiato il modello di offerta accorpando i diversi dipartimenti – hanno in parte arginato la situazione.

Le prime tre case d’asta hanno comunque subìto un significativo calo delle vendite – per Christie’s -25% rispetto al 2019, Sotheby’s -27%. In cifre, rispetto ai 4,4 miliardi di $ del 2019, il 2020 ha generato vendite per 0,9 miliardi di $. 

La mancanza di aste dal vivo ha quindi generato una diminuzione del volume d’affari, dovuto anche al fatto che molti clienti hanno preferito rinunciare a mettere in vendita opere importanti in attesa di tempi migliori per la valorizzazione.

Se nel 2019 dieci lotti hanno superato i 50 milioni di $, quest’anno solo due lotti hanno superato questa cifra.

Al primo posto il trittico “Triptych Inspired by the Oresteia of Aeschylus” (1981) di Francis Bacon, che ha raggiunto i 84,6 milioni di $ il 30 giugno in asta live da Sotheby’s.

Dopo il capolavoro classico cinese – che si aggiudica il secondo posto sul podio – troviamo Roy Lichtenstein, con “Nude With Joyous Painting” (1994) venduto a 46,2 milioni di $ da Christie’s il 10 luglio.

Lo segue David Hockney con “Nichols Canyon” (1980) passato di mano a 41 milioni di $ il 7 dicembre da Phillips, che ha raggiunto il totale più alto per un’asta a NY nella storia della casa d’aste.

Segno di un mercato vivace nonostante l’anno complicato, capace in alcuni casi di stupire e superare le aspettative.

 

Francis Bacon, “Triptych Inspired by the Oresteia of Aeschylus”, 1981

Olio su tela 

 

Roy Lichtenstein, “Nude With Joyous Painting”, 1994

Olio su tela 

 

David Hockney, “Nichols Canyon”, 1980

Olio su tela

 

Per fortuna quindi non sono mancati i successi, come l’8ª edizione di “Contemporary Curated” di Sotheby’s che il 22 aprile ha battuto il record per l’asta online più redditizia di sempre totalizzando 6,4 milioni di $ (stima di 5,75 milioni), complice un catalogo ricco di capolavori e Margherita Missoni come Guest Curator.

Le aste online hanno portato un afflusso di nuovi acquirenti – molti millennial – e registrato un incremento dei profitti del 20% rispetto all’anno scorso, una cifra in apparenza alta ma minore rispetto ai ricavi di un’asta tradizionale – un modo per arginare la crisi – tanto che Sotheby’s ha licenziato circa 200 dipendenti a marzo (circa il 12% del proprio staff). 

Per la prima volta, il Turner Prize è stato diviso in 10 borse di studio da 10.000£ ciascuna, assegnate ad altrettanti artisti: Liz Johnson Artur, Oreet Ashery, Shawanda Corbett, Jamie Crewe, Sean Edwards, Alberta Whittle, Sidsel Meineche Hansen, Ima-Abasi Okon, Imran Perretta e il collettivo Arika.

Non è stata organizzata la tradizionale mostra collettiva dedicata ai finalisti ma i vincitori di questa edizione potranno essere rieletti nelle future edizioni del premio.

La vincitrice del Hugo Boss Prize 2020 è Deana Lawson, fotografa americana la cui ricerca si concentra su tematiche sociali e di intimità familiare nella cultura afro americana.

Emma Talbot si aggiudica l’ottavo Max Mara Art Prize for Women. L’artista inglese esplora paesaggi interiori ricchi di pensieri, emozioni e storie personali in delicate opere dipinte su seta o su altri supporti tessili e comprendono frasi scritte dall’artista o riprese da altre fonti. 

L’artista canadese Kapwani Kiwanga vince il Prix Marcel Duchamp – premio nato in Francia nel 2000 – con “Flowers for Africa”, progetto che riflette sulla storia politico sociale dei paesi dell’Africa.

Tornando in Italia, Palazzo Strozzi di Firenze ha saputo adattarsi ai tempi e prolungare la tanto attesa mostra “Aria” di Tomás Saraceno sospesa dopo poche settimane dalla sua inaugurazione e che alla riapertura ha ricevuto un grandissimo riscontro dal pubblico.

Ha avuto modo di portare un sospiro alla cultura anche l’attesissima monografica dedicata a Carla Accardi al Museo del ‘900 di Milano inserita in programma a inizio ottobre, proprio in una finestra di aperture tra un lockdown e l’altro.

Le oltre 70 opere in mostra della Accardi – prima astrattista italiana riconosciuta internazionalmente – saranno visitabili fino a fine giungo 2021.

Il 2020 è stato un anno particolare ed è chiaro che ci vorrà del tempo per raggiungere un nuovo equilibrio, ma ogni periodo di crisi porta sempre nuove opportunità e permette di vedere le cose sotto una nuova luce.

Ci aspetta ancora un periodo di transizione e molti altri cambiamenti – di sicuro positivi! 

…L’arte non si ferma!

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

Avete il senso dell’umorismo?

 

-Parte I-

Il senso dell’umorismo è segno di intelligenza. È l’arte di coloro che modellano ciò che vedono con un’elegante satira per farci riflettere su concetti profondi e tematiche esistenziali, proponendoci una realtà originale e meno rigida.
Utilizzare il senso dell’umorismo in modo sofisticato e creativo è di sicuro un’arte e il connubio tra arte e umorismo rende la nostra vita più divertente e piacevole.

Tutto è cominciato con Marcel Duchamp e Piero Manzoni, illustri precursori di pensiero ironico e idee rivoluzionarie che sono stati di ispirazione per le generazioni successive di artisti contemporanei.

Iniziatore del Dadaismo, figura di spicco del Surrealismo e precursore dell’Arte Concettuale, Marcel Duchamp (Francia 1887 – 1968) ha sfidato le convenzioni sociali e cambiato il concetto di arte elevando oggetti di uso comune a vere e proprie opere. Le sue irriverenti provocazioni hanno influenzato l’arte d’avanguardia e anticipato molti movimenti artistici del secondo dopoguerra.
“Roue de bicyclette”, il primo ready made, risale al 1913 e il suo destino è quello di cambiare per sempre il corso della storia dell’arte. La decontestualizzazione di elementi comuni provoca un effetto di straniamento e uno stravolgimento concettuale: la ruota della bicicletta ha perso la sua funzione e lo sgabello su cui è posta è inutilizzabile.
Il più celebre intervento resterà “Fountain” (1917) orinatoio maschile con tanto di firma d’artista, opera scandalosa che all’epoca aveva suscitato grande scalpore e che ha insito nel titolo tutta l’ironia di un genio del secolo scorso.

 

Marcel Duchamp, “Fountain”, 1917 Orinatoio maschile

Marcel Duchamp, “Fountain”, 1917
Orinatoio maschile

 

In quanto a provocazioni, dopo il famoso orinatoio c’è “Merda d’artista” (1961) di Piero Manzoni (Soncino 1933 – Milano 1963) che è il più classico esempio di scandalo artistico, un’opera che aveva addirittura provocato un’interrogazione parlamentare.
Oltre alla pura coincidenza “tematica”, le due opere citate sono un grido di protesta, sintomo di una forte reazione contro le regole e il sistema imperante dell’epoca.
L’arte, che fino ad allora era stata sì portatrice di significati ma principalmente decorativa e con una spiccata funzione estetica, ora non si preoccupa più di appagare la vista ma di veicolare concetti e idee, anche di contestazione.
Manzoni ridefinisce i confini stessi dell’opera d’arte con una libertà creativa assolutamente innovativa per l’epoca, affermandosi come uno dei protagonisti dell’avanguardia internazionale e come uno dei precursori dell’Arte Concettuale. Fa parte del movimento informale dei nucleari dal 1957 al 1959 e fonda la rivista Azimuth con Enrico Castellani (1959-60), con cui apre anche la galleria Azimut a Milano.
In “Merda d’artista”, oltre all’ironia dell’etichetta che riprende la dicitura di un qualsiasi cibo in scatola, la provocazione concettuale prosegue nel prezzo dato all’opera, equivalente a quello dell’oro al grammo: in questo modo Manzoni associa due materiali totalmente in antitesi tra loro ma entrambi carichi di significati.
La polemica si riferisce anche al mercato dell’arte e al valore estetico arbitrario conferito a ciò che viene ritenuto un’opera d’arte e affronta inoltre la questione tra contenuto e forma.
Come per quest’opera, altri suoi lavori presuppongono l’occultamento dell’opera d’arte, come nel caso delle “Linee”, realizzate tra il 1959 e il 1961 che consistono in una linea tracciata su un foglio di carta e la loro esistenza e lunghezza è certificata solamente dall’etichetta esterna del cilindro che le contiene.
Sempre connotata da una forte ironia e presa di posizione, la sua produzione ha abbracciato molteplici forme d’arte: si è confrontato con l’happening e la performance quando ha marchiato con le proprie impronte digitali uova sode da offrire agli spettatori in “Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte”.
Ha autografato i corpi delle modelle – “Sculture viventi” (1961) – munite di regolare certificato e bolla di accompagnamento, anticipando la body art e ha inoltre creato la scultura più grande del mondo – primato di fatto imbattibile – collocando una sorta di base / piedistallo con una scritta al contrario che recita: “Socle du monde” (1961).
Oggi gli “Achrome”, serie iniziata nel 1957, sono di fatto le sue opere più quotate. Con i suoi monocromi Manzoni supera la pittura e limita il suo intervento personale: la tela imbevuta di caolino viene lasciata asciugare lasciando che il materiale si modifichi da solo nel corso del tempo.
La portata rivoluzionaria di un genio scomparso precocemente oggi è facile da intuire, ma negli anni ‘50 e ‘60 era forse troppo in anticipo sui tempi per ricevere il riconoscimento che gli era dovuto.
Hauser & Wirth gli ha dedicato una retrospettiva – “Piero Manzoni: Lines” – in corso fino al 26 luglio nella sede di New York dove sono in mostra 70 “Achrome” e 12 “Linee”.

 

Piero Manzoni, “Merda d’artista”, 1961 Scatoletta di lattina, carta stampata, feci umane o gesso?

Piero Manzoni, “Merda d’artista”, 1961
Scatola di latta, carta stampata

 

Altrettanto provocatorio e dotato di sense of humor Salvador Dalì (Spagna 1904 – 1989), il più grande esponente del Surrealismo, celebre anche per la personalità eccentrica e bizzarra che si è riversata in opere oniriche popolate da animali e oggetti deformati e inquietanti, frutto del subconscio dell’artista.
Le sue prime opere subiscono l’influenza del cubismo, del futurismo e delle opere di De Chirico, alle quali aggiungerà forti richiami alla psicanalisi freudiana. Eclettico e geniale, Dalì si è espresso in svariati ambiti, tra cui il cinema, la fotografia e la scultura.
“La persistenza della memoria” (1931) è l’opera surrealista per antonomasia che con la presenza dei celebri orologi molli indaga e mette in discussione la pretesa di misurare il tempo in modo oggettivo e assoluto.
Con il regista Luis Buñuel dà vita a cortometraggi stranianti e all’avanguardia come “Un chien andalou” (1927), prima di una serie di collaborazioni cinematografiche e teatrali d’eccellenza: collaborerà infatti anche con Alfred Hitchock, Luchino Visconti e Walt Disney.
Il suo stile anticonvenzionale, la sua passione per il lusso e l’eccesso lo hanno reso una celebrità universale, tra feste indimenticabili e felini selvatici tenuti come animali domestici.
La sua stravaganza è stata spesso immortalata da Man Ray ma la leggerezza e l’ironia del genio spagnolo sono riassunti in una fotografia scattata da Philippe Halsman nel 1948: “Dalì Atomicus” – titolo che fa riferimento all’esplosione nucleare di Hiroshima e Nagasaki del 1945 – è un’esplosione vera e propria che immortala gatti che volano, secchiate d’acqua e l’artista sospeso a mezz’aria intento a dipingere.
Al Grimaldi Forum di Montecarlo è in corso una rassegna visitabile fino all’8 settembre che raccoglie circa 100 opere che coprono tutta la sua carriera artistica, dal 1910 al 1983.

 

Philippe Halsman, “Dalì Atomicus”

Philippe Halsman, “Dalì Atomicus”, 1948
Stampa alla gelatina d’argento

 

Il trend of humor vero e proprio nel mondo dell’arte si sviluppa più avanti con il movimento della Pop Art, nato in Inghilterra e negli Stati Uniti tra la fine del 1950 e l’inizio del 1960. Viene rinnovato il concetto di arte stessa, rendendola più leggera e ironica grazie alla comparsa di colori piatti e vivaci, al riferimento ad icone del cinema e dei fumetti. La Pop Art – incisiva e immediata – esprime al meglio l’immaginario collettivo e la società americana dell’epoca, prendendo in prestito il linguaggio dei mass media e della pubblicità.
Lo spunto proviene quindi dalla vita quotidiana e di conseguenza anche i prodotti in serie di largo consumo diventano vere e proprie icone.
Impossibile non pensare alle lattine di zuppa Campbell o alle bottiglie di Coca Cola riprodotte nelle serigrafie da Andy Warhol (USA 1928 – 1987), secondo il quale anche l’arte va consumata come ogni altro prodotto.
La riproducibilità e la ripetizione ossessiva caratterizzano dunque le sue opere che, come i prodotti di massa – associati al consumismo – rispecchiano la società americana. Esponente di spicco della Pop Art e personalità eccentrica, anche Warhol ha fatto parlare di sé anche per il suo stile di vita fuori dagli schemi.

 

Andy Warhol

Andy Warhol, “Campbell’s Soup II“, 1969
Serigrafia su carta

 

Il tema della riproducibilità dell’opera d’arte è stato al centro anche della ricerca di Roy Lichtenstein (USA 1923 – 1997), altro grande esponente del movimento: la fonte d’ispirazione – i fumetti – si traduce anche in un interesse verso i processi meccanici. Lichtenstein attua nelle sue opere il processo inverso, ovvero partendo da una copia per antonomasia (una pagina stampata) crea un originale, rivoluzionando il linguaggio espressivo dell’epoca. Lichtenstein durante la sua carriera ha esplorato diverse tematiche, alcune delle quali tipicamente americane: dal Far West alle espressioni artistiche degli indiani, dal boom economico ai paesaggi orientali.

 

Roy Lichtenstein

Roy Lichtenstein, “In the car“, 1963
Olio su tela

 

Un altro grande interprete della Pop Art è Tom Wesselmann (USA 1931 – 2004), famoso per i suoi “Great American Nudes”. Le sue figure femminili stilizzate e seducenti introducono l’erotismo nel movimento, in un’epoca in cui il nudo di donna inizia a diventare un prodotto pubblicitario che non fa più scalpore.
Nel 1970 Wesselmann espone “Bedroom Tit Box”, scatola che riunisce oggetti in legno dipinti. Quello che colpisce è la presenza di un seno tra un posacenere e una boccetta di profumo: a partire da questa still life l’artista inizierà a raffigurare dettagli di corpi femminili.
In un’intervista ha dichiarato: “La pittura, il sesso e l’umorismo sono le cose più importanti della mia vita”.

 

Tom Wesselmann

Tom Wesselmann, “Smoker #3 (Mouth #17)”, 1968
Olio su tela

 

Jeff Koons – personalità eccentrica e “enfant terrible” dell’arte contemporanea – ha spesso fatto parlare di sé per le sue scelte controverse.
Le sue primissime opere risalgono alla fine degli anni ‘70 ma è nel 1980 che Jeff Koons fa il suo debutto nel mondo dell’arte: espone presso il New Museum l’installazione “The New” in cui mette in scena alcuni aspirapolvere, prodotti di largo consumo nei quali è molto evidente l’influenza di Andy Warhol.
Il tema del consumismo e dell’appagamento dei sensi comprendono anche la sfera sessuale e le sue sculture pornografiche sicuramente richiedono una grande apertura mentale e un forte sense of humor, anche solo per concepire il messaggio.
Alcune di queste sono attualmente in mostra al Museo Jumex di Città del Messico fino al 29 settembre nella rassegna curata da Massimiliano Gioni “Apariencia Desnuda”, e sono accostate alle opere di Duchamp in una inedita rassegna che mette in luce le affinità concettuali tra i due giganti dell’arte. Hanno messo in discussione la funzione degli oggetti e in entrambi è spesso presente un forte erotismo, rilevato anche in oggetti di uso quotidiano: tema evidente nell’opera voyeristica “La mariée mise à nu par ses célibataires, même, Le grand verre” (1915 – 23) di Duchamp, che considerava il desiderio fonte di creatività, come testimoniato anche dal suo alter ego Rrose Sélavy. Erotismo ricorrente anche nei lavori di Koons, che ha dato scandalo con la serie “Made in Heaven” del 1991 realizzata con la moglie e porno star Ilona Staller.
È la prima grande mostra antologica presentata in Sud America per entrambi gli artisti e le 80 opere esposte chiariscono i punti di contatto sia nella sfida alle convenzioni sia nello stravolgimento della funzione di oggetti comuni.
Jeff Koons è l’artista per eccellenza che ha ripreso e trasformato l’incanto e il desiderio infantile verso i giochi in un feticcio per adulti che rispecchia l’individualità estrema della società moderna nascosta dietro a un banale giocattolo.
Probabilmente sta ancora festeggiando il recentissimo record in asta che l’ha – di nuovo – incoronato l’artista vivente più pagato al mondo. “Rabbit”, scultura in acciaio inox del 1986 è stata venduta lo scorso maggio a 91,1 milione di $ ad un’asta Christie’s a New York.

 

Jeff Koons

Jeff Koons, “Balloon Dog (Orange)“, 1994-2000
Acciaio inossidabile lucidato a specchio con rivestimento di colore trasparente

 

Damien Hirst (Bristol 1965), uno dei fondatori di Frieze, è un altro “enfant terrible” dell’arte contemporanea: uno dei suoi obiettivi è quello di stupire e provocare uno shock negli spettatori e nell’opinione pubblica.
Hirst non ricerca più la manualità dell’autore dell’opera d’arte ma cerca di trasmettere idee e di creare quasi un marchio, come prima di lui aveva fatto Andy Warhol. Di lui riprende l’utilizzo di oggetti quotidiani e da Duchamp il ready made, ma li modella e trasforma trasponendoli su esseri viventi.
Il capofila dei Young British Artists si è sempre concentrato sulle riflessioni attorno al tema della morte e si è fatto notare in special modo per le opere che hanno visto protagonisti animali in formaldeide o per il celebre teschio ricoperto di diamanti “For the love of God”, perfetto connubio di ironia e macabro, oggetto del desiderio e repulsione.
L’esorcizzazione della morte attraverso la medicina ha preso forma in opere che riproducono teche specchianti di medicinali con le pillole esposte come se fossero pietre preziose, a significare un’ammirazione quasi sacrale verso i rimedi contro la morte ma anche una riflessione sulle dipendenze odierne.
Tra queste il fumo ha un posto di rilievo, anche per il suo stretto legame con la morte, e non a caso Hirst gli ha dedicato più di un’opera: tra queste “Party time” (1995) è un posacenere gigante riempito con mozziconi e pacchetti vuoti, quasi una piscina in cui buttarsi.

 

Damien Hirst

Damien Hirst, “Lullaby Summer”, dettaglio, 2002
Vetro, acciaio inossidabile, nichel, resina fusa, intonaco colorato e pillole verniciate con trasferimento a secco

 

Sulla stretta simbiosi tra arte e vita si è sempre mossa Yayoi Kusama (Giappone 1929), che vive volontariamente in un manicomio di Tokyo da circa 40 anni.
Le sue opere si muovono tra pazzia, divertimento e genialità, grazie al loro grande potere di interazione con lo spettatore.
Ha sofferto di allucinazioni fin da giovane, visioni che ha trasposto nelle sue opere regalando agli spettatori la sua visione del mondo, ricca di suggestioni. Non solo zucche e pois ripetuti ossessivamente ma anche installazioni immersive come le “Infinity Mirrors rooms” – stanze ricoperte di specchi che giocano con i mille rimandi tra zucche, pois e l’immagine riflessa degli spettatori.
Ripetuti ossessivamente i pois ricoprono l’arredamento di intere stanze o vanno a ornare tentacoli che spuntano dal pavimento e dal soffitto in installazioni che piacciono a tutti.

 

Yayoi Kusama

Yayoi Kusama, “Infinity Mirrored Room – All the Eternal Love I Have for the Pumpkins”, 2016
Legno, specchi, plastica, acrilico e luci a led

 

Un altro artista che ci coinvolge in modo divertente giocando con il senso dell’orientamento è Carsten Höller (Bruxelles 1961), artista che crea spesso opere ludiche il cui scopo è attivare negli spettatori tutti i 5 sensi innescando sensazioni adrenaliniche ed emozioni legate ai giochi d’infanzia, come nel caso degli scivoli.
L’artista gioca con lo spaesamento ed esplora le contraddizioni dentro di noi, come nel caso dell’opera “Upside Down Mushroom” alla Fondazione Prada di Milano, che mette in atto un rovesciamento della realtà.

 

Carsten Höller, “Upside Down Mushroom Room”, 2000
Fondazione Prada, Milano

 

Anche Paul McCarthy (USA 1945) gioca con sensi e con il subconscio dello spettatore con opere provocatorie, inquietanti, politicamente impegnate, che mirano a una critica del consumismo e a mettere a nudo le nostre paure e nevrosi, smascherando gli inganni che si celano dietro alla promessa del sogno americano.
Noto per la sua vasta e varia produzione che comprende performance, fotografia, scultura, film, installazioni multimediali, disegno e pittura; agli esordi della sua carriera artistica cerca di rompere i limiti della pittura usando “materiali” insoliti come fluidi corporei e cibo.
McCarthy si appropria di icone della cultura popolare e dell’infanzia come gli gnomi, Heidi, Babbo Natale, Barbie riformulandoli in versione violenta e giocando con il subconscio dello spettatore.
Le immagini brutali, esplicite e spesso ripetitive provocano un sovraccarico sensoriale suscitando sentimenti di disagio e disgusto: l’artista supera qualsiasi tabù e rompe tutte le regole sociali.
Dai primi anni ‘80 McCarthy sviluppa una serie di collaborazioni con Mike Kelley, altro artista legato alla controcultura: la sinergia tra i due porta alla creazione di “Heidi”, video del 1992 che mette in scena i risvolti inquietanti del famoso racconto per bambini.

 

Paul McCarthy

Paul McCarthy, “White Snow” Dwarf, Bashful”, 2016
Silicone, fibra di vetro, acciaio

 

Come McCarthy, anche Mike Kelley (Detroit 1954 – Los Angeles 2012) si è sempre interessato alla cultura di massa americana esaminandola a fondo per far emergere le contraddizioni nascoste.
Ha esplorato diversi temi come le relazioni tra diverse classi sociali, la sessualità, la religione, i ricordi repressi e la politica, apportando a questi argomenti una critica incisiva e un grande umorismo spesso autoironico.
Noto soprattutto per il suo lavoro con oggetti che evocano i ricordi legati all’infanzia e all’adolescenza, come pupazzi di peluche, bambole e fotografie scolastiche, nel corso della sua carriera ha esplorato qualsiasi tipo di medium: disegno, scultura, musica, video, spettacoli, fotografia e pittura.
Nel progetto “Educational Complex” (1995) l’artista analizza i traumi adolescenziali e critica le rigide regole della società e le imposizioni educative alle quali siamo costretti a sottostare.
Tra le sue opere più note “Deodorized Central Mass with Satellites” (1991-99), coloratissimi peluche cuciti insieme che formano sculture arcobaleno sospese che ad un primo sguardo evocano la magia dell’infanzia.

 

Mike Kelley

Mike Kelley, “Deodorized Central Mass with Satellites“, 1991-1999
Installazione composta da animali di peluche cuciti su telai di legno e rete metallica, materiale da imballaggio in polistirolo, deodoranti in fibra di vetro, lacca per auto, funi di nylon

 

Claes Oldenburg (Stoccolma 1929) si è concentrato sul tema del consumismo e sulle abitudini alimentari odierne ed è famoso in tutto il mondo per opere monumentali e divertenti che riprendono un immaginario tipicamente americano: dal volano per il budminton ai birilli da bowling, dal gigante hamburger all’enorme cono gelato precipitato su un grattacielo di Colonia.
I suoi lavori sono spesso fortemente legati al territorio dove l’opera trova collocazione, come testimonia “Ago, filo e nodo” (2000) realizzato in collaborazione con Coosje van Bruggen in Piazzale Cadorna a Milano, omaggio al mondo della moda e chiaro riferimento alle linee metropolitane nei colori utilizzati per il filo.

 

Claes Oldenburg,

Claes Oldenburg, “Dropped Cone”, Neumarkt Galerie Colonia, Germania, 2001
Acciai inossidabili e zincati, plastica rinforzata con fibre, legno verniciato

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

 

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