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ron mueck Archivi - Linda Bajàre

Avete il senso dell’umorismo?

-Parte III-

Eccoci alla terza parte che vi racconta l’arte e gli artisti contemporanei più ironici, quelli che ci hanno strappato un sorriso ma anche portati a riflettere su tematiche serie e attuali.

Vediamo quali sono!

Come abbiamo visto, nel corso del tempo molti artisti hanno riflettuto sul diritto di rivendicare l’idea originale di un’opera d’arte e si sono interrogati sull’aura che circonda il mito dell’artista.

Anche Gavin Turk (Inghilterra 1967) – esponente dei YBA – tratta questo tema riflettendo sul concetto di autenticità e paternità della creazione artistica e in molti suoi lavori riprende opere iconiche di grandi artisti del passato esplorando il potere simbolico delle opere d’arte e l’aura quasi sacra che le circonda.

Ottiene un’immediata notorietà nel 1991 quando – in occasione della tesi finale al Royal College of Art – propone “Cave”, installazione in cui in uno spazio completamente bianco una semplice placca blu commemora la sua presenza: “Gavin Turk, Sculptor, worked here, 1989-1991”.

L’ispirazione ironica viene dalle targhe commemorative poste sui muri dei palazzi cittadini ed è proprio grazie a quest’idea divertente che Turk viene notato da Charles Saatchi e invitato a esporre con i Young British Artists, entrando così a far parte del gruppo dei celebri artisti britannici emersi alla fine degli anni ’80.

Avete mai sentito dire “questo lo potrei fare anche io?”, ecco: lui l’ha fatto!

La sua personale ricerca lo porta a rielaborare in chiave giocosa opere come – per esempio – l’action painting di Jackson Pollock, le serigrafie di Andy Warhol, i ricami di Alighiero e Boetti, Piero Manzoni, Salvador Dalì, Enrico Castellani, così come “La Fine Di Dio” di Lucio Fontana.

Il sarcasmo non è solo concettuale o autoreferenziale, ma ironizza anche sulle dinamiche del mercato dell’arte contemporanea che impone alcuni “must have”, nomi irrinunciabili in ogni collezione che si rispetti.

“È l’opera d’arte che fa l’artista o è l’artista che rende famosa l’opera d’arte?”.

Turk si diverte con il concetto della possibilità di riprodurre reinterpretando l’idea che sta alla base della creazione artistica.

In queste rivisitazioni l’artista inglese lascia spesso una sorta di riconoscimento personale che può essere il suo nome ricamato negli arazzi, lui stesso come soggetto nelle serigrafie o le sue iniziali nei concetti spaziali.

Dall’interpretazione di queste opere si può dedurre come Gavin Turk abbia non solo la piena padronanza delle più diverse tecniche artistiche come scultura, pittura, fotografia, ma anche come sia evidente la sua capacità di assimilazione e identificazione con gli artisti più diversi.

Gavin Turk, “Land and Sky”, 2012

Embroidery on canvas

Gavin Turk, “Refuse”, 2012

Bronzo dipinto

 

Sono impegnati in installazioni ironiche anche Micheal Elmgreen (Danimarca 1961) e Ingar Dragset (Norvegia 1969), Elmgreen and Dragset – sodalizio artistico nato nel 1995 i cui lavori si collocano a metà tra arte e architettura e giocano sull’effetto straniante della ricontestualizzazione di oggetti quotidiani e sulle riflessioni che possono sorgere da connubi inediti e spiazzanti.

Le loro “Powerless Structures” sono installazioni che ribaltano le regole dello spazio e della fisica con il chiaro intento ironico e polemico di creare contesti paradossali; spesso i loro interventi di scultura pubblica ricontestualizzano anche il luogo in cui l’opera viene collocata, come nel caso di “Short Cut” (2003 – in collaborazione con Fondazione Nicola Trussardi e Massimo de Carlo), installazione dall’effetto decisamente straniante che vede protagonista una Fiat Uno con roulotte al traino. Il turismo di massa e gli stereotipi italiani sono serviti: la targa di Napoli, la mappa di Rimini e l’utilitaria hanno il sapore delle vacanze nazional-popolari anni ‘80.

Uno scandalo? Forse. Ma le signore del “salotto buono” milanese li avranno di sicuro perdonati visto che nel 2005 hanno realizzato una boutique di Prada completa di accessori – “Prada Marfa” – nel bel mezzo del deserto del Chihuahua, per placare la sete di shopping.

L’umorismo di Elmgreen and Dragset li ha portati a omaggiare l’anniversario di nascita di Vincent Van Gogh (30 marzo 1853) con una piscina di 4 tonnellate a forma di orecchio, “Van Gogh’s Ear”, installazione collocata nel 2016 a mezz’aria all’ingresso del Rockefeller Center di New York.

Elmgreen and Dragset, “Short Cut”, 2003

Installazione

Elmgreen and Dragset, “Van Gogh’s Ear”, 2016

Installazione

 

Un’altra collaborazione artistica che negli ultimi 20 anni ha sviluppato un corpus di lavori sperimentali e molto variegato è formata da Jennifer Allora (Porto Rico 1974) e Guillermo Calzadilla (Cuba 1971), Allora & Calzadilla – che nelle loro opere spaziano tra diversi media come la scultura, la fotografia, l’installazione, i video e la performance.

Il tono scanzonato e allegro non deve ingannare, perché il duo è fortemente impegnato sul fronte storico e politico affrontando tematiche socio-culturali che riflettono e indagano le fratture interne alla società odierna.

Fin dal 1995, anno di nascita del loro sodalizio, si sono concentrati sull’esplorazione degli aspetti sociali e politici del vivere contemporaneo. Giocando sui controsensi della società occidentale le loro sculture, performance e installazioni creano situazioni e immagini spiazzanti, riconoscibili ma nello stesso tempo stranianti.

L’intento ironico e polemico insito nelle loro opere li ha portati alla creazione di sculture all’apparenza leggere e divertenti come “Hope Hippo” (2005), ippopotamo a grandezza naturale che vuole essere una rappresentazione critica e una presa in giro dei monumenti militari equestri.

Nel 2011 hanno rappresentato l’America in occasione della 54ª Biennale di Venezia, mettendo in scena una riflessione sulle ossessioni della super potenza mondiale, tra contraddizioni e falsi miti.

Accoglieva il pubblico del padiglione “Track and Field”, carro armato rovesciato e trasformato in tapis roulant dove a intervalli regolari si allenava un vero atleta, tra un rumore stridente di cingoli e ferraglia, inquietante mix di primati sportivi e guerre – non sempre – vinte.

Il sarcasmo di Allora & Calzadilla fa capolino non solo nelle grandi installazioni ma anche in opere dalle dimensioni più contenute, come “Bandage”( 2011), fedele riproduzione in metallo di un banale cerotto.

Allora & Calzadilla, “Hope Hippo”, 2005

Installazione

Allora & Calzadilla, “Track and Field”, 2011

Installazione

 

Proseguendo con le collaborazioni artistiche, in Italia sono Bertozzi e Casoni a portare l’ironia nel quotidiano giocando con la messa in scena delle – cattive – abitudini della società attuale tra consumismo, sprechi e decadenza.

Utilizzando unicamente la ceramica, lavorata con una maestria eccezionale, Giampaolo Bertozzi (Borgo Tossignano 1957) e Stefano Dal Monte Casoni (Lugo 1961) raggiungono risultati impressionanti mostrando le potenzialità di un medium a volte ritenuto – a torto – di seconda categoria.

La collaborazione avviata nel 1980 diventa a partire dagli anni ’90 più concettuale, per poi aprirsi a sperimentazioni tecniche verso una resa sempre più oggettiva e realistica degli oggetti prescelti.

Nei loro lavori l’iperrealismo che inganna il senso della vista e il virtuosismo tecnico-artigianale della loro arte prendono forma in opere concettuali e in accostamenti coloratissimi, ironici e spesso spiazzanti.

Oltre al tema del memento mori e della vanitas, Bertozzi e Casoni si dedicano anche alla rappresentazione oggettiva del presente; tutto ciò che è effimero e deperibile diventa icona e opera d’arte, metafora della condizione umana: confezioni di detersivo, vettovaglie e piatti sporchi sono una critica al consumismo del vivere contemporaneo mentre gli armadietti per medicinali, simboli di aiuto ma anche di dolore e malattia sono stracolmi di sigarette, teschi e oggetti ammuffiti.

Gli istanti di vita quotidiana sono cristallizzati per sempre in una “epopea del trash” – come loro stessi l’hanno definita – che immortala l’ossessiva accumulazione dell’odierna società dei consumi verso prodotti usa e getta, futili e superflui.

Sono attualmente in mostra fino al 20 novembre al MARCA di Catanzaro, con la personale “Bertozzi & Casoni. Terra!”.

Bertozzi & Casoni, “Avanzi”, 2001

Ceramica policroma

Bertozzi & Casoni, “Brillo Box”, 2008

Ceramica policroma

 

Ma uno dei più grandi rappresentanti dell’iperrealismo in scultura è stato Duane Hanson (USA 1925 – 1996), artista che più di tutti ha saputo ritrarre nei minimi dettagli tutti i difetti e le caratteristiche – talvolta buffe – della cultura americana.

Il suo “realismo dell’anonimato”, come è stato definito, diverte e stupisce per la minuziosità e la precisione dei dettagli che vanno a creare vere e proprie illusioni scultoree.

L’artista americano ha esordito affrontando tematiche sociali spesso trascurate dall’arte di quegli anni indagando sulle condizioni degli emarginati come i senzatetto e le minoranze etniche, impegno testimoniato da opere di denuncia come “Trash” (1967) o “Race riot” (1968), gruppo scultoreo che descrive la brutalità e i soprusi della polizia verso la minoranza di colore.

È solo agli inizi degli anni ’70 che Hanson inizia a concentrarsi sulla classe media americana, ricreando nei minimi dettagli persone a grandezza naturale che, grazie alla resa iperrealistica, suscitano sorpresa e divertimento.

Imbianchini, turisti, anziani, cameriere: la vera protagonista delle opere di Hanson è una folla banale ma spiazzante per la cura nei particolari – dai vestiti ai nei sulla pelle – inquietante per la somiglianza con persone reali che potremmo incontrare per strada appena girato l’angolo.

Impossibile non sorridere di fronte alla casalinga di mezza età in tenuta da casa accompagnata dal barboncino che dorme ai suoi piedi, oppure di fronte alla coppia di turisti americani con occhiali da sole, ciabatte, macchina fotografica e naso all’insù.

Proprio quest’anno la sua installazione “Lunchbreak” del 1989 è stata riproposta nella sezione Unlimited ad Art Basel Basilea. Gli operai edili riflettono perfettamente un istante reale e sembrano riposarsi dopo l’installazione di qualche stand in fiera.

Duane Hanson, “Tourist II”, 1988

Tecnica mista

Duane Hanson, “Lunchbreak”, 1989

Tecnica mista

 

Altro maestro dell’iperrealismo, anche Ron Mueck (Melbourne 1958) crea sculture curate nei minimi dettagli che rappresentano esseri umani fedelmente riprodotti ma dalle dimensioni alterate.

Spesso giganti, i suoi personaggi mettono in scena i sentimenti e la fragilità umana, amplificata a tal punto da provocare nello spettatore un senso di inquietudine.

Mueck, che in passato ha lavorato per il cinema e la televisione, ha esordito nel mondo dell’arte nel 1997 con “Dead Man”, opera creata in seguito della morte di suo padre: impossibile restare indifferenti di fronte alla fedele riproduzione in scala del piccolo corpo esangue.

La consacrazione definitiva avviene nel 2001 in occasione della 49ª Biennale di Venezia, quando negli spazi dell’Arsenale espone “Boy” (1999), un bambino alto 5 metri impaurito e rannicchiato sul pavimento.

Nelle sue opere mistero, paura e meraviglia sono legati a doppio filo e chi le osserva ha la sensazione di essere catapultato in un mondo fiabesco tra teschi, orchi giganti ma dall’aria vagamente offesa e faccioni dormienti un po’ imbronciati. Sembra quasi di sentirli respirare, come sembra di poter ascoltare i pettegolezzi sussurrati dalle due donne anziane nell’opera “Two Women” 2005, dure nello sguardo e critiche nell’atteggiamento.

Ron Mueck, “Boy”, 1999

Tecnica Mista

Ron Mueck, “Untitled (Big Man)”, 2000

Resina poliestere pigmentata su fibra di vetro

 

Continuando sul filone della scultura, non si può non nominare l’artista italiana Paola Pivi (Milano 1971), da sempre impegnata sul fronte dei problemi ambientali che utilizza medium e tecniche artistiche differenti spaziando dalla scultura all’installazione, dalla fotografia a performance che spesso includono animali vivi.

Questi ultimi, fuori dal loro contesto naturale, appaiono come una visione onirica provocando un effetto straniante sull’osservatore, disorientato da un’immagine reale ma intrisa di elementi fantastici.

Le immagini sospese create dall’artista giocano sul non senso, come l’asino in barca in mezzo al mare o il leopardo che cammina in mezzo a tazze di cappuccino.

Di sicuro la conoscete per i suoi famosi orsi con piume colorate, opere che hanno una componente ludica molto pronunciata, animali fosforescenti e giocosi che ci ricordano in modo leggero e scherzoso il grave problema dei cambiamenti climatici che sta costringendo molte specie ad adattarsi alle mutate condizioni ambientali.

Ironicamente gli orsi fluo della Pivi corrono ai ripari rispondendo al pericolo d’estinzione con un pratico cambio d’abito: alla folta pelliccia sostituiscono un leggero piumaggio, molto più adatto alle alte temperature.

I rimandi ai peluche rendono le opere di Paola Pivi ironiche e simili ai giochi per bambini, lasciando solo un’eco lontana della dimensione drammatica degli animali impagliati.

Paola Pivi, “Senza titolo”, 2003

Stampa fotografica montata su lastra DIBOND

Paola Pivi, “Ma’am”, 2016

Installazione

 

La dimensione ludica è parte integrante anche del lavoro di Takashi Murakami (Tokyo 1962), artista giapponese che ha delineato e di fatto fondato il movimento artistico postmoderno Superflat, caratterizzato da colori vivaci e da figure prive di prospettiva derivate dall’arte grafica.

Fortemente influenzato dai manga, dalla fantascienza, ma anche dalla pittura tradizionale giapponese, Murakami crea personaggi buffi e colorati, funghi sorridenti e mostri dai denti aguzzi diventati icone e simboli di temi complessi e delicati, che dietro l’apparente spensieratezza celano una denuncia contro l’emarginazione della subcultura otaku.

Famosa la sua collaborazione con Marc Jacobs per la casa di moda Louis Vuitton, per la quale a partire dal 2002 ha reinventato alcune tra le borse più iconiche della maison francese, portando una ventata di spensieratezza nel mondo della moda di lusso tra ciliegie, occhioni dolci e coloratissimi fiori.

Dal 2011, a seguito del terribile terremoto di Tohoku e della crisi nucleare di Fukushima, l’artista inizia a esplorare anche l’impatto che le catastrofi naturali hanno sulla civiltà e sulla cultura.

Terrore e gioia, aspetti ricorrenti nella cultura orientale, vengono proposti da Murakami in luminosi fiori sorridenti in contrasto a mucchi di teschi – vivacità di una vita preziosa e fragile contrapposta alla crudeltà del tempo che passa.

Takashi Murakami rilegge in chiave pop l’impatto della cultura occidentale sulla civiltà nipponica e il suo approccio all’arte supera i confini tra fantasia, moda, tecnologia e storia, dimostrando che tutte loro sono strettamente legate.

Takashi Murakami, “Flowers in Heaven”, 2010

Litografia

Takashi Murakami, “Skulls MCBST”, 2011

Litografia

 

In un periodo storico non facile come quello che stiamo vivendo prendere la vita – e l’arte contemporanea – con un pizzico di ironia aiuta a sdrammatizzare e a dare quel tocco di leggerezza che non guasta mai..

…. Smile!

P.S. Ci sono ancora molti artisti interessanti di cui potrei parlarvi, se voleste approfondire non esitate a contattarmi.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!