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Richard Prince Archivi - Linda Bajàre

Arte oltre i musei

Parte I

 

Non bisogna necessariamente andare nei musei per vivere l’emozione trasmessa dall’arte perché si fonde nella nostra quotidianità.

È in nostra compagnia tutti i giorni e la possiamo ritrovare negli abiti che indossiamo, negli oggetti di design che arredano le nostre case, sulle copertine dei nostri album musicali e nelle architetture avveniristiche delle nostre città.

Crollati i confini tra i diversi ambiti, le reciproche contaminazioni sono in continuo sviluppo: l’arte offre un contributo straordinario in quasi tutte le discipline, ispirando svariate personalità come architetti, designers, stilisti, grafici e pubblicitari.

Attingere dall’arte passata o contemporanea contribuisce alla nascita di creazioni uniche e originali, basti pensare ai traguardi raggiunti dal design: l’equilibrio tra funzionalità e bellezza lo avvicina e lo equipara sempre più spesso all’arte contemporanea.

I moderni edifici, prima ancora di rispondere a esigenze funzionali, definiscono un’immagine ben precisa avvicinandosi sempre di più al linguaggio peculiare dell’arte in un dialogo tra le due discipline sempre più complementare, in totale compenetrazione.

Nei musei di nuova generazione lo spazio che separa l’architettura dall’opera d’arte (il contenitore dal contenuto) è ormai annullato ed è emblematico di questo radicale cambiamento il Guggenheim di Bilbao progettato da Frank Gehry, opera d’arte a tutti gli effetti e attrazione turistica diventata il simbolo della città.

Le forme morbide del museo sono un perfetto esempio di decostruttivismo, corrente architettonica che si ispira alle opere dei costruttivisti russi degli anni ’20, che per primi infransero l’equilibrio della composizione classica per creare nuove geometrie.

Museo Guggenheim, Bilbao, Spagna

 

L’arte esce dalla tradizione per assecondare le nuove modalità di apprendimento via internet ed è possibile visitare musei, monumenti e siti archeologici di tutto il mondo gratuitamente e senza muoversi da casa.

L’esigenza di vivere un’esperienza culturale a 360° si traduce anche nella creazione di tour virtuali in molte città d’arte, il più recente promosso a Milano in occasione del 500enario della morte di Leonardo da Vinci.

Profili e forme tipiche dell’arte non hanno contagiato solo l’architettura e il design ma – come dicevamo – anche la moda dando vita a percorsi e scambi creativi unici e originali.

Basta osservare le passerelle di questi ultimi anni, ricche di omaggi e riferimenti all’arte non solo negli abiti ma anche nelle scenografie, spesso più vicine alla performance artistica che alla presentazione di collezioni stagionali.

L’effetto “museo” ha accompagnato spesso le sfilate degli stilisti olandesi Viktor & Rolf, dall’omaggio a Vincent Van Gogh del 2014 agli abiti che richiamavano l’action painting dell’anno successivo, ma la più sorprendente è stata la collezione dedicata a Picasso del 2016, quando hanno letteralmente trasformato le modelle in sculture viventi in un look monocromo asimmetrico tipico delle opere cubiste.

Immagini della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione P/E 2015

 

Immagine della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione A/I 2015-2016

 

Immagine della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione P/E 2016

 

Picasso stesso ha dato il suo contributo al mondo della moda creando un bottone per Coco Chanel e disegnando abiti teatrali per i Balletti Russi di Diaghilev – occasione in cui ha conosciuto la futura moglie e musa Olga Chochlova.

Pablo Picasso, bottone disegnato per Coco Chanel, 1920

Ceramica e smalto

 

Pablo Picasso, Sipario per il balletto “Parade” di Massine, 1917

Tempera su tela, 1050 x 1640 cm

Centre Pompidou, Parigi, Francia

 

Pablo Picasso, costume per il Prestigiatore Cinese per il balletto “Parade” di Massine, 1917

Victoria and Albert Museum, Department of Theatre and Performance, Londra

 

Moschino ha invece scelto di dare vita alle opere più famose del pittore spagnolo – dal periodo rosa a quello blu fino alle astrazioni cubiste – in una sfilata P/E 2020 a dir poco strepitosa.

Le modelle di Jeremy Scott – tra spalline giganti, cornici dorate e profili di donna scomposti – erano perfette opere d’arte viventi, personificazioni dei quadri del grande maestro.

Immagini della sfilata di Moschino, Collezione P/E 2020

 

La scelta di omaggiare e di ispirarsi all’arte non riguarda solo l’attualità: già in passato grandi stilisti hanno ripreso artisti e opere famose, come nel caso di Yves Saint Laurent con il “Mondrian Look” del ‘66, collezione che riprende i disegni geometrici del pittore olandese che ha fatto storia.

Yves Saint Laurent, “Mondrian Look”, 1966

 

Una trentina di anni più tardi è Gianni Versace a omaggiare Andy Warhol con un grande tributo in occasione della collezione P/E del 1991, proponendo le celebri serigrafie di Marylin Monroe e altre icone pop stampate su abiti di seta policroma.

Gianni Versace, Collezione P/E 1991

 

Sempre Warhol – dal ’62 al ’66 – ha creato a sua volta una serie di abiti ispirati alle proprie opere: “Fragile, handle with care” e “Campbell’s Soup Can” comunicano la forte critica nei confronti della società tipica della produzione dell’artista, il quale riesce a trasformare anche l’abito femminile in un’icona consumistica. Perfettamente nel suo stile, l’arte diventa merce e gli abiti diventano arte.

Andy Warhol, “Souper Dress”, “Brillo” e “Fragile, handle with care”, 1962-66

Abiti in carta, cellulosa e cotone

 

Il legame tra arte e moda si consolida sempre di più, rappresentato da frequenti partnership e collaborazioni tra maison e artisti contemporanei impegnati nella creazione di singoli pezzi o di capsule collection: oggi le opere d’arte si vedono sulle copertine di Vogue, nei video di rapper come Jay Z, sulle scarpe da ginnastica Nike o sulle borse di Louis Vuitton.

Proprio la casa di moda del gruppo LVMH di Bernard Arnault – che come vedremo è fortemente impegnato nel promuovere e sostenere l’arte – grazie al direttore creativo Marc Jacobs ha avviato alla fine degli anni ’90 una serie di collaborazioni con diversi artisti tra cui Cindy Sherman, Yayoi Kusama, Takashi Murakami e Richard Prince.

Le borse Monogram sono diventate alcuni degli accessori di moda più iconici e venduti del decennio, vere opere d’arte da indossare tanto che nella sede di Beverly Hills si è appena conclusa l’esposizione “Artistic collaborations exhibition” che ha celebrato i 180 modelli più affascinanti di sempre della Maison.

Collezionista a sua volta, Marc Jacobs ha di recente deciso di vendere parte della sua collezione da Sotheby’s in occasione delle aste newyorkesi di questo novembre: oltre 150 opere raccolte nell’arco di 20 anni, dai maestri impressionisti a Andy Warhol passando per Ed Ruscha, il pezzo forte della collezione.

 

Yayoi Kusama, borsa Monogram per Louis Vuitton, “Infinitely Collection”, 2012

 

Richard Prince, borsa “Monogram Jokes” per Louis Vuitton, Collezione P/E 2008

 

Alex Israel, borsa “ArtyCapucines” per Louis Vuitton, 2019

 

Rimanendo in Francia, la maison Celine si è spesso distinta per collezioni mutuate dal mondo dell’arte come la linea P/E 2017 ispirata alle famose performance antropometriche di Yves Klein.

Le silhouette dei corpi delle modelle sono impresse su abiti bianchi come tele in una tonalità che riprende l’International Klein Blue brevettato dall’artista francese.

Oltre a questo illustre omaggio, la casa di moda ha spesso collaborato con artisti contemporanei e l’ultimo in ordine di tempo è Christian Marclay per la collezione P/E 2019, artista che si è ispirato al mondo della musica e dei fumetti per una collezione che strizza l’occhio al rock.

A sinistra: Yves Klein durante una performance; a destra: Celine, Collezione P/E 2017

 

Christian Marclay per Celine, Collezione P/E 2019

 

Dior – a sua volta molto attiva nel campo dell’arte – ha annunciato di recente la collaborazione con 11 artiste donne per la 3ª edizione di Dior Lady Art, una collezione che lascia carta bianca alla reinterpretazione della borsa iconica.

È di quest’anno anche la capsule Dior Men firmata Kaws, che ha ridisegnato lo storico logo a forma di ape trasformandolo in uno spiritoso cartoon sullo stile dei personaggi che popolano le sue opere.

Non nuovo alle sperimentazioni anche fuori dall’ambito strettamente artistico, Kaws aveva già collaborato con Nike – Keith Haring è l’illustre precedente con le sneakers per Reebook e altri marchi – con Kenye West disegnando la cover dell’album “808s & Heartbreak” e persino nella grafica del profumo “Love for fairer sex” di Comme Des Garçon in collaborazione con il musicista Pharrell Williams.

Musica e arte si sono spesso intrecciate nel corso degli anni e – insieme a molte altre – rimarranno nella storia la banana di Andy Warhol sulla copertina del primo album dei Velvet Underground (uscito nel 1967), il “The best of” dei Blur disegnato da Julian Opie nel 2000 seguito nel 2003 da “Think Tank” illustrato dai graffiti di Banksy.

A dimostrazione che le contaminazioni tra i diversi ambiti sono sempre più profonde e complesse.

 

Keith Haring, sneakers per Adidas

 

Album “The Velvet Underground and Nico”, 1967

 

Anche per Marni il dialogo tra arte e moda rappresenta una continua fonte di ispirazione. Sally Smart, Ruth Van Beek e David Salle, Stefano Favaro e Christophe Joubert sono alcuni dei nomi legati alla casa italiana che di recente ha acceso i riflettori sul tema della sostenibilità e dell’ambiente, chiave di lettura ben visibile nella scenografia dell’ultima sfilata e nelle creazioni degli artisti Shalva Nikvashvili e Kazuma Nagai per la P/E 2020.

 

Anche Moncler ha scelto di sensibilizzare il proprio pubblico verso tematiche ecologiste e con un testimonial d’eccezione: l’artista cinese Liu Bolin, che è conosciuto come “l’uomo invisibile” per gli autoritratti fotografici nei quali si mimetizza perfettamente con l’ambiente circostante grazie a un body painting preciso al minimo dettaglio.

Fotografato da Annie Leibovitz per la collezione A/I 2018, Bolin scompare nel paesaggio magico e incontaminato islandese, immerso tra i ghiacci. La splendida idea di unire due talenti contemporanei è nata nel 2017 in occasione della campagna Moncler P/E ambientata a New York.

Non è la prima collaborazione dell’artista cinese per un marchio di moda: nel 2012 è diventato invisibile per la rivista Harper’s Bazaar collaborando con Lanvin, Jean Paul Gautier, Missoni e Valentino e nel 2015 per Guerlain. Nel 2017 in occasione delle sfilate newyorkesi ha anche debuttato come stilista creando una collezione di 24 pezzi per la P/E 2018, ispirata alla sua serie “Hiding in New York” del 2011.

Liu Bolin per Moncler, collezione A/I 2018

 

A volte le collaborazioni nascono anche grazie ad amicizie personali, come nel caso di Riccardo Tisci e Marina Abramovic che l’11 settembre 2015 ha ideato la scenografia della sfilata per festeggiare i 10 anni da direttore creativo di Givenchy. L’ambientazione asciutta tra i grattacieli di New York creata con materiali di recupero era metafora della ricostruzione sulle macerie, in omaggio a una data così simbolica.

Marina Abramovic, passerella ideata per Givenchy, Collezione P/E 2016, New York, 2015

 

Quando arte e vita si intrecciano nascono esperienze uniche destinate a fare storia, oggi come ieri: negli anni ‘30 Elsa Schiaparelli traspone la poetica surrealista su abiti e accessori grazie all’amicizia personale con artisti del calibro di Salvador Dalì, Man Ray e Jean Cocteau.

Da queste collaborazioni sono nati pezzi iconici come il cappotto con tasche a forma di cassetto disegnato da Dalì che si ispira proprio all’opera “Venere di Milo con cassetti” del 1936, la famosa stampa aragosta ricamata, l’abito scheletro o il cappello a forma di scarpa rovesciata (1933).

Salvador Dalì, Vestito “Skeleton”, 1938

Altre creazioni di Salvador Dalì per Elsa Schiaparelli

 

Un altro esempio odierno attuale è il legame tra l’artista veneto Nico Vascellari – compagno di Delfina Fendi – e la collaborazione con la casa di moda italiana, per la quale quest’anno ha giocato con il dualismo bene-male / luce-oscurità, ideando una passerella trasformata in una sorta di caverna.

Sono molte le collaborazioni intrecciate dalla casa di moda nel corso degli anni con svariati artisti come Hey Reilly.

Nel 2018 Fendi aveva sponsorizzato l’installazione “Revenge” di Vascellari al Maxxi di Roma, rafforzando così il legame con la capitale e con il mondo dell’arte, incrementato nel 2015 dal restauro della Fontana di Trevi e dall’apertura nel 2018 di Rhinoceros, sede definitiva della Fondazione Alda Fendi in un edificio storico ristrutturato da Jean Nouvel.

Il grande palazzo dell’arte unisce conservazione e innovazione offrendo un laboratorio culturale all’avanguardia in un quartiere che fino a oggi non aveva sfruttato a pieno le sue potenzialità.

Come vedremo in seguito, uno dei tanti benefici apportati dalle fondazioni è l’aver avviato processi di riqualificazione urbana: mentre a Milano Prada ha riabilitato un intero quartiere – sulla sua scia hanno aperto l’ICA e numerose attività commerciali – a Roma la Fondazione Alda Fendi ha acceso i riflettori su uno dei tanti luoghi dimenticati dalle istituzioni.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

Avete il senso dell’umorismo?

Maurizio Cattelan image

 

-Parte II-

Se state leggendo questo articolo significa che vi piace l’arte ironica e che vi siete divertiti leggendo la prima parte che abbiamo dedicato a questo particolare aspetto dell’arte contemporanea.

Come abbiamo visto, a partire dalla Pop Art divertimento e satira iniziano ad avere un ruolo maggiore nel mondo dell’arte contemporanea. Sempre più tagliente, l’ironia non risparmia niente e nessuno e diventa un efficace strumento in grado di veicolare in modo più incisivo il messaggio dell’autore.

Lo sa bene Banksy (Bristol 1974), artista e writer tra i maggiori esponenti della Street Art, che ha fatto dell’ironia e della clandestinità i suoi segni distintivi. L’identità segreta è una scelta morale ed estetica che rimarca la sua non-appartenenza al sistema e un ulteriore modo di combatterlo: l’utilizzo degli stencil, preventivamente preparati in studio, gli permette una rapida realizzazione che ben si adatta alle sue improvvise incursioni notturne in spazi pubblici senza essere mai stato scoperto, trucco che fa parte del suo “scherzo”.

La comunicazione diretta e il ricorso a un linguaggio semplice e incisivo raggiungono e interagiscono con un numero molto elevato di persone appartenenti a ceti ed età differenti.

La sua è un’arte di protesta verso la politica attuale, la cultura, le questioni etiche e sociali, che si esprime tramite una satira tagliente: spesso al limite del pudore, le sue opere affrontano argomenti “scomodi” e spesso taciuti, come nel caso di “Snorting Copper”, graffito apparso su un muro di Londra nel 2006 che raffigura un poliziotto intento a farsi una riga di cocaina.

In altre occasioni Banksy si fa portavoce della controcultura e guida una rivolta contro le grandi multinazionali che gestiscono e governano gran parte del pianeta con l’unico scopo di arricchirsi a discapito dei più deboli.

L’artista di Bristol rimaneggia immagini pubblicitarie e icone del nostro tempo come atto di denuncia sociale, spesso attingendo dall’estetica punk inglese degli anni ’70, come nel caso di opere che riprendono in chiave ironica e dissacratoria i ritratti della Regina Elisabetta o di Winston Churchill.

Il suo impegno politico, sempre molto forte, lo ha portato a prendere posizione rispetto alla questione palestinese e nel 2005 ha realizzato alcuni stencil sul muro divisorio in Cisgiordania. La sua presenza in un territorio così oppresso e delicato è culminata con l’apertura nel 2017 del Walled Off Hotel in Palestina, albergo che offre una visuale proprio verso il Muro.

I suoi interventi non hanno risparmiato nemmeno le opere dei grandi maestri del passato e la denuncia contro il consumismo fa la sua apparizione in “Ponte Giapponese” (1899), una delle opere più famose di Claude Monet: l’incanto del giardino di Giverny è turbato da carrelli della spesa abbandonati e coni segnaletici catarifrangenti (“Show Me the Monet”, 2005).

A trovare spazio nelle sue opere non solo personaggi e opere celebri ma anche animali – spesso altamente simbolici – come scimmie e ratti: questi ultimi sono tra i suoi soggetti preferiti, in quanto sono animali che vivono nell’ombra, rifiutati dalla società e quindi perfetta metafora che rappresenta gli “esclusi”.

Banksy ha saputo raccogliere e rielaborare il testimone lasciato da Keith Haring, al quale fa riferimenti chiari e diretti specie in “Choose your Weapon” (2005), opera che allude ai “Barking Dogs” dell’artista americano.

Non dobbiamo dimenticarci il grande colpo di scena in occasione dell’asta di Sotheby’s Londra nell’ottobre 2018, quando “Girl with Balloon” (2006) si è autodistrutta sotto gli occhi increduli dei presenti diventando la prima opera in assoluto realizzata durante un’asta d’arte. Se pensate che chi l’ha acquistata a 1.042.000 £ (interessi inclusi) si sia trovato con niente in mano vi sbagliate, perché sono sicura che al momento di riproporla sul mercato l’opera avrà acquisito un nuovo fascino e un valore straordinario.

L’ultimo intervento di Banksy che ha fatto parlare molto è stato la sua comparsa a Venezia durante l’apertura della Biennale nelle vesti di un venditore ambulante, in forte polemica con la questione dell’ingombrante e fastidiosa presenza delle navi da crociera, apparizione seguita dal murales nel quartiere Dorsoduro.

A proposito di Venezia, quest’anno la Serenissima ha rischiato di non essere inclusa nell’elenco del Patrimonio Unesco proprio a causa del turismo fuori controllo e del problema delle grandi navi che continuano a solcare le acque della laguna; tra l’altro lo scorso 2 giugno una nave da crociera si è scontrata contro un battello turistico riaccendendo le polemiche.

L’umorismo di Banksy ha centrato il problema, anticipando l’episodio quasi come un profeta.

Banksy, “Snorting Copper”
Banksy, “Snorting Copper”, Londra 2006
Graffito
Banksy Barcode
Banksy, “Barcode”, 2004
Serigrafia
Banksy, Happy Choppers
Banksy, “Happy Choppers”, 2003
Serigrafia

Nominato precedentemente, un altro esponente della street art è Keith Haring (USA 1958 – 1990), uno dei maggiori promotori del concetto di arte alla portata di tutti nell’effervescente New York degli anni ‘80, che ha eletto l’intera città a immensa tela da dipingere.

La scelta di realizzare opere nel contesto urbano non è solo un desiderio di esprimersi oltre i tradizionali canali artistici, ma abbraccia il significato simbolico di arte democratica e il successo internazionale delle sue opere ha contribuito alla diffusione delle forme d’arte negli spazi pubblici.

Colorate, semplici e immediate, le sue opere possono essere lette sia a un livello più superficiale come immagini giocose e infantili, sia a un livello ulteriore di significati più profondi che sfruttano un umorismo graffiante, puntando alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso alcuni temi sociali molto delicati.

Oltre a essere un artista acclamatissimo, Haring è stato anche imprenditore di sé stesso con la creazione di un brand di felpe, magliette e gadget proposte presso il suo Pop Shop di New York, che lo ha ulteriormente spinto verso una visibilità a livello globale.

Keith Haring
Keith Haring, “Ignorance = Fear”, 1989
Litografia
Keith Haring Andy Mouse
Keith Haring, « Andy Mouse », 1986
Serigrafia

Provocatorio e accattivante, anche Christopher Wool (Chicago 1955) si è sempre concentrato sull’immediatezza e sull’ironia dei doppi sensi, interessandosi in modo particolare alla rappresentazione visiva della lingua ricorrendo a diversi stili e utilizzando diversi medium quali la serigrafia, lo stencil, la vernice spray e la pittura.

Le sue opere composte da grandi lettere nere su fondo bianco mirano a una riflessione sulle tensioni attuali della società e diventano un mezzo per una critica all’estetica della rappresentazione artistica tradizionale: i giochi di parole taglienti, le frasi ironiche e i doppi sensi sono una parodia degli archetipi della pittura accademica.

Wool inizia a lavorare su tele composte da parole e frasi negli anni ’80, periodo in cui il movimento concettuale boicotta la pittura e una nuova generazione di artisti – tra cui Jean-Michael Basquiat e Richard Prince – si impone sulla scena internazionale.

L’artista ha inoltre subìto una forte influenza da parte dell’action painting di Jackson Pollock per quanto riguarda la pratica processuale della creazione delle opere, ma durante gli anni ’90 elegge la serigrafia come tecnica preferita, che utilizza tutt’ora. Lo stile disinvolto e fortemente intuitivo si riflette sulla tela in sbavature, sovrastampe e “imperfezioni” che concorrono a rendere le sue opere uniche.

In una delle sue serie più note, “Black Book Paintings” (1989-1990), le parole sono suddivise verticalmente su tre livelli e il concetto, pur rimanendo comprensibile nella sua totalità, si arricchisce di secondi significati.

Christopher Wool Assassin
Christopher Wool, “Assassin”, 1989
Serigrafia
Christopher Wool If You
Christopher Wool, “If You”, 1992
Smalto su alluminio
Christopher Wool
Christopher Wool, “Untitled”, 2005
Smalto su alluminio

Ha riflettuto sul linguaggio e sui concetti anche Richard Prince (Panama 1949), pittore e fotografo che a partire dal 1977 si afferma come uno dei pionieri dell’appropriazione nell’arte contemporanea e il suo rimaneggiamento più celebre è la famosa serie “Cowboys” (1980-1992), nella quale ha ri-fotografato la campagna pubblicitaria di una nota marca di sigarette. La controversa operazione concettuale, fortemente ironica, è una critica verso lo stile di vita americano e il potere che le immagini pubblicitarie hanno sulla mente umana. Così come le infermiere della serie “Nurse” (2003), tratte da copertine di romanzi economici di serie C, hanno qualcosa di seducente ma anche di molto inquietante.

Richard Prince ha quindi sempre provocato polemiche su questioni relative alla proprietà intellettuale e anche la recente serie “New Portraits” (2015), in cui ogni pezzo è un’immagine presa da Instagram, indaga i problemi odierni legati alla privacy e al controllo che abbiamo su noi stessi e sulle informazioni che consapevolmente mettiamo in rete.

Questi scatti, presi in prestito da alcuni dei suoi followers, ingigantiti e rivenduti a cifre che si aggirano intorno ai 100.000$ hanno creato malcontenti sfociati in cause legali e la cosa divertente è che non è la prima volta che l’artista finisce nei guai per violazione del diritto d’autore, come ad esempio già nel 2013 la pratica del ready-made l’aveva portato in tribunale contro il fotografo Patrick Cariou, causa poi vinta da Prince.

Ma non finisce qui: anche di recente ha avuto problemi con due fotografi professionisti, Dennis Morris e Donald Graham, nonché con la sua ex galleria Gagosian, ma in questo caso i motivi della rottura non sono noti.

Le opere più divertenti e scanzonate restano le sue barzellette, che a partire dalla metà degli anni ’80 hanno sfidato i canoni tradizionali della pittura dell’epoca, giocando sull’idea di creare un’opera d’arte che è in realtà la rappresentazione di uno scherzo. Le sue battute trasposte su tele dai colori accesi e allegri sono però molto più di frasi spensierate, in quanto rivelano tensioni spesso sepolte sotto la superficie delle interazioni sociali.

Queste frasi, dalla resa quasi pubblicitaria e didascalica, fanno parte di una più ampia ricerca dell’artista, che mira a ridefinire i concetti di paternità e di aura dell’opera d’arte tramite un processo di appropriazione di immagini tratte dai mass-media, dalle pubblicità e dall’intrattenimento tipico degli anni ‘70.

Prince utilizza diversi medium come disegni, installazioni, dipinti e fotografie che mettono in luce come le icone moderne e più in generale anche l’identità americana siano state studiate appositamente per incoraggiare il consumismo.

Richard Prince
Richard Prince, «Untitled», 1995
Acrilico e inchiostro serigrafico su tela
Richard Prince
Richard Prince, “Untitled (Fireman joke)», 1987
Acrilico su tela

Invece George Condo (USA 1957) utilizza un linguaggio fantasioso che rende omaggio alla ritrattistica tradizionale dei grandi maestri europei del passato, rielaborati e mescolati a icone della cultura americana contemporanea come personaggi dei fumetti e dei cartoni animati: la fusione tra i due canoni estetici crea uno specchio dei costumi sociali contemporanei.

È a partire dagli anni ’80 che Condo inizia a inserire nei suoi lavori un mix di umorismo, ironia e venerazione verso artisti come Rembrandt, Goya, Caravaggio, Mirò, Picasso – abbracciando l’intero spettro dell’arte europea e americana.

Lo stile eclettico dell’artista è caratterizzato da figure dinamiche, colori vivaci che incorporano elementi surreali ed espressionisti, dalla Pop Art ai personaggi Disney: nascono così i dipinti grotteschi popolati da personaggi bizzarri caratterizzati da occhi sporgenti, corpi astratti, guance prominenti e bocche mordaci che riflettono l’isteria e le paranoie della società odierna.

L’artista ha coniato il termine “Realismo artificiale” per descrivere il suo lavoro, che opera una scomposizione della realtà poi ricostruita secondo l’ordine personale dell’autore, una sorta di cubismo psicologico che mira a descrivere i diversi stati d’animo dei suoi personaggi. Il riferimento a Picasso non è casuale: a 13 anni George Condo vede un’opera dell’artista spagnolo pubblicata su un giornale e da quel momento diventerà una delle sue maggiori fonti d’ispirazione.

In questi ultimi anni l’artista americano è molto apprezzato dal mercato che diverte i grandi intenditori dell’arte, diventando uno degli artisti più richiesti anche per quanto riguarda gli investimenti.

George Condo
George Condo, “Little Ricky”, 2004
Olio su tela
George Condo
George Condo, immagine da Art Basel 2019

Un altro artista che rivisita icone dell’arte è Francesco Vezzoli (Brescia 1971), uno degli artisti contemporanei italiani più affermati, esplora il potere della cultura popolare utilizzando diversi mezzi espressivi tra cui il ricamo, la scultura, la videoarte e la performance.

Lo studio del linguaggio mediatico e televisivo lo porta a un’analisi degli stereotipi della cultura contemporanea e dell’influenza della pubblicità sulla mente umana, ricerca che si traduce in lavori che si muovono tra citazioni storiche e cultura figurativa contemporanea. Performer, lui stesso diventa soggetto delle sue opere, impadronendosi di immagini già conosciute.

Emulando gli schemi tipici del cinema e della pubblicità, Vezzoli affronta l’ambiguità che ci impedisce di distinguere la realtà dalla finzione in un’analisi dei miti e delle icone della cultura popolare.

Questi temi vengono affrontati sia in cortometraggi che mettono in scena fantomatiche produzioni televisive, sia in ritratti di personaggi famosi – spesso in bianco e nero – che piangono lacrime dorate ricamate all’uncinetto: il seducente linguaggio della pubblicità lascia il posto a una contemplazione profonda dei sentimenti e delle ossessioni che colpiscono l’animo umano.

Vezzoli ha inoltre rivisitato l’opera “Forme uniche nella continuità dello spazio” di Boccioni, aggiungendo un tacco 12 alla famosa scultura futurista simbolo del progresso e del movimento. Il bronzo “Unique forms of continuity in high heels (after Umberto Boccioni)” del 2012 mira a ridicolizzare il fascismo tramite una satira tagliente e nello stesso tempo aggiunge un tocco di glamour al Futurismo.

Francesco Vezzoli
Francesco Vezzoli,
“Unique forms of continuity in high heels (after Umberto Boccioni)”, 2012
Bronzo
Francesco Vezzoli
Francesco Vezzoli, “Cassandra Crying”, 2016
Stampa su tela con ricamo metallico

Ha fatto di irriverenza e ironicità la sua cifra stilistica anche Maurizio Cattelan (Padova 1960), che ha spesso suscitato e volutamente cercato dibattiti e polemiche.

Le sue opere includono sculture, performance e azioni provocatorie come nel 1997, quando invitato alla 47ª Biennale di Venezia presenta l’opera “Turisti”, 200 piccioni imbalsamati posti sulle travi del padiglione italiano. Nel visitare lo spazio prima della manifestazione Cattelan aveva notato l’abbandono e il degrado imperversanti uniti alla presenza di molti piccioni: decide quindi di “lasciare tutto come l’ha trovato”.

Una delle sue opere più ironiche è forse il suo autoritratto che sbuca dal pavimento (presentata per la prima volta nel 2001 al Museo Boymans-van Beuningen di Rotterdam) meravigliato di trovarsi in una sala espositiva.

L’installazione era stata contesissima durante un’asta Sotheby’s a maggio 2010 e l’aggiudicazione a 7,92 milioni di $ (diritti esclusi) a un acquirente rimasto nell’ombra gli aveva valso il titolo di artista italiano vivente più caro.

Sicuramente scandali e provocazioni hanno avuto un forte peso nella carriera artistica di Maurizio Cattelan come quando nel 2004 ha esposto tre bimbi-manichini impiccati alla quercia di Piazza XXIV Maggio a Milano – installazione volta a sensibilizzare l’opinione pubblica verso il problema delle violenze domestiche – ritenuta offensiva della sensibilità e del decoro pubblici. Senz’altro è una forma di comunicazione molto spinta che richiede capacità interpretative non banali.

Ha fatto molto parlare di sè anche nel 2010 con la provocatoria “L.O.V.E.” – sigla di Libertà, Odio, Vendetta, Eternità – una scultura in marmo di Carrara di 11 metri che campeggia in Piazza Affari a Milano di fronte alla sede della Borsa, edificio costruito durante il fascismo. L’opera raffigura una mano intenta nel saluto fascista ma con tutte le dita mozzate eccetto il dito medio, volgare gesto di irriverenza contro il fascismo e il mondo della finanza.

Oltre a quelle citate, Cattelan ha creato un notevole corpus di opere volte a far riflettere l’opinione pubblica su temi che ci riguardano tutti da vicino.

Proprio recentemente, avrete sentito parlare di un’altra sua opera, un water d’oro di 18 carati intitolata “America” rubata a pochi giorni dall’inaugurazione della sua nuova retrospettiva a Blenheim Palace, dimora inglese dove è nato Winston Churchill.

Di sicuro il furto ha accresciuto e non di poco l’aura già particolare che circondava quest’opera interattiva – una satira sull’eccessiva ricchezza ostentata dagli Stati Uniti – realizzata nel 2016 e installata al Guggenheim di New York per quasi un anno, durante il quale circa 100 mila persone hanno potuto ammirarla e utilizzarla.

La scultura aveva già fatto parlare di sé quando Nancy Spector, curatrice della mostra, l’aveva proposta alla Casa Bianca al posto del Van Gogh richiesto in prestito ma ritenuto troppo delicato per essere spostato.

Il water d’oro stimato circa un milione di sterline, era già stato ironicamente collegato a Trump – che tra l’altro ha un’adorazione per il prezioso materiale – anche se il richiamo al Presidente è sempre stato smentito dall’artista italiano.

Nelle motivazioni per la particolare scelta la Spector ha spiegato come “il lavoro incanala perfettamente la storia delle avanguardie artistiche del 20º secolo”, ma il sarcasmo era fin troppo evidente.

L’opera sarebbe stata ispirata alle disuguaglianze di reddito e al ciclo iniziato con la fontana di Duchamp (1917) e proseguito con la “Merda d’artista” di Piero Manzoni del 1961.

“America” si pone come un supremo gesto di disprezzo per il denaro e con il suo titolo aggiunge all’ironia duchampiana ulteriori interrogativi, anche per la sua data di nascita che – quasi – coincide con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca.

Intellettualmente, l’opera di Cattelan implica diversi significati, quasi unendo concetti e valenze delle due opere citate: mentre “Fountain” era stata considerata senza valore economico, tanto che l’amico di Duchamp Alfred Stieglitz l’aveva buttata via, la “Merda d’artista” aveva il valore del peso dell’oro.

È quindi spontaneo chiedersi perché l’opera sia stata rubata: meraviglia concettuale o 103 kg d’oro?

 


Maurizio Cattelan, “Senza titolo”, 2001
Tecnica mista

Maurizio Cattelan, “America”, 2016
Oro
Maurizio Cattelan
Maurizio Cattelan, “L.O.V.E.”, 2010
Marmo di Carrara

Come avete visto l’ironia e la leggerezza – a volte solo apparenti – non mancano nel mondo dell’arte contemporanea e nel mondo di oggi gli artisti hanno eletto sempre di più la performance e l’installazione come media ideali in quanto si prestano perfettamente a creazioni di ogni sorta.

Non sempre il senso dell’umorismo è sinonimo di leggerezza, spesso il significato di molte opere è da ricercare oltre la superficie.

Ci sono ancora molti artisti di cui vale la pena parlarvi, li scoprirete presto nel prossimo articolo!

A presto!

 
Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

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