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Olafur Eliasson Archivi - Linda Bajàre

Arte oltre i musei

Parte II

 

Come abbiamo visto, investire nell’arte è diventata una prassi comune per le grandi aziende di moda e questa forma di nuovo mecenatismo si affianca sempre di più alle iniziative istituzionali, non senza una certa audacia unita a possibilità economiche elevate, con il merito di riuscire a mostrare al grande pubblico anche collezioni private altrimenti rese inaccessibili.

Le numerose fondazioni hanno assunto negli ultimi anni un ruolo di grande peso nella promozione dell’arte contemporanea e nella divulgazione del lavoro di artisti più o meno emergenti, oltre ad aver avviato processi di riqualificazione urbana creando nuovi poli di attrazione grazie a spazi espositivi firmati da noti architetti, non solo “contenitori” ma vere e proprie opere.

Oltre alla già citata Fendi, in Italia è la Fondazione Prada con le sue due sedi – Milano e Venezia – a portare avanti un impegno culturale all’avanguardia anche rispetto alle esperienze europee e progetti innovativi a lungo termine sostenendo giovani artisti non ancora affermati.

Nata nel 1993 per volere di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, l’attuale sede milanese è una sorta di campus che invita all’interazione attraverso diversi linguaggi e discipline come cinema, musica, letteratura, filosofia e scienza nel contesto artistico.

Quest’anno il Design Museum di Londra avrebbe in programma una grande retrospettiva alla casa di moda italiana, mettendo in luce l’innovazione e l’approccio creativo che caratterizza l’attività dell’azienda e ulteriore prova che arte, moda e design sono legati a doppio filo.

Fondazione Prada, Milano

 

Sempre a Milano la Fondazione Trussardi – istituzione “nomade” nata nel 1996 – porta avanti progetti che mettono in dialogo arte contemporanea e spazi cittadini attraverso l’occhio di artisti internazionali.

Tra i tanti progetti, “Short Cut” di Elmgreen & Dragset del 2003; la personale di Sarah Lucas all’Albergo diurno Venezia di Milano nel 2016 e quest’anno l’installazione di Ibrahim Mahama ai bastioni di Porta Venezia.

In occasione di Miart 2020 era prevista l’installazione “The collectivity project” – ora rinviata a data da destinarsi – dell’artista danese Olafur Eliasson, che avrebbe invitato i visitatori a costruire una città ideale con i mattoncini Lego.

A capo della Fondazione che vanta prestigiose collaborazioni con la Tate Modern di Londra, la Kunsthaus di Zurigo e la Biennale di Venezia, sono le donne della famiglia Trussardi: Beatrice, Maria Luisa e Gaia sostenute a loro volta da mecenati privati e da aziende che partecipano in qualità di sponsor.

Elmgreen & Dragset, “Short Cut”, Milano 2003

 

In Italia sono nati molti importanti progetti grazie alla lungimiranza di personalità legate alla moda con una forte passione per l’arte: a Reggio Emilia il desiderio di Achille Maramotti – fondatore di Max Mara e appassionato collezionista – di creare una raccolta d’arte contemporanea prende forma già negli anni ’70. Le opere, rappresentative delle tendenze artistiche dal 1945 a oggi, in principio vengono esposte in alcuni spazi dello stabilimento fino al 2003, quando il vecchio complesso di Reggio Emilia verrà trasformato in uno spazio espositivo vero e proprio dedicato sia alla collezione permanente sia a mostre temporanee per artisti emergenti.

La collaborazione con la Whitechapel Gallery ha portato inoltre alla nascita del Max Mara Art Prize for Women, premio biennale volto al sostegno di giovani artiste donne residenti nel Regno Unito.

Un altro riconoscimento importante è il Premio Furla – giunto ormai alla 10ª edizione – che ha visto avvicendarsi nel ruolo di consulenti artistici e presidenti di giuria grandi nomi dell’arte contemporanea come Joseph Kosuth, Michelangelo Pistoletto, Kiki Smith e Vanessa Beecroft. La Fondazione omonima è nata a Bologna nel 2008 per volontà di Giovanna Furlanetto e supporta e incoraggia i giovani talenti italiani in un’ottica di sviluppo futuro tramite vari progetti formativi.

Non è da meno Hugo Boss, che dà un grande contributo all’arte contemporanea con l’omonimo premio biennale.

Nato nel 1996 e coordinato dal Guggenheim di New York, non prevede alcun tipo di limitazione per età, sesso o nazionalità e oltre al riconoscimento di un premio di 100.000$, il lavoro di ogni artista vincitore viene presentato in una mostra personale presso il museo.

Oltre a quelle citate, sono molte le fondazioni che in Italia operano nella promozione della cultura e della tutela del patrimonio storico-artistico, come nel caso della Fondazione Benetton di Treviso, nata nel 1987 e concentrata sulla salvaguardia dei beni culturali o come la Fondazione Zegna a Trivero (2000), nel biellese, polo di aggregazione che fonde cultura e natura in un progetto ad hoc che si concentra su opere d’arte site-specific. 

La grande protagonista in tema di fondazioni è però la Francia, paese in cui la proliferazione di queste attività culturali è aiutata anche dalle forti agevolazioni fiscali legate alla legge Aillagon del 2003, detta “legge sul patrocinio” che ha introdotto importanti sgravi fiscali (anche del 60%) per chi investe in arte.

La passione per l’arte che guida i due grandi magnati e collezionisti Francois Pinault (gruppo Kering) e Bernard Arnault (gruppo LVMH) – la cui rivalità è nota – li ha spinti a creare importanti luoghi espositivi e culturali, non solo a Parigi.

Pinault – uno dei più grandi collezionisti di arte contemporanea – tra il 2006 e il 2009 ha inaugurato a Venezia Palazzo Grassi e Punta della Dogana, spazi restaurati e allestiti da Tadao Ando dove vengono regolarmente organizzate mostre anche con il coinvolgimento degli artisti nella creazione di opere site-specific.

L’architetto giapponese è stato coinvolto anche nella progettazione del nuovo museo della Pinault Collection che aprirà quest’anno e avrà sede nell’edificio storico della Borsa di Parigi.

Parigi, ex Palazzo della Borsa

 

Francois Pinault a Punta della Dogana, Venezia

 

Installazione di Chiharu Shiota, Le Bon Marché, Parigi, 2017

 

Il “rivale” Arnault, altro grande mecenate, ha aperto a Parigi nel 2014 la futuristica e visitatissima Fondazione Louis Vuitton su progetto di Frank Gehry, struttura diventata emblema dell’architettura del XXI secolo e già di per sé opera d’arte contemporanea.

L’impegno di Arnault è rivolto alla promozione artistica contemporanea francese e internazionale, con una speciale attenzione alla musica e alla sound art.

La Fondazione organizza importanti mostre che hanno anche il merito di far conoscere al grande pubblico incredibili raccolte private.

Fondazione Louis Vuitton, Parigi

 

Bernard Arnault

 

La famosissima Galeries Lafayette ha aperto nel 2018 uno spazio per l’arte contemporanea nel Marais su progetto di Rem Koolhaas, – architetto che ha anche restaurato la sede milanese della Fondazione Prada – “Lafayette Anticipations” come suggerisce il nome, è un centro di innovazione con l’obiettivo di creare nuovi patrimoni artistici e culturali tramite laboratori, atelier, dibattiti e performance.

Lafayette Anticipations, Parigi

 

Ma quando sono nate le prime contaminazioni tra arte e moda?

Dobbiamo andare un po’ indietro nel tempo, fino ai primi anni del ‘900 quando il dialogo tra le due discipline viene esplorato dagli artisti dell’Art Nouveau applicando le loro concezioni estetiche ad abiti femminili intesi come vestiti artistici non conformi alla moda dell’epoca.

Uno dei primi a cimentarsi in creazioni di moda è Gustav Klimt, realizzando abiti fortemente innovativi per l’atelier viennese di Emilie Flöge – sua musa e compagna. 

Il prezioso stile decorativo a piccole tessere si fonde al moderno taglio dei vestiti, dando vita a un’esperienza che rimarrà unica nel contesto del Jugendstil.

Gustav Klimt ed Emilie Flöge

Gustav Klimt, “Ritratto Emilie Flöge”, 1902

 

Poco dopo Sonia Delaunay, artista che con il marito Robert ha portato avanti ricerche sulla percezione della luce e sul colore, fa convergere questi studi prima all’arte applicata e poi anche alla moda creando tessuti coloratissimi e astratti.

Si devono a loro le prime sperimentazioni di stampe geometriche su stoffa che hanno avuto un forte impatto sulla moda aprendo una linea particolarmente innovativa che verrà sviluppata anche negli anni a venire da altri artisti e stilisti.

La stretta connessione tra i due ambiti che si concretizza negli abiti della Delaunay trova il corrispettivo teorico nel libro che scriverà nel 1927, “L’influenza della pittura sulla moda”.

Nel suo “Laboratorio Simultaneo”, nascono le prime opere di sartoria che dettano le regole della moda francese degli anni ‘20 e ’30, tanto che i grandi couturier dell’epoca fanno a gara per aggiudicarsi un suo disegno.

Sonia Delaunay, creazioni nel Laboratorio Simultaneo

Sonia Delaunay, creazioni

 

Con le avanguardie storiche del primo ‘900 il rapporto tra arte e moda diventa ancora più simbiotico e furono i futuristi – interdisciplinari per eccellenza – tra i primi a intuire le potenzialità del vestire in modo colorato, eccentrico e anticonformista.

Sostenitori di una rivoluzione che abbraccia ogni aspetto della vita quotidiana, per i futuristi anche l’abbigliamento deve rispecchiare l’ideale dinamico in contrapposizione al grigio dell’abito borghese e nel 1914 Giacomo Balla presenta il “Manifesto del vestito antineutrale”.

Giacomo Balla, bozzetti per il Vestito Antineutrale, 1914

Giacomo Balla, Vestito Antineutrale, 1918

 

Sperimentazioni d’avanguardia provengono anche dal Bauhaus che a partire dal 1920 inserisce nel suo programma il laboratorio di tessitura dove nascono nuovi stimoli e innovazioni stilistiche.

L’influenza di Klee, Kandinskij, Moholy-Nagy e di Itten su Annie Albers – che lavora sulla base di colori puri e forme geometriche – favoriscono l’affermazione di tendenze verso l’astrazione, con il risultato che tessuti e modelli somiglieranno sempre più a quadri geometrici.

Annie Albers, “Wall Hanging”, 1926

Annie Albers, “Preliminary Design for Wall Hanging”, 1926

 

L’astrazione e le geometrie sono entrate nell’immaginario collettivo e nelle case di migliaia di donne anche grazie a Pierre Cardin, stilista visionario che ha creato abiti strutturati realizzati con materiali anticonvenzionali, ispirandosi da un lato al tema dello spazio e all’allunaggio, dall’altro proprio alle sperimentazioni delle avanguardie sui motivi geometrici.

Eccellenza nel mondo della moda, a lui si sono ispirati stilisti come Issey Miyake per la realizzazione di abiti–scultura e fantasie minimaliste.

Alcune creazioni di Pierre Cardin

 

Alcune creazioni di Issey Miyake

 

Poco a poco l’abito diventa sempre più un’opera d’arte a tutti gli effetti – quasi un supporto che sostituisce la tela – e non solo qualcosa da indossare: è il caso dell’abito “Filzanzug” creato da Joseph Beuys nel 1970 o della camicia “Untitled shirt” di Roy Lichtenstein del 1979 che riprende la tecnica Ben-Day dots delle celebri tele, fino all’inquietante abito-provocazione “Mur de la Montée des Anges” (1993) di Jan Fabre costituito interamente da insetti.

Roy Lichtenstein, “Untitled Shirt”, 1979

 

Jan Fabre, “Mur de la Montée des Anges”, 1993

 

Oscar Wilde ha detto: “O si è un’opera d’arte o la si indossa”.

Ma vale anche oggi?

Come abbiamo visto, da molto tempo non è più così: l’arte ispira e fa parte di ogni cosa e non esistono più confini.

 

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

 

 

 

2019 – Che anno!?

Sicuramente il 2019 sarà ricordato come un anno di transizione.

Un anno ricco di incertezze politiche e finanziarie che di conseguenza si sono riflesse anche sul mercato dell’arte.

Anche se il mondo dell’arte era fiducioso, non prevedendo grandi cambiamenti nella cosiddetta “grande mela” d’Europa – Londra – la Brexit ha portato alla chiusura di alcune gallerie e all’apertura della loro sede principale da Londra a Parigi, per citarne alcune: White Cube, David Zwirner, Pace Gallery.

Ha arricchito l’anno la 58ª Biennale di Venezia curata da Ralph Rugoff “May You Live in Interesting Times” che – come suggerisce il titolo – si è rivelata uno specchio fedele del clima di grandi cambiamenti che stiamo vivendo, con opere incentrate su temi attuali riguardanti la politica internazionale, l’emergenza ambientale e i problemi sociali come la questione dei migranti, il movimento femminista, l’uguaglianza razziale e di gender.

In occasione della Biennale le fondazioni e i musei della città hanno preparato mostre eccezionali come la retrospettiva su Jannis Kounellis alla Fondazione Prada, Arshile Gorky a Ca’ Pesaro, la monografia su Georg Baselitz alle Gallerie dell’Accademia, Luc Tuymans a Palazzo Grassi, Pino Pascali a Palazzo Cavanis e Alberto Burri alla Fondazione Cini.

Con una spiritosa apparizione si è fatto notare anche lo street artist Banksy, non ufficialmente invitato a esporre ma immancabile figura che quest’anno ha fatto parecchio parlare di sé.

Oltre a questa performance seguita da un murales nel quartiere Dorsoduro, Banksy ha saputo anticipare e cavalcare l’onda della Brexit con l’opera “Devolved Parliament”, strategicamente messa in vendita da Sotheby’s in occasione delle ultime aste londinesi precedenti l’uscita della Gran Bretagna dalla UE, segnando il record per l’artista con 11,1 milioni di euro.

Sempre puntuale nelle occasioni, questa volta anticipando Natale, l’artista propone la sua versione di Santa Claus su un muro a Birmingham, rendendo in carne e ossa la tragica bellezza delle festività.

Invece Maurizio Cattelan, in occasione di Art Basel Miami – dopo 15 anni di assenza – ha presentato la sua nuova scultura “Comedian”.

La banana commestibile attaccata al muro con il nastro adesivo e prezzata 120.000-150.000$, è stata una mossa strategica vincente per far parlare di sé a tutto il mondo ed è chiaro che il vecchio concetto del valore che attribuiamo alle cose è riconfermato essere ancora molto popolare.

Cattelan era balzato agli onori delle cronache già a settembre quando la sua opera “America”, un water d’oro massiccio, è stata rubata durante la sua recente personale a Blenheim Palace, Oxford.

Il 2019 è stato un anno che si è caratterizzato per retrospettive molto importanti dedicate a grandi artisti, come Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra, Antony Gormley alla Royal Academy, Mario Merz e Cerith Wyn Evans all’Hangar Bicocca di Milano, il già citato Maurizio Cattelan al Blenheim Palace di Oxford, Lucio Fontana al Metropolitan Museum di New York e molti altri.

Frutto di 4 anni di lavoro, con quasi 80 opere esposte, direi che la mostra dell’anno è stata “Il giovane Picasso – Periodi blu e rosa” alla Fondation Beyeler di Basilea, dove anche la prestigiosa monografica su Rudolf Stingel ha avuto un enorme riscontro.

Nelle aste internazionali il clima di incertezza si è registrato nella comparsa di un numero minore di opere valutate sopra i 20 milioni di dollari, forse sintomo di un periodo poco fiducioso.

Nonostante questo i risultati generali sono stati abbastanza positivi anche quest’anno, tant’è vero che abbiamo assistito a ottimi record, tra cui Jeff Koons che si è riconfermato l’artista vivente più pagato al mondo con la scultura “Rabbit” del 1986, battuta in asta a maggio da Christie’s New York a 91,1 milioni di dollari.

È stato un anno di grandi cambiamenti per la storica casa d’aste Sotheby’s – fondata nel 1744 – che è passata in mano private in seguito alla vendita di giugno scorso: l’imprenditore e collezionista Patrick Drahi ha acquistato il colosso del settore per 3,7 miliardi di dollari.

Le principali fiere commerciali internazionali hanno registrato ottime vendite e sembra non essere da meno l’appena conclusa Art Basel Miami, che registra un clima positivo.

Come lei anche Frieze London ha goduto di ottimo riscontro da parte di pubblico e acquirenti, tanto che nel clima di incertezza molti l’hanno definita una bolla di felicità.

Grande successo anche per Fiac Parigi sia di vendite che di pubblico, risultato ottenuto anche grazie ai primi benefici dello spostamento di interessi.

Il Turner Prize – nato nel 1984 – è stato per la prima volta assegnato a tutti e quattro i finalisti, Lawrence Abu Hamdam, Helen Cammock, Oscar Murillo e Tai Shani.

L’innovativa proposta è arrivata proprio dagli artisti tramite una lettera alla giuria in cui spiegano che in un momento così difficile, la loro scelta di presentarsi come un collettivo è un gesto simbolico in nome della condivisione e della solidarietà, nell’arte come nella società.

Riveste un ruolo sempre più importante nel mondo dell’arte anche la tecnologia, che si tratti di nuove startup, di arte creata da intelligenze artificiali o di Cryptoart – mercato che coinvolge solo opere d’arte digitali da acquistare con valuta digitale.

Siamo nell’era delle immagini interattive e molti musei si stanno muovendo per assecondare le nuove modalità di fruizione e apprendimento. In Italia ne sono un esempio l’M9 di Mestre e il MAV di Ercolano, musei di nuova generazione che si avvalgono di tecnologie avanzate e installazioni immersive.

Il desiderio di vivere un’esperienza culturale a 360° sta portando sempre più spesso alla creazione di tour virtuali in molte città d’arte, il più recente promosso a Milano in occasione del 500enario della morte di Leonardo da Vinci.

In questi ultimi anni le vendite d’arte online hanno registrato una crescita notevole (a due cifre) e hanno prodotto ricavi per circa 6 miliardi di $, segno che anche il mercato dell’arte – molto tradizionale nella struttura e nelle dinamiche – si sta aprendo sempre di più ai nuovi linguaggi.

Immagino che il futuro dell’arte ci riservi tante belle sorprese e anche nel 2020 ci sarà da divertirsi!

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!