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carla accardi Archivi - Linda Bajàre

ART REPORT 2020

Il 2020 è stato senza dubbio un anno senza precedenti, l’anno dell’online e del virtuale. 

Come tutti i settori anche il mondo dell’arte è stato affetto dalla pandemia, abbiamo visto un’intraprendenza nuova e un re-indirizzamento delle risorse, un adeguamento a nuove modalità espositive e comunicative. 

In risposta ai lockdown che ci hanno costretti a casa, musei, gallerie e istituzioni si sono velocemente organizzati a offrire visite delle proprie collezioni in tour virtuali. 

Non solo le mostre ma anche le fiere sono diventate visitabili e commercialmente disponibili in viewing rooms.

Credo che questo fenomeno potrebbe rimanere attivo anche dopo le riaperture degli spazi.

I social networks come Instagram e Facebook sono diventati il luogo d’incontro tra gli artisti, organizzazioni e pubblico, offrendo interessanti dirette e altre forme di comunicazione ed è una cosa positiva perché il mondo dell’arte era rimasto quasi l’unico settore non ancora in questa modalità.

Molti musei in tutto il mondo si sono rivolti fin da subito a queste piattaforme per dare accesso alle loro collezioni senza confini. 

Altre grandi mostre, come la retrospettiva alla Tate Modern dedicata all’artista sudafricano Zanele Muholi, il dialogo tra Tracey Emin e Edvard Munch alla Royal Academy of Arts, Artemisia Gentileschi alla National Gallery di Londra, sono state annullate, posticipate o riaperte per brevi periodi. 

Si è parlato molto anche della mostra itinerante su Philip Guston che avrebbe inaugurato a giugno alla National Gallery of Art di Washington, annullata per la pandemia e ulteriormente rimandata a causa di alcune opere raffiguranti il Ku Klux Klan che potrebbero essere male interpretate dal pubblico e attirare critiche proprio nell’anno del “Black Lives Matter”. 

Il movimento impegnato nella lotta contro il razzismo ha infatti coinvolto anche il settore dell’arte scatenando reazioni di solidarietà da parte di molti artisti e istituzioni. 

Già in questi ultimi anni abbiamo assistito a una grande crescita dell’arte afro americana – segno che qualcosa stava cambiando già da tempo – e ora penso avranno ancora più visibilità. 

Proprio durante le aste londinesi di febbraio abbiamo assistito a nuovi strabilianti record personali per gli artisti black più apprezzati del momento, Tschabalala Self, Amoako Boafo e Jordan Casteel.

Non a caso quest’anno il movimento Black Lives Matter è al primo posto della Power 100 di ArtReview.

 

Tschabalala Self, “Princess”, 2017

Tessuto, acrilico, capelli mani e olio su tela 

Venduto a 435.000 £ tasse incluse all’asta di Phillips a Londra, 13 febbraio 2020

 

Amoako Boafo, “The Lemon Bathing Suit”, 2019

Olio su tela 

Venduto a 675.000 £ tasse incluse all’asta di Phillips a Londra, 13 febbraio 2020

 

Oltre alle mostre sono slittate anche le Biennali, prima tra tutte la rassegna d’arte di Venezia che si svolgerà nel 2022 – d’ora in poi quindi si terrà sempre in anni “pari”. 

Cancellate quasi tutte le fiere – luoghi per eccellenza di incontro tra collezionisti e galleristi di diversi paesi – tranne poche eccezioni come Manifesta 13 a Marsiglia, che ha comunque chiuso in anticipo di un mese. 

Dopo aver annullato tutti e tre gli appuntamenti del 2020, Art Basel rinvia anche l’edizione di Hong Kong prevista per marzo 2021 e slittata a fine maggio. 

Ma ci sono anche buone notizie, perché le Online Viewing Rooms e altre esperienze multimediali hanno portato un discreto livello di vendite, confermato dagli scambi vivaci ad Art Basel Miami. 

Frieze Art Fair per l’appuntamento londinese ha affiancato ai tour virtuali piccoli eventi in città e le gallerie per la prima volta hanno trasformato le loro sedi di Londra in veri e propri booth da visitare su appuntamento.  

Frieze ha poi posticipato la tappa di Los Angeles a fine luglio 2021, mentre a febbraio ci saranno 3 giorni di programmazione speciale (online) per festeggiare i 30 anni di attività.  

Il 2020 ha quindi innescato molti cambiamenti e tutti gli attori dell’arte – artisti, galleristi, curatori, direttori di fiere e musei – hanno dovuto ripensare ai modi organizzativi, al mantenimento delle strutture esistenti e allo sviluppo di nuove strategie. 

Ma come sappiamo bene: non tutto il male viene per nuocere.

Alcuni si sono alleati e quasi tutti digitalizzati. E grazie a questo comincerà una nuova era di comunicazione anche per il mondo dell’arte, che era rimasto tra gli ultimi nella modernizzazione.

Certo ci sono state alcune difficoltà da affrontare, come i tagli al personale effettuati anche dai colossi dell’arte – dalle grandi gallerie come Perrotin, David Zwirner e Pace Gallery a importanti istituzioni come il Guggenheim di New York, la Tate Modern e la Royal Academy di Londra – tutti costretti a chiudere per un periodo molto lungo. 

Probabilmente quando si potrà riaprire e tornare alla normalità le cose torneranno come prima, ma la digitalizzazione di sicuro rimarrà per sempre un servizio aggiuntivo.

Oltre al Coronavirus, anche la Brexit è destinata a cambiare in parte la geografia dell’arte europea.

Alcune gallerie hanno infatti deciso di chiudere le proprie sedi a Londra come Marian Goodman, che chiuderà lo spazio proprio a fine anno per dare spazio a una nuova modalità espositiva, “Marian Goodman Projects”. 

L’iniziativa organizzerà mostre in diversi luoghi di Londra a seconda della natura delle opere e del progetto. 

David Zwirner, galleria con sedi a New York, Hong Kong e Londra, per far fronte alla Brexit ha aperto una galleria anche a Parigi, città destinata a diventare il centro europeo dell’arte contemporanea. Hanno seguito il suo esempio anche Pace Gallery e White Cube.

Una notizia che chiude un capitolo è la chiusura della celebre galleria Blein/Southern fondata a Londra nel 2010 e con sedi anche a New York e Berlino. A febbraio è stata annunciata la chiusura di tutte e tre le gallerie e gira voce che le cause siano seri problemi finanziari, al punto da dover rendere le opere agli artisti con le spese di spedizione a loro carico.

Un altro annuncio sicuramente inaspettato per tutto il mercato d’arte è la chiusura dopo 26 anni di attività della galleria newyorkese GB enterprise di Gavin Brown, grandissimo dealer e pioniere per unirsi e diventare partner di Gladstone Gallery (di Barbara Gladstone). Presenterà solo 10 dei suoi artisti: Joan Jonas, Ed Atkins, Arthur Jafa, Rachel Rose, laToya Ruby Frazier, Kerstin Brätsch, Alex Katz, Frances Stark, Rirkrit Tiravanija, Mark Leckey.

Laura Owens, Jos de Gruyter, Herald Thrys invece non faranno parte di Gladstone Gallery.

Si è quindi riscoperto il valore della collaborazione tra diverse realtà – anche tra quelle che prima erano ritenute concorrenti.

In Italia ad esempio è nata Italics, consorzio che riunisce oltre 60 gallerie italiane di arte contemporanea, antica e moderna volto a valorizzare il territorio del Bel Paese con consigli ai turisti che vanno dalle bellezze storico artistiche da visitare alle eccellenze eno gastronomiche da non perdersi.

A Milano è stata creata la “Milano Art Community”, piattaforma gestita da alcune tra le più importanti gallerie, fondazioni e spazi no-profit della città per promuovere le iniziative dei suoi membri.

Come abbiamo visto, in questo clima di grande incertezza non sono mancati anche i risvolti positivi come le molte iniziative di solidarietà che hanno coinvolto artisti affermati come Wolfgang Tillmans, Tracey Emin, Marlene Dumas, Martin Parr e altri, ma anche gallerie e case d’asta come Christie’s, Sotheby’s,  Artcurial – tutti impegnati in numerose vendite di beneficenza.

Di recente Hauser & Wirth ha lanciato la raccolta fondi “Artists for New York”: più di 100 artisti hanno deciso di donare le loro opere per una vendita di beneficenza a sostegno di alcune istituzioni della città tra cui il MoMA PS1, il New Museum e il High Line Art. (Hauser & Wirth ha rinunciato a qualsiasi commissione sulle vendite).

Anche l’Italia si è attivata con molte iniziative di beneficenza, dalla mobilitazione personale di artisti come Alessandro Piangiamore che ha venduto su Instragram il lavoro “La cera di Roma”(acquistata da Veronica Siciliani Fendi) il cui ricavato è stato devoluto all’Ospedale Spallanzani di Roma, fino a iniziative di case d’asta come Blindarte con “Art To Stop Covid-19” – i proventi sono andati alla Regione Lombardia e all’Istituto Pascale di Napoli; o ancora la casa d’aste Cambi con “Design Loves Milano”, asta charity per aiutare l’ospedale Luigi Sacco. 

In un anno colpito dalle tantissime perdite, l’Italia e il mondo intero hanno pianto anche uno dei più grandi curatori e critici d’arte della storia. Germano Celant è scomparso a 80 anni proprio a causa del Covid-19, forse preso a New York durante una delle ultime fiere in presenza, l’Armory Show.

Teorico e fondatore dell’Arte Povera, Celant aveva fatto conoscere gli artisti italiani al mondo. Curatore al Guggenheim di New York e di molte mostre nei musei esteri, direttore della Biennale di Venezia nel 1997, dal 2015 era il direttore artistico della Fondazione Prada. 

Le maggiori case d’asta – costrette ad annullare o posticipare gli appuntamenti in calendario già da marzo – sono corse ai ripari assumendo forme diverse rispetto a quelle tradizionali. 

Il ricorso all’online, le private sale, il crescente mercato asiatico e il lancio di aste “cross category” – approccio che ha cambiato il modello di offerta accorpando i diversi dipartimenti – hanno in parte arginato la situazione.

Le prime tre case d’asta hanno comunque subìto un significativo calo delle vendite – per Christie’s -25% rispetto al 2019, Sotheby’s -27%. In cifre, rispetto ai 4,4 miliardi di $ del 2019, il 2020 ha generato vendite per 0,9 miliardi di $. 

La mancanza di aste dal vivo ha quindi generato una diminuzione del volume d’affari, dovuto anche al fatto che molti clienti hanno preferito rinunciare a mettere in vendita opere importanti in attesa di tempi migliori per la valorizzazione.

Se nel 2019 dieci lotti hanno superato i 50 milioni di $, quest’anno solo due lotti hanno superato questa cifra.

Al primo posto il trittico “Triptych Inspired by the Oresteia of Aeschylus” (1981) di Francis Bacon, che ha raggiunto i 84,6 milioni di $ il 30 giugno in asta live da Sotheby’s.

Dopo il capolavoro classico cinese – che si aggiudica il secondo posto sul podio – troviamo Roy Lichtenstein, con “Nude With Joyous Painting” (1994) venduto a 46,2 milioni di $ da Christie’s il 10 luglio.

Lo segue David Hockney con “Nichols Canyon” (1980) passato di mano a 41 milioni di $ il 7 dicembre da Phillips, che ha raggiunto il totale più alto per un’asta a NY nella storia della casa d’aste.

Segno di un mercato vivace nonostante l’anno complicato, capace in alcuni casi di stupire e superare le aspettative.

 

Francis Bacon, “Triptych Inspired by the Oresteia of Aeschylus”, 1981

Olio su tela 

 

Roy Lichtenstein, “Nude With Joyous Painting”, 1994

Olio su tela 

 

David Hockney, “Nichols Canyon”, 1980

Olio su tela

 

Per fortuna quindi non sono mancati i successi, come l’8ª edizione di “Contemporary Curated” di Sotheby’s che il 22 aprile ha battuto il record per l’asta online più redditizia di sempre totalizzando 6,4 milioni di $ (stima di 5,75 milioni), complice un catalogo ricco di capolavori e Margherita Missoni come Guest Curator.

Le aste online hanno portato un afflusso di nuovi acquirenti – molti millennial – e registrato un incremento dei profitti del 20% rispetto all’anno scorso, una cifra in apparenza alta ma minore rispetto ai ricavi di un’asta tradizionale – un modo per arginare la crisi – tanto che Sotheby’s ha licenziato circa 200 dipendenti a marzo (circa il 12% del proprio staff). 

Per la prima volta, il Turner Prize è stato diviso in 10 borse di studio da 10.000£ ciascuna, assegnate ad altrettanti artisti: Liz Johnson Artur, Oreet Ashery, Shawanda Corbett, Jamie Crewe, Sean Edwards, Alberta Whittle, Sidsel Meineche Hansen, Ima-Abasi Okon, Imran Perretta e il collettivo Arika.

Non è stata organizzata la tradizionale mostra collettiva dedicata ai finalisti ma i vincitori di questa edizione potranno essere rieletti nelle future edizioni del premio.

La vincitrice del Hugo Boss Prize 2020 è Deana Lawson, fotografa americana la cui ricerca si concentra su tematiche sociali e di intimità familiare nella cultura afro americana.

Emma Talbot si aggiudica l’ottavo Max Mara Art Prize for Women. L’artista inglese esplora paesaggi interiori ricchi di pensieri, emozioni e storie personali in delicate opere dipinte su seta o su altri supporti tessili e comprendono frasi scritte dall’artista o riprese da altre fonti. 

L’artista canadese Kapwani Kiwanga vince il Prix Marcel Duchamp – premio nato in Francia nel 2000 – con “Flowers for Africa”, progetto che riflette sulla storia politico sociale dei paesi dell’Africa.

Tornando in Italia, Palazzo Strozzi di Firenze ha saputo adattarsi ai tempi e prolungare la tanto attesa mostra “Aria” di Tomás Saraceno sospesa dopo poche settimane dalla sua inaugurazione e che alla riapertura ha ricevuto un grandissimo riscontro dal pubblico.

Ha avuto modo di portare un sospiro alla cultura anche l’attesissima monografica dedicata a Carla Accardi al Museo del ‘900 di Milano inserita in programma a inizio ottobre, proprio in una finestra di aperture tra un lockdown e l’altro.

Le oltre 70 opere in mostra della Accardi – prima astrattista italiana riconosciuta internazionalmente – saranno visitabili fino a fine giungo 2021.

Il 2020 è stato un anno particolare ed è chiaro che ci vorrà del tempo per raggiungere un nuovo equilibrio, ma ogni periodo di crisi porta sempre nuove opportunità e permette di vedere le cose sotto una nuova luce.

Ci aspetta ancora un periodo di transizione e molti altri cambiamenti – di sicuro positivi! 

…L’arte non si ferma!

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!