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Biennale Archivi - Linda Bajàre

Glasstress

Hans Op de Beeck

Ricorrono quest’anno i 10 anni di Glasstress e i 30 anni di Berengo Studio, progetti nati da un’idea di Adriano Berengo al fine di promuovere la collaborazione tra importanti artisti, designer internazionali e artigiani del vetro.

Il connubio tra l’approccio concettuale degli artisti unito all’abilità tecnica dei maestri di Murano ha rivitalizzato e aperto le porte a un nuovo capitolo dell’antica tradizione veneta, traghettandola nel futuro.

Risale al 1989 l’origine di Berengo Studio, quando Adriano Berengo decide di rilevare una vecchia fornace del vetro sull’isola di Murano – oggi trasformata in un suggestivo spazio espositivo – con l’obiettivo di coltivare il connubio tra l’arte contemporanea e l’antica tecnica di lavorazione del vetro.

L’ispirazione proviene dal movimento americano Studio Glass e dalle sperimentazioni di Peggy Guggenheim che con Egidio Costantini, “maestro dei maestri” nell’arte vetraria, introduce alcuni grandi artisti dell’epoca come Picasso, Arp, Ernst e Chagall alla lavorazione di questo particolare materiale.

Adriano Berengo ha preso spunto da questi illustri precedenti e in 30 anni di attività sono stati più di 300 gli artisti che hanno collaborato con i maestri di Murano.

La rassegna Glasstress, ormai divenuta un appuntamento imprescindibile, nasce nel 2009 come evento collaterale ufficiale della Biennale di Venezia per condividere gli straordinari risultati raggiunti da questo inedito binomio tra le due discipline.

Le mostre sono realizzate anche grazie al contributo di Fondazione Berengo, istituzione fondata nel 2014 che sostiene il lungimirante progetto attraverso attività collaterali che comprendono iniziative educative e un fitto programma di mostre.

In occasione di questa 6ª edizione di Glasstress, una sezione della mostra ripercorre i progetti e le opere più importanti che hanno segnato la storia dell’attività dalla sua nascita ad oggi.

La retrospettiva curata da Koen Vanmechelen che ripropone le opere di artisti internazionali del calibro di Jaume Plensa, Mat Collishaw, Erwin Wurm, Tracey Emin e Jan Fabre, è affiancata da un progetto speciale dell’artista visivo Robert Wilson.

La sezione principale “Come il vetro cambi la nostra percezione dello spazio” curata dall’artista brasiliano Vik Muniz, a sua volta presente in mostra con un autoritratto iperrealistico, vede impegnati sia artisti già presenti nelle precedenti edizioni sia artisti invitati per la prima volta. Tra i grandi nomi che ritornano, Ai Weiwei, Laure Prouvost, Tony Cragg, Thomas Schütte e Joana Vasconcelos, mentre nella rosa dei nuovi arrivati emergono Carlos Garaicoa, José Parlá, Rose Wylie e Prune Nourry.

Alcuni dei nuovi progetti presentati in questa edizione sono legati al tema dell’ecologia e al rapporto uomo-natura, come nel caso delle opere di Prune Nourry, Pablo Reinoso e Valeska Soares che – con esiti e modalità differenti – hanno preso ispirazione dalla città di Venezia per denunciare il problema dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici.

Altri artisti come José Parlá e Monica Bonvicini si sono invece concentrati su temi politici e sociali: l’artista di origini cubane fa riferimento alle caratteristiche del vetro – materiale fragile ma tagliente – per parlare di eventi politici recenti e riflettere sulla debolezza dell’essere umano.

Monica Bonvicini, artista tra l’altro nata a Venezia e vincitrice del Leone d’Oro alla 48ª Biennale del 1999, cristallizza in questo materiale il gesto violento dell’atto di colpire, metafora della lotta contro i soprusi alle donne e a ogni tipo di maltrattamento.

Le diverse attività della Fondazione inoltre sono strettamente connesse alla Biennale di Venezia non solo a livello di eventi collaterali e collaborazioni: alcune opere realizzate nei laboratori Berengo sono parte integrante dei progetti presentati da alcuni padiglioni nazionali nell’ambito di questa 58ª edizione.

Parliamo delle sculture in vetro realizzate da Laure Prouvost per il Padiglione della Francia e delle 300 rose che compongono l’installazione di Renate Bertlmann, prima artista donna a rappresentare l’Austria alla Biennale di Venezia.

Anche l’opera in vetro soffiato “La spada nella roccia” (1998) presentata da Liliana Moro, una dei tre artisti che rappresentano l’Italia, è stata realizzata grazie a Berengo Studio.

Le mostre Glasstress sono state presentate in musei e istituzioni in tutto il mondo, tra le quali ricordiamo il Makslas Muzejs “Rigas Birža” di Riga, il Millesgården Museum di Stoccolma, il Museum of Arts and Design (MAD) di New York, il Beirut Exhibition Centre (BEC) di Beirut, il London College of Fashion e The Wallace Collection di Londra, la Ptuj City Gallery di Ptuj, Slovenia.

GLASSTRESS 2019 – Elenco degli artisti partecipanti

Nuovi artisti: 13
Saint Clair Cemin (Brasile), Pedro Friedeberg (Messico), Carlos Garaicoa (Cuba), Artur Lescher (Brasile), Prune Nourry (Francia), José Parlá (Stati Uniti), Pablo Reinoso (Argentina), Valeska Soares (Brasile), Tim Tate (USA), Janaina Tschäpe (Germania), Xavier Veilhan (Francia), Robert Wilson (Stati Uniti), Rose Wylie (Regno Unito).

Artisti che tornano con opere inedite: 14
Ai Weiwei (Cina), Monica Bonvicini (Italia), Tony Cragg (Regno Unito), Shirazeh Houshiary (Iran), Karen LaMonte (Stati Uniti), Paul McCarthy (Stati Uniti), Vik Muniz (Brasile), Jaume Plensa (Spagna), Laure Prouvost (Francia), Thomas Schütte (Germania), Sudarshan Shetty (India), Koen Vanmechelen (Belgio), Joana Vasconcelos (Portogallo), Erwin Wurm (Austria).

I grandi nomi della retrospettiva / Anniversary highlights:
Jean Arp (Germania), Ayman Baalbaki (Libano), Miroslaw Balka (Polonia), Fiona Banner (Regno Unito), César (Francia), Jake e Dinos Chapman (Regno Unito), Mat Collishaw (Regno Unito), Tracey Emin (Regno Unito), Jan Fabre (Belgio), Kendell Geers (Sudafrica), Francesco Gennari (Italia), Abdulnasser Gharem (Arabia Saudita), Michael Joo (Stati Uniti), Ilya & Emilia Kabakov (Russia / Stati Uniti), Michael Kienzer (Austria), Hye Rim Lee (Corea del Sud), Oksana Mas (Ucraina), Hans Op de Beek (Belgio), Tony Oursler (Stati Uniti), Javier Pérez (Spagna), Antonio Riello (Italia), Bernardí Roig (Spagna), Joyce Jane Scott (Stati Uniti), Wael Shawky (Egitto), Lino Tagliapietra (Italia), Fred Wilson (Stati Uniti), Dustin Yellin (Stati Uniti).

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

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Padiglione Italia

Enrico David

Milovan Farronato
La sfida al Labirinto

 

È Milovan Farronato (Piacenza 1973 – vive e lavora a Londra) il curatore nominato alla guida del Padiglione Italia di questa edizione della 58ª Biennale di Venezia.

Attuale direttore e curatore del Fiorucci Art Trust per il quale ha creato il festival Volcano Extravaganza che si tiene ogni anno a Stromboli dal 2011, Farronato ha un profilo internazionale che vanta collaborazioni d’eccellenza e numerose curatele in prestigiosi spazi pubblici e privati, tra cui emergono la Fondazione Pomodoro di Milano, Arario Foundation (Seoul, Pechino, New York), la Serpentine Galleries, la Triennale di Milano e la Biennale di Istanbul; Ha seguito la direzione artistica dal 2005 al 2012 dello spazio no profit Viafarini e la curatela presso il DOCVA (Documentation Centre for Visual Arts di Milano).

Ha inoltre lavorato con artisti del calibro di Ugo Rondinone, Yayoi Kusama, Roberto Cuoghi, Katharina Fritsch e Lucy McKenzie; un curriculum di tutto rispetto per il curatore dall’aspetto glam rock fuori dagli schemi che promette di portare una ventata di freschezza e internazionalità.

 

La sfida al Labirinto” è il tema scelto da Farronato per rappresentare l’Italia: ispirato al saggio di Italo Calvino pubblicato nel 1962, il curatore riprende la grande valenza simbolica del labirinto per parlarci del complesso e disorientante periodo storico che stiamo vivendo.

Il labirinto è un tema letterario vastissimo che ha ispirato storie mitologiche e affascinato grandi pensatori come Jorge Luis Borges o, appunto, Calvino.

Venezia, con il suo dedalo intricato di calli, è la città labirintica per eccellenza e dunque perfetta ambientazione per mettere in scena l’indeterminatezza e le infinite possibilità della vita: in linea quindi con il tema di questa 58ª Biennale “May you live in interesting times”, titolo che evoca incertezze e disordini.

 

Ad interpretare il tema sono stati chiamati tre artisti italiani di respiro e fama internazionale: Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai che, pur essendo molto diversi tra loro, hanno alle spalle percorsi artistici segnati da un forte spirito di ricerca.

 

Enrico David (Ancona 1966, vive e lavora a Londra), era già stato invitato alla Biennale del 2013 da Massimiliano Gioni, in occasione della quale aveva portato una grande installazione composta da dipinti, arazzi e sculture.

Più conosciuto all’estero che in Italia, formatosi alla St. Martins di Londra, David spazia dalla pittura al disegno, dalla scultura all’installazione facendo spesso ricorso a tecniche artigianali tradizionali.

Selezionato per il Turner Prize nel 2009, David ha esposto in tutto il mondo: indimenticabile la sua Personale al New Museum di New York nel 2012.

In questa edizione della Biennale presenterà sia opere inedite, espressamente concepite per il percorso espositivo, sia lavori di repertorio rivisitati per l’occasione.

 

Anche Liliana Moro (Milano 1961) non è alla prima esperienza in Biennale avendo già partecipato, giovanissima, alla sezione Aperto della Biennale curata nel 1993 da Achille Bonito Oliva.

La Moro è una delle artiste italiane più note all’estero e ha avuto fin da subito una carriera internazionale.

La sua ricerca si concentra sulla messa in scena della realtà in una visione crudele e poetica che combina scultura, installazione, performance, suoni, parole, oggetti.

Tra le fiere più importanti, ha partecipato a Documenta IX Kassel nel 1992, alla sezione Aperto XLV alla Biennale di Venezia nel 1993.

Anche Liliana Moro presenterà sia opere mai esposte sia lavori passati.

 

Chiara Fumai (Roma 1978 – Bari 2017) verrà rappresentata attraverso un progetto inedito composto da documenti e scambi epistolari.

La sua presenza può essere letta come una sorta di omaggio nei confronti dell’artista scomparsa prematuramente, tra le più promettenti del panorama italiano.

La Fumai ha sempre prediletto la performance come mezzo espressivo, affiancata spesso da travestimenti, dj set; il ruolo della donna è stato una delle tematiche principali, entro una forte critica femminista, anche in relazione al sistema dell’arte.

Ha partecipato a Documenta 13 a Kassel nel 2012 ed è stata invitata da istituzioni come il MAXXI di Roma, la Fondazione Bevilacqua La Masa, il Jeu de Paume di Parigi.

Nel 2013 ha vinto il Premio Furla; nel 2016 ha ricevuto un riconoscimento nell’ambito del Premio Vaf al Macro di Roma; nel 2017 ha vinto il Premio New York.

 

L’allestimento del Padiglione e le opere in mostra pongono l’accento sulla non linearità della vita, sul dubbio, sulle intricate traiettorie, sul disorientamento, sulle complessità del sistema di regole che determina lo spazio e il tempo e sulla precarietà della vita attuale.

Il pubblico è quindi il vero protagonista, artefice di un personale un dialogo con le opere.

Il percorso è irregolare, coesistono diverse esposizioni che lasciano libero il visitatore di costruire il proprio percorso, di perdersi e anche di sbagliare strada. All’ingresso due porte che invitano alla prima scelta: andare a destra o a sinistra? (A destra un lavoro di Liliana Moro che racchiude tutta la sua carriera, sinistra un diorama di Enrico David).

 

Il Padiglione Italia ha potuto contare sullo stanziamento di un budget pari ai 1 milione e 300 mila euro, di cui 600mila erogati dal Ministero e 700mila dagli sponsor, coinvolti grazie alla mediazione del curatore che ha messo in campo le sue collaborazioni con i grandi marchi del mondo della moda e non solo. In particolare, la presenza come principale contributor di Gucci, FPT Industrial e Nicoletta Fiorucci Russo, già mecenate del progetto Fiorucci Art Trust diretto da Farronato. Gli sponsor tecnici sono Gemmo, C&C-Milano e Select Aperitivo.

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Biennale di Venezia

Biennale di Venezia

La Biennale di Venezia, inaugurata nel 1895 su iniziativa di un gruppo di intellettuali, è la più antica esposizione biennale d’arte al mondo. È a partire dal 1930 che la Biennale, diventata ente autonomo dedicato alla promozione di nuove tendenze artistiche, inizia ad assumere il carattere multidisciplinare che la connota tutt’ora.

L’esposizione diventa fin da subito un’importante occasione di confronto tra i diversi Paesi e una prestigiosa vetrina per gli artisti chiamati a parteciparvi, un trampolino irrinunciabile che ha lanciato alcuni tra i grandi nomi che hanno fatto contribuito alla storia dell’arte.

Il numero delle nazioni partecipanti è sempre molto alto, quest’anno sono 90 e tra queste si annoverano anche alcune nuove presenze: Ghana, Madagascar, Malesia, Pakistan e la Repubblica Dominicana che partecipa per la prima volta con un proprio Padiglione.

La Biennale di Venezia è l’Esposizione che per eccellenza permette di conoscere e di mettere in dialogo in un unico luogo le correnti artistiche di tutto il mondo, in grado di accogliere artisti e appassionati d’arte provenienti da ogni parte del pianeta, anche durante un periodo storico difficile come quello che stiamo vivendo.

Non a caso il titolo di questa 58ª edizione curata da Ralph Rugoff, “May You Live in Interesting Times”, riprende proprio il clima di incertezze e di grandi sconvolgimenti che stanno segnando la storia mondiale.

Rugoff, curatore di numerose mostre di artisti internazionali come Carsten Holler, Ed Ruschka e George Condo, è l’attuale direttore della Hayward Gallery di Londra, galleria pubblica tra le più importanti della Gran Bretagna e ha inoltre curato la direzione artistica della XIII Biennale di Lione (2015).

L’interessante tema proposto da Ralph Rugoff ha permesso agli artisti di sviluppare diverse riflessioni sfociate in interpretazioni non solo socio-politiche ma anche più ampie considerazioni e nuove letture dei tempi che stiamo vivendo, attuando un’analisi che è specchio di un mondo sempre più in rapida evoluzione, sovraccarico di informazioni e caratterizzato da una tecnologia onnipresente, spesso alienante.

Non sono mancati temi dolorosi e purtroppo molto attuali, come la delicata questione dei migranti, dei conflitti militari in medio oriente – e non solo -, del razzismo e di tutto quello che rispecchia i nostri tempi e gli aspetti precari della nostra esistenza. Alcune opere proposte sono una interessante combinazione di pensiero critico e piacere estetico.

Un’edizione con molte proposte valide, che vede una forte presenza di artisti giovanissimi (la maggior parte è nata dopo il 1980) tra i quali figurano molte donne, per una Biennale fresca, effervescente e immediata.

La scelta di Rugoff di invitare solo due artisti italiani su 79 ha scatenato non poche polemiche essendo l’Italia il Paese ospitante, anche se non mancano nomi importanti del panorama mondiale dell’arte contemporanea, sono stati esclusi da questa edizione altrettanti artisti di livello non sono presenti.

Tra i molti padiglioni interessanti con proposte artistiche di alto livello il Leone d’oro alla migliore Partecipazione Nazionale è stato assegnato al Padiglione della Lituania con il progetto “Sun & Sea (Marina)”, che si è contraddistinto per una performance sperimentale caratterizzata da una sorta di tableau vivant, omaggio alla città di Venezia e al tempo stesso riflessione sulla fragilità dell’uomo e critica del tempo libero e delle abitudini contemporanee. L’opera è firmata da un trio artistico tutto al femminile: Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite.

Il Leone d’oro per il miglior partecipante alla Mostra Internazionale è stato assegnato ad Arthur Jafa (USA 1960), artista afroamericano che ha presentato il film “The White Album” (2019), una profonda riflessione sul tema razziale che intreccia violenze ai danni di cittadini neri a un diario intimo in cui compaiono amici e familiari dell’artista stesso. Jafa è presente anche negli spazi dell’Arsenale con “Big wheel and I” (2018), grandi sculture a forma di ruota catenata che hanno l’obiettivo di presentare il mondo dalla prospettiva di chi è nero.

L’artista ha esposto in tutto il mondo e in diverse mostre personali tra cui, solo per citare le più recenti, all’ICA di Boston (2018), alla Serpentine Gallery di Londra (2017), al MOCA di Los Angeles nel 2017 (città in cui Jafa vive), all’Hammer Museum (2016) e altrettante collettive di rilievo: MCA Chicago (2019), Moma di San Francisco (2018), Dallas Museum of Art (2017).

La sua definitiva consacrazione nell’Olimpo dell’arte è avvenuta nel 2017 con il film “Love is The Message, The Message Is Death”, video che parla dell’identità afroamericana.

Il Leone d’oro alla carriera è andato a Jimmie Durham (Arkansas, USA 1940), performer, saggista e poeta americano. L’arte di Durham spazia dal disegno alla performance, dal collage a sculture spesso realizzate con materiali d’uso quotidiano, e si contraddistingue per una denuncia alla futilità della violenza e dell’oppressione ai danni delle minoranze etniche. I suoi lavori sono caratterizzati da un approccio critico ma allo stesso tempo divertente, spesso accompagnati da testi divertenti e leggeri ma funzionali a una critica tagliente della società.

Per Durham è la sesta partecipazione in Biennale (l’ultima nel 2013) e ha avuto personali in musei di tutto il mondo tra cui l’Hammer Museum Los Angeles (2017-2018), al MAXXI Roma (2016), alla Serpentine Gallery di Londra (2015).

Tra le esposizioni internazionali citiamo, oltre alla Biennale di Venezia (Edizioni 1999, 2001, 2003, 2005, 2013), Documenta (1992, 2012), Whitney Biennial of New York (1993, 2003, 2014), Biennale di Istanbul (1997, 2013). Gli sono state dedicate importanti retrospettive al Museum of Contemporary Art di Anversa (2012), al Musee d’Art moderne de la Ville de Paris (2009), al MAC di Marsiglia e al Gemeentemuseum a L’Aia (2003).  Nel 2017 una nuova retrospettiva della sua opera dagli anni ’70 ad oggi è stata esposta all’Hammer Museum a Los Angeles, al Walker Art Center a Minneapolis, al Whitney Museum of American Art a New York e al Remai Modern a Saskatoon.

Il Leone d’argento per un promettente giovane partecipante alla Mostra è andato ad Haris Epaminonda (Cipro 1980), artista cipriota multimediale che si occupa di fotografia, video e collage. Nelle sue installazioni l’artista crea itinerari mentali attraverso l’uso di immagini, oggetti e testi in un delicato intreccio tra dimensione storica e personale. Epaminonda ha esposto in tutto il mondo, ultimamente ha partecipato a una collettiva all’Hammer Museum di Los Angeles (2018).

Menzione speciale al Padiglione del Belgio per il progetto “Mondo Cane” di Jos de Gruyter & Harald Thys che con i suoi fantocci meccanici impegnati in lavori tradizionali ormai scomparsi offre una visione alternativa e spietata dei rapporti sociali in Europa.

Menzione speciale all’artista e fotografa Teresa Margolles (Messico 1963) che nell’opera “Muro Ciudad Juárez, 2010” ha ricostruito un muro fatiscente proveniente da Ciudad Juárez, la città più violenta e sanguinaria del Messico, per accendere i riflettori sul tema del dramma delle donne coinvolte nel narcotraffico messicano.

Oltre ad essere stata protagonista di una personale al PAC di Milano nel 2018, Margolles ha esposto in monografiche al Museo d’Arte Contemporanea di Montreal (2017) e al Witte de With Center for Contemporary Art in Rotterdam (2018).

Menzione speciale anche per Otobong Nkanga (Nigeria 1974), artista nigeriana che si concentra sulla grande rilevanza che hanno i media nella politica della terra, all’interno di una riflessione più ampia che abbraccia gli aspetti precari dell’esistenza di oggi. L’opera “Veins Aligned” (2018) che attraversa gli spazi dell’Arsenale per più di 25 metri, costruisce un parallelo tra il concetto di territorio e quello di corpo, entrambi portatori di caratteristiche simili.

La Biennale di Venezia ha potuto contare su un budget di circa 13 milioni di euro totali ed è stata realizzata anche grazie al sostegno di alcuni sponsor, tra cui Swatch (partner della manifestazione), illycaffè (main sponsor)JTI (Japan Tobacco International)ArtemideVela-Venezia Unica e Seguso Vetri d’Arte, oltre al contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, le Istituzioni del territorio, la Città di Venezia, la Regione del Veneto, la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, la Marina Militare.

In concomitanza con la Biennale sono molte le proposte parallele promosse dai vari Enti e Fondazioni del territorio che presentano mostre sorprendenti, non solo una cornice della Mostra Internazionale.

Tra le eccellenti esposizioni citiamo: “La Natura di Arp” al Guggenheim, Luc Tuymans a Palazzo Grassi, “Luogo e Segni”, collettiva di 36 artisti contemporanei alla Fondazione Francois Pinault a Punta della Dogana, gli spazi daelle Gallerie dell’Accademia sono dedicati a Baselitz, una retrospettiva su Jannis Kounellis è visitabile alla Fondazione Prada, mentre la più ampia retrospettiva degli ultimi anni su Alberto Burri è a Palazzo Cini.

 

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Fiere Giugno 2018

Giugno è stato il mese dei grandi eventi internazionali di arte contemporanea: Art Basel a Basilea che comprende a sua volta otto principali fiere collaterali; Design Miami; Masterpiece London; Manifesta12 a Palermo e Milano Photo Week.

 

MANIFESTA 12  PALERMO

Manifesta, la Biennale nomade europea, è nata ad Amsterdam nei primi anni ’90 grazie alla storica dell’arte Hedwig Fijen. Volta a favorire l’integrazione sociale in Europa, Manifesta invita la comunità artistica internazionale a creare opere e installazioni nel contesto in cui si svolge: è quindi un progetto site specific che si propone di stabilire un dialogo tra tessuto sociale, cultura e arte.

La fiera itinerante ha aperto le porte della splendida città siciliana, poco avvezza alle avanguardie artistiche rispetto ad altre metropoli europee ma cornice perfetta per la manifestazione.
Selezionata dal comitato di Manifesta, Palermo è risultata la città ideale in cui organizzare questa edizione grazie ad alcune sue caratteristiche che ben rappresentano due temi cruciali dell’Europa attuale: la questione dei migranti e il cambiamento delle condizioni climatiche globali.

Palermo nel corso della storia è stata occupata da diverse civiltà e ha quindi un’interessante stratificazione culturale e forti legami con l’Africa del Nord e il Medioriente grazie alla sua posizione geografica, crocevia di tre continenti.
Per la città potrebbe essere un’ottima opportunità di riqualificazione e un’occasione per aiutare i cittadini a riappropriarsi di alcune zone del tessuto urbano.

Manifesta porta con sé ben 71 eventi collaterali selezionati tramite bando internazionale, i cui programmi si svolgono in parallelo a quello principale della Biennale.

I curatori di questa edizione sono quattro: l’olandese Bregtje van deer Haak, lo spagnolo Andrés Jacques, la svizzera Mirjam Varadinis e l’italiano Ippolito Pestellini Laparelli.
Quattro anche le sezioni principali: Garden Flows (Orto Botanico, Palazzo Butera), Out of Control Room (quartiere della Kalsa, antico cuore arabo con Palazzo Forcella De Seta, Palazzo Ajutamicristo), City on Stage (Palazzo Costantino) e Teatro Garibaldi (quartier generale della Biennale).

La sezione più politicamente impegnata è senza dubbio Out of Control Room, che si suddivide in due sedi principali: Palazzo Ajutamicristo e Palazzo Forcella De Seta.
Il primo si apre con la scenografica installazione “Citizen ex” di James Bridle, che fissa al soffitto coloratissime bandiere. Il percorso si conclude con “The Third Choir” di Lydia Ourahname che porta a Palermo 20 barili di petrolio esportati dall’Algeria nel 2014, ognuno dei quali contiene un telefono cellulare.

 

James Bridle, Citizen ex

Installazione a Palazzo Ajutamicristo

 

Si prosegue a Palazzo Forcella De Seta, bellissimo edificio ristrutturato nell’Ottocento. Qui le video installazioni diventano quasi dei documentari giornalistici su immigrazione e colonizzazione grazie al film di Kader Attia “The Body’s Legacies. The Post-Colonial Bod” e a “Liquid Violence” di Forensic Oceanography.
Opera più scultorea “The Soul of Salt” di Patricia Kaersenhout, che riempie con una piramide di sale una delle sale del palazzo: i visitatori sono invitati a interagire con l’opera grazie alla possibilità di prendere e portarsi a casa un po’ di sale per allontanare la negatività dalla propria vita.

 

Patricia Kaersenhout, The Soul of Salt

Installazione a Palazzo Forcella De Seta

 

Garden of Flows è forse la sezione più poetica della Biennale: si inizia con l’Orto Botanico, dove le opere di otto artisti sono inseriti tra le meravigliose piante del parco, in un contesto bucolico che ricorda i giardini romantici ottocenteschi.
In una sala dell’ingresso è stata creata Radiceterna, raffinata biblioteca e project room che si focalizza sul binomio Arte e Natura. Qui si alterneranno mostre di Allora e Calzadilla, Kathinka Bock, Bjorn Braun e Ignazio Mortellaro.
Radiceterna, progetto realizzato in collaborazione con la Fondazione Mario Merz, fa riferimento all’opera dell’artista “Se la forma scompare la sua radice è eterna” del 1984.
Negli spazi dell’Orto Botanico il tema di questa edizione di Manifesta trova il suo perfetto palcoscenico: la metafora del giardino come luogo in cui nasce la vita, terreno in cui si coltiva la diversità di piante ed esseri viventi che coesistono uno accanto all’altro.

Altra sede di questa sezione è Palazzo Butera, splendida residenza dei Principi di Branciforte recentemente ristrutturata grazie a Massimo e Francesca Valsecchi, che nel 2019 porteranno qui la loro collezione per farla diventare un centro di arte contemporanea.
All’interno delle bellissime sale affrescate espongono sei artisti che hanno interpretato il tema di Manifesta con modalità totalmente differenti: si va dal documentario “Night Soil” di Melanie Bonajo alle maioliche di Maria Thereza Alves “Una proposta di Sincretismo (questa volta senza genocidio)”, progetto che nasce da alcune piastrelle trovate al mercato di Palermo di Piazza Marina.

Per concludere la fotografatissima “Theatre of the Sun” del collettivo americano Fallen Fruit che ricopre con una carta da parati dai colori sgargianti una delle sale del Palazzo: installazione “immersiva” / avvolgente che raffigura gli alberi da frutto del palermitano e crea una sorta di mappatura degli arbusti spesso trascurati o ignorati.

 

 

Fallen Fruit, Theatre of the Sun

Palazzo Butera

 

In pieno centro storico, Palazzo Mazzarino ospita per l’occasione diversi progetti espositivi, alcuni dei quali site specific.
All’ingresso del palazzo, nel cortile porticato interno, è possibile ammirare “Giochi senza frontiere”, scultura interattiva dell’artista polacco Marcin Dudek.

 

Marcin Dudek, Giochi senza frontiere

Palazzo Mazzarino

 

Negli spazi dell’ex cavallerizza l’installazione di Per Barclay realizzata da Francesco Pantaleone crea uno specchio in cui si riflette il colonnato, gioco di riflessi reso possibile grazie all’utilizzo di olio esausto. L’artista norvegese attua una riflessione sullo scorrere del tempo attraverso un gioco di rimandi tra l’architettura antica e lo spazio presente.

Addentrandoci nelle sale più interne incontriamo i lavori della collettiva “Il richiamo di Cthulhu”, mostra a cura di Lorenzo Benedetti che presenta sette artisti.
L’ultima sala ospita invece il progetto “La Febbre”, mostra collettiva a cura di Vincenzo Schillaci che presenta 10 artisti internazionali.

 

Per Barclay

Cavallerizza Palazzo Mazzarino

 

Tra gli eventi collaterali più di impatto hanno un ruolo centrale gli allestimenti proposti in chiese da poco restaurate.
La Chiesa della Madonna del Soccorso, anche detta “della Mazza”, chiusa al pubblico da circa quarant’anni finalmente riapre i battenti grazie al progetto di Duskmann, collettivo nato nel 2015. L’installazione “Prelude” culmina in un enorme cuore di marmo posto al centro della navata e ha l’ulteriore pregio di accentuare la sobria eleganza dell’interno della chiesa.

 

Duskmann, Prelude

Chiesa della Madonna del Soccorso

 

Altra chiesa rimasta chiusa a lungo a causa dei lavori di ristrutturazione è la Chiesa di Santa Venera, costruita nel 1493 e rimaneggiata a fine ‘700 secondo lo stile neoclassico all’epoca imperante. La piccola navata ospita in occasione di Manifesta due opere dell’artista belga Berlinde De Bruyckere intitolate “Mantel I” e “Mantel II”, presentate dalla Galleria Continua.
Le coperte lacerate, esposte alle intemperie per mesi, si ispirano al saio di San Francesco dipinto dal pittore spagnolo Francisco de Zurbaran (1598-1664): opere di sicuro meno provocatorie rispetto a quelle più conosciute dell’artista ma che ben si compenetrano con lo spazio religioso.

Molto interessante anche la prima personale siciliana dell’artista cubano Carlos Garaicoa, esposta presso la sede della galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, a due passi dai Quattro Canti e da Palazzo Mazzarino.
L’artista, attraverso le sue installazioni, ci guida attraverso una riflessione sul rapporto tra società, architettura e ambiente circostante.

“Garden”, raffigurazione in scala di un paesaggio, sovverte la realtà in un’operazione straniante che pone il visitatore come “un dio onnipotente”, gigante rispetto alla natura riprodotta. A riportarci alla realtà ci pensa il piccolo monitor che mostra un albero morto circondato da edifici in rovina: l’impotenza dell’uomo di fronte alle sconfitte e, peggio, la sua mano distruttiva come entità negativa e non come essenza superiore creatrice di vita.

“And after, what will we do?” è un’installazione site specific che mette in dialogo, grazie alle ampie finestre, travi di legno recuperate da vecchi edifici palermitani con i palazzi esterni. Piccole formiche in plastica che al posto della testa hanno edifici immaginari, si aggirano fra le travi divorandole: metafora della città che si auto costruisce e si auto divora ma anche una polemica sulla sostenibilità e sul rapporto uomo/architettura.

 

Carlos Garaicoa, And after, what will we do?

Installazione site specific

 

Pinksummer Gallery di Genova propone una collettiva dal titolo “Pictorial Goose Turn”, visitabile fino al 6 ottobre negli spazi di Via Patania, in collaborazione con il curatore palermitano Paolo Falcone. Il titolo della mostra unisce ludicamente il titolo del saggio di William J. T. “Pictorial Turn” e il gioco dell’oca, anche in riferimento alle nove stanze espositive che potrebbero idealmente corrispondere a nove caselle del gioco.
Tra gli artisti esposti, Peter Fend, Invernomuto, Tobias Putrih e Tomás Saraceno.

 

Tomás Saraceno

Pinksummer Gallery goes to Palermo

 

Tappa obbligata per tutti gli appassionati di fotografia il Centro Internazionale di Fotografia diretto da Letizia Battaglia, inaugurato ai Cantieri Culturali della Zisa nel 2017 che attualmente ospita una collettiva di fotografi internazionali.
Abbiamo avuto l’onore di incontrare di persona la grande fotografa, la quale ci ha dedicato momenti preziosi raccontandoci il proprio percorso, strettamente connesso con una Palermo segnata dalle ingerenze della mafia nella vita della città e dei suoi abitanti.

Tra le chicche che abbiamo avuto la fortuna di visitare sono da menzionare la sede temporanea della Galleria Viasaterna di Milano, che in un antico palazzo ha creato un atelier a metà tra la residenza e lo spazio espositivo coinvolgendo otto artisti tra italiani e internazionali che esporranno alternandosi settimanalmente. Al momento della nostra visita era la volta di Theo Drebbel, artista originaria di Napoli che crea delicati diorami composti da piccole figure ed elementi vegetali.

Lo studio d’artista di Oli Bonzanigo ci ha invece regalato un’atmosfera d’altri tempi, quasi onirica, in uno spazio che si sviluppa tra romantici affreschi e una vista mozzafiato.
L’artista milanese tra l’altro esporrà i suoi ricami visionari alla Galleria Viasaterna dal 16 al 22 luglio.

Un’altra atmosfera, raffinata e che ancora una volta sembra portarci indietro nel tempo, è quella che si respira al piano nobile di Palazzo Mazzarino, dove le imponenti opere di Damien Hirst si compenetrano alla perfezione in un ricercatissimo spazio di gusto nobiliare, tra affreschi, broccati e il “Ritratto di Franca Florio” (1901-1924) di Giovanni Boldini.

Durante queste giornate dedicate a Manifesta, Palermo ha davvero stupito e affascinato tutti con la decadente bellezza dei suoi palazzi, che hanno anche fatto distogliere lo sguardo dalle opere esposte, a volte più “informative” che contemplative.

La città ha anche stupito per il grado di reale integrazione tra culture differenti: impossibile non rendersi conto che Palermo è abituata all’accoglienza verso il “diverso” molto più di quanto in molti potessero immaginare. Teatro perfetto per mettere in scena il dibattito artistico: come l’ha definita la direttrice di Manifesta, Hedwig Fijen “complessa e stratificata, è una città molto più che europea, transnazionale”.

Una Palermo globale ma problematica, che deve fare i conti con l’immigrazione, l’emigrazione dei siciliani verso le grandi città del nord, l’impatto turistico e i cambiamenti climatici.

 

 

MASTERPIECE LONDON 

28 Giugno – 4 Luglio

Si è svolta presso il Royal Hospital Chelsea, palazzo storico progettato da Christopher Wren, la 9ª edizione di Masterpiece London che ha visto la partecipazione di 190 gallerie tra le più prestigiose al mondo.
Tra le 29 new entries risaltano la Kallos Gallery, specializzata in antichità, Hauser & Wirth che si distingue per la pittura moderna, Landau Fine Art che ha proposto un fantastico portfolio di opere tra cui un tardo Picasso, un raro René Magritte e un Modigliani.

Masterpiece è di sicuro la fiera più importante al mondo per la raccolta congiunta di settori eterogenei: si spazia dai reperti archeologici all’arte moderna e contemporanea, dal design ai gioielli, dai libri antichi agli orologi per coprire un ventaglio di seimila anni di storia.
Questa commistione tra diversi generi artistici rende Masterpiece London l’unico happening che combina arte e lusso, una fiera che fin dalla prima edizione del 2010 si è distinta per l’altissima qualità dei pezzi proposti e che è destinata a migliorare nel tempo.

Tutto ciò è reso possibile anche grazie alla commissione artistica composta da 150 esperti internazionali provenienti dalle maggiori istituzioni pubbliche e private che esaminano ogni singolo pezzo per certificarne e garantirne la qualità.

La disposizione degli stand voluta dal Presidente Philip Hewat-Jaboor, a sua volta collezionista e art advisor, ha promosso ed esaltato la commistione di generi e settori differenti, idea che ha avuto il pregio di far conoscere e acquistare ai collezionisti anche oggetti estranei al loro abituale terreno d’azione.

A partire dallo scorso anno è stata introdotta la sezione Masterpiece Presents, spazio all’ingresso della fiera adibito all’esposizione di opere innovative.
Quest’anno ad accogliere i visitatori era “Five Stages of Maya Dance”, installazione di Marina Abramović, composta da 5 ritratti dell’artista scolpiti nell’alabastro con resa tridimensionale e illuminati tramite led.
Presentati da Factum Arte (azienda con sede a Madrid, Milano e Londra specializzata nella mediazione digitale) in collaborazione con Lisson Gallery, i ritratti in 3D riescono a combinare performance, scultura e tecnologia digitale grazie alle proprietà traslucide dell’alabastro: mentre lo spettatore si muove si ha la sensazione che il volto della Abramović si decomponga in intricati paesaggi, creando l’effetto di una sorta di performance.
L’opera, creata in questi ultimi cinque anni, rappresenta le cinque tappe della danza Maya ed è il risultato di una serie di riflessioni sull’effimero e sull’eternità.

 

Marina Abramović, Five Stages of Maya Dance, 2013

Masterpiece Presents 2018

 

 

Un’altra star contemporanea è l’artista giapponese Chiharu Shiota, famosa per le avvolgenti ragnatele, che ha creato un’installazione immersiva site specific per la Blain Southern Gallery. Fili rossi avviluppavano completamente lo spazio arredato con valigie, mappe e libri, spesso effetti personali di Shiota che simboleggiano delicate questioni esistenziali.

 

Chiharu Shiota, Turning World, 2018

Blain Southern Gallery, Masterpiece London 2018

 

Facendo un passo indietro nel tempo, sono stati molti gli stand a esporre opere impressioniste e moderne.
Die Galerie si è focalizzata su opere di tre artisti surrealisti: ha presentato una monumentale statua in bronzo di Max Ernst, opere di André Masson e Roberto Matta.

Mazzoleni, presente per la quarta volta consecutiva, ha proposto opere di grandi artisti risalenti al XX secolo, sia italiani che internazionali tra cui Giacomo Balla, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Marc Chagall, Giorgio de Chirico, Lucio Fontana, Hans Hartung, Fausto Melotti, Victor Vasarely.

Robilant + Voena ha invece deciso di ampliare lo spettro esponendo opere di epoche diverse: dalle serigrafie di Andy Wharol alle Vedute del XVIII secolo.L’assoluta rarità proposta dalla galleria è il piano d’appoggio di una tavola appartenuta alla collezione di Francesco I de’ Medici, risalente al periodo di reggenza compreso tra il 1568 e il 1577: la bellissima lastra è composta da marmi colorati e pietre dure incastonate a formare un disegno geometrico sui toni dell’ocra e del blu cobalto. Perfettamente conservata, ne esistono solo tre esemplari al mondo che possiedono ancora anche il bordo originale e il grembiule intarsiato.

 

Tavolino di gioje appartenuto a Francesco I de’ Medici, 1568-1577

Marmo e pietre dure

141,5 x 87 x 70,5 cm

Robilant + Voena, Masterpiece London 2018

 

 

M&L Fine Art ha presentato sia dipinti del primo Novecento, tra cui una “Composizione metafisica” del 1916 di Giorgio de Chirico, sia opere del secondo dopoguerra di Piero Manzoni, Lucio Fontana ed Enrico Castellani.

La galleria Ronald Philips, in occasione del 300° anniversario di nascita di Thomas Chippendale, ha esposto come omaggio al famoso ebanista britannico circa 20 mobili realizzati dal maestro.

Non sono mancate le rarità che hanno attirato l’attenzione di molti visitatori: tra queste una gogotte esposta presso lo stand della galleria Art Ancient, scultura antropomorfa rarissima risalente a 30 milioni di anni fa formata da cristalli di quarzo e carbonato di calcio. Questa particolare pietra scultorea presenta forme moderne e dà l’impressione di essere appena stata concepita da un artista contemporaneo, nonostante la sua nascita risalga al periodo dell’Oligocene.

Le curiosità presentate da Art Ancient per soddisfare gli amanti della storia naturale e del mistero della creazione del mondo non si è fermata alla gogotte: la galleria ha anche esposto un raro meteorite formatosi 4,6 miliardi di anni fa e un fulmine congelato nella sabbia del deserto, poi venduto a 70.000£.

Durante i giorni di fiera sono state concluse molte trattative, alcune delle quali hanno visto protagonisti anche grandi istituzioni come il Metropolitan Museum of Art, il British Museum, il Victoria&Albert Museum, il Getty Museum.

Piano Nobile, galleria londinese, ha venduto a un collezionista britannico il modello in gesso della scultura datata 1938 “Recumbent Figure” di Henry Moore, la cui copia in bronzo è esposta alla Tate Collection. Prezzo di richiesta: 250.000£.

 

Henry Moore, Recumbent figure, 1938

Modello in gesso

Piano Nobile Galerie, Masterpiece London 2018

 

 

Mazzoleni ha venduto il dipinto “Grande metafisico con squadre” del 1971 di Giorgio de Chirico per circa 430.000€ e l’opera “Bellatrix-Bie” di Victor Vasarely per 100.000€.

La fiera si è svolta in concomitanza dell’Art Week londinese che ha visto protagoniste le aste di arte moderna, contemporanea e Old Masters, fattore che di sicuro ha attirato i collezionisti già presenti in città a visitare Masterpiece facendo registrare circa 51.000 visitatori, il 16% in più rispetto all’ultima edizione.
La rassegna, nata nel 2010, è stata acquistata a dicembre 2017 per il 67,5% dal gruppo svizzero MCH Group, già proprietario di Art Basel e di altri eventi artistici internazionali.
Lo sponsor principale della fiera per il 5° anno di fila è stata la Royal Bank of Canada.

Il prossimo appuntamento è fissato per il 27 giugno 2019.

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

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