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banksy Archivi - Linda Bajàre

2019 – Che anno!?

Sicuramente il 2019 sarà ricordato come un anno di transizione.

Un anno ricco di incertezze politiche e finanziarie che di conseguenza si sono riflesse anche sul mercato dell’arte.

Anche se il mondo dell’arte era fiducioso, non prevedendo grandi cambiamenti nella cosiddetta “grande mela” d’Europa – Londra – la Brexit ha portato alla chiusura di alcune gallerie e all’apertura della loro sede principale da Londra a Parigi, per citarne alcune: White Cube, David Zwirner, Pace Gallery.

Ha arricchito l’anno la 58ª Biennale di Venezia curata da Ralph Rugoff “May You Live in Interesting Times” che – come suggerisce il titolo – si è rivelata uno specchio fedele del clima di grandi cambiamenti che stiamo vivendo, con opere incentrate su temi attuali riguardanti la politica internazionale, l’emergenza ambientale e i problemi sociali come la questione dei migranti, il movimento femminista, l’uguaglianza razziale e di gender.

In occasione della Biennale le fondazioni e i musei della città hanno preparato mostre eccezionali come la retrospettiva su Jannis Kounellis alla Fondazione Prada, Arshile Gorky a Ca’ Pesaro, la monografia su Georg Baselitz alle Gallerie dell’Accademia, Luc Tuymans a Palazzo Grassi, Pino Pascali a Palazzo Cavanis e Alberto Burri alla Fondazione Cini.

Con una spiritosa apparizione si è fatto notare anche lo street artist Banksy, non ufficialmente invitato a esporre ma immancabile figura che quest’anno ha fatto parecchio parlare di sé.

Oltre a questa performance seguita da un murales nel quartiere Dorsoduro, Banksy ha saputo anticipare e cavalcare l’onda della Brexit con l’opera “Devolved Parliament”, strategicamente messa in vendita da Sotheby’s in occasione delle ultime aste londinesi precedenti l’uscita della Gran Bretagna dalla UE, segnando il record per l’artista con 11,1 milioni di euro.

Sempre puntuale nelle occasioni, questa volta anticipando Natale, l’artista propone la sua versione di Santa Claus su un muro a Birmingham, rendendo in carne e ossa la tragica bellezza delle festività.

Invece Maurizio Cattelan, in occasione di Art Basel Miami – dopo 15 anni di assenza – ha presentato la sua nuova scultura “Comedian”.

La banana commestibile attaccata al muro con il nastro adesivo e prezzata 120.000-150.000$, è stata una mossa strategica vincente per far parlare di sé a tutto il mondo ed è chiaro che il vecchio concetto del valore che attribuiamo alle cose è riconfermato essere ancora molto popolare.

Cattelan era balzato agli onori delle cronache già a settembre quando la sua opera “America”, un water d’oro massiccio, è stata rubata durante la sua recente personale a Blenheim Palace, Oxford.

Il 2019 è stato un anno che si è caratterizzato per retrospettive molto importanti dedicate a grandi artisti, come Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra, Antony Gormley alla Royal Academy, Mario Merz e Cerith Wyn Evans all’Hangar Bicocca di Milano, il già citato Maurizio Cattelan al Blenheim Palace di Oxford, Lucio Fontana al Metropolitan Museum di New York e molti altri.

Frutto di 4 anni di lavoro, con quasi 80 opere esposte, direi che la mostra dell’anno è stata “Il giovane Picasso – Periodi blu e rosa” alla Fondation Beyeler di Basilea, dove anche la prestigiosa monografica su Rudolf Stingel ha avuto un enorme riscontro.

Nelle aste internazionali il clima di incertezza si è registrato nella comparsa di un numero minore di opere valutate sopra i 20 milioni di dollari, forse sintomo di un periodo poco fiducioso.

Nonostante questo i risultati generali sono stati abbastanza positivi anche quest’anno, tant’è vero che abbiamo assistito a ottimi record, tra cui Jeff Koons che si è riconfermato l’artista vivente più pagato al mondo con la scultura “Rabbit” del 1986, battuta in asta a maggio da Christie’s New York a 91,1 milioni di dollari.

È stato un anno di grandi cambiamenti per la storica casa d’aste Sotheby’s – fondata nel 1744 – che è passata in mano private in seguito alla vendita di giugno scorso: l’imprenditore e collezionista Patrick Drahi ha acquistato il colosso del settore per 3,7 miliardi di dollari.

Le principali fiere commerciali internazionali hanno registrato ottime vendite e sembra non essere da meno l’appena conclusa Art Basel Miami, che registra un clima positivo.

Come lei anche Frieze London ha goduto di ottimo riscontro da parte di pubblico e acquirenti, tanto che nel clima di incertezza molti l’hanno definita una bolla di felicità.

Grande successo anche per Fiac Parigi sia di vendite che di pubblico, risultato ottenuto anche grazie ai primi benefici dello spostamento di interessi.

Il Turner Prize – nato nel 1984 – è stato per la prima volta assegnato a tutti e quattro i finalisti, Lawrence Abu Hamdam, Helen Cammock, Oscar Murillo e Tai Shani.

L’innovativa proposta è arrivata proprio dagli artisti tramite una lettera alla giuria in cui spiegano che in un momento così difficile, la loro scelta di presentarsi come un collettivo è un gesto simbolico in nome della condivisione e della solidarietà, nell’arte come nella società.

Riveste un ruolo sempre più importante nel mondo dell’arte anche la tecnologia, che si tratti di nuove startup, di arte creata da intelligenze artificiali o di Cryptoart – mercato che coinvolge solo opere d’arte digitali da acquistare con valuta digitale.

Siamo nell’era delle immagini interattive e molti musei si stanno muovendo per assecondare le nuove modalità di fruizione e apprendimento. In Italia ne sono un esempio l’M9 di Mestre e il MAV di Ercolano, musei di nuova generazione che si avvalgono di tecnologie avanzate e installazioni immersive.

Il desiderio di vivere un’esperienza culturale a 360° sta portando sempre più spesso alla creazione di tour virtuali in molte città d’arte, il più recente promosso a Milano in occasione del 500enario della morte di Leonardo da Vinci.

In questi ultimi anni le vendite d’arte online hanno registrato una crescita notevole (a due cifre) e hanno prodotto ricavi per circa 6 miliardi di $, segno che anche il mercato dell’arte – molto tradizionale nella struttura e nelle dinamiche – si sta aprendo sempre di più ai nuovi linguaggi.

Immagino che il futuro dell’arte ci riservi tante belle sorprese e anche nel 2020 ci sarà da divertirsi!

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

 

Artexit

Ottobre sta per finire e la Brexit – ormai alle porte – potrebbe cambiare i giochi.

In positivo o in negativo?

È una domanda che tutti si pongono ma a quanto pare i dubbi su cosa potrebbe o non potrebbe accadere per ora resta incerto, in attesa dell’accordo d’uscita tra le parti.

Londra – considerata la “Grande Mela” dell’Europa – ha un ruolo e una posizione importantissima all’interno del mercato dell’arte e il suo successo è dovuto in special modo al modello di regolamentazione inglese che vede le tasse di importazione al 5% – le più basse della UE – e la Brexit potrebbe rappresentare un’ulteriore opportunità per la Gran Bretagna di essere ancora più competitiva sul mercato globale, attuando una revisione normativa più vicina ai suoi competitors USA (0%) e Cina (3%).

La legislazione dell’Unione Europea, con la sua complessa burocrazia e costosa amministrazione, secondo alcuni avrebbe infatti penalizzato il mercato londinese ponendolo in una posizione di sfavore rispetto ai suoi grandi rivali, New York e Hong Kong.

La Brexit potrebbe quindi rappresentare un’opportunità interessante per la Gran Bretagna, libera dai vincoli della Ue, ma potrebbe anche determinare un indebolimento non trascurabile del mercato poiché con l’uscita dall’Unione Europea verranno meno i fondi e i finanziamenti di cui il Regno Unito poteva usufruire e di cui hanno beneficiato molti musei e gallerie, per non parlare dei singoli artisti.

Un esempio tra tutti la monumentale scultura “Angel of the North” (1994-1998) di Antony Gormley collocata a Gateshead, era stata finanziata proprio grazie ai fondi UE.

Già all’epoca del referendum molti artisti di fama internazionale come Tacita Dean, Wolfgang Tillmans, Michael Craig-Martin, Banksy, il già citato Antony Gormley e molti altri – si erano schierati a favore della permanenza all’interno dell’Unione Europea aderendo attivamente alla campagna “Remain” tramite la creazione di opere d’arte, poster e slogan.

Forti timori sono stati espressi anche da istituzioni storiche e ruoli istituzionali – dal direttore della Tate Nicholas Serota a Martin Roth – direttore del Victoria & Albert Museum, preoccupato anche per le conseguenze della mancanza di sussidi europei dedicati alla ricerca.

Ma non si tratta solo di finanziamenti. Oltre al venir meno delle agevolazioni legali ed economiche, al possibile indebolimento degli investimenti e all’impatto sull’economia in generale, saranno da prendere in considerazione anche altri ostacoli come le licenze di esportazione.

Molti protagonisti dell’arte stanno infatti valutando un eventuale ritiro delle opere depositate a Londra come Larry Gagosian, che a quanto pare ha già iniziato a spostare i beni da Londra alle sedi di Atene, Basilea, Ginevra e Parigi.

Di sicuro Londra non rappresenterà più lo scalo mondiale per l’importazione di opere all’interno dell’Unione Europea ed è proprio la capitale francese che si sta preparando a raccogliere il testimone, avendo la seconda tassazione europea più bassa con il 5,5 %.

Alcune importanti gallerie – tra cui White Cube, David Zwirner, Pace Gallery – stanno già progettando l’apertura di sedi parigine e la città è pronta a raccogliere i frutti dello spostamento di capitali, situazione che quindi potrebbe favorire il mercato francese.

Viceversa, le gallerie che hanno in programma esposizioni da novembre in poi si sono organizzate in anticipo per portare in Gran Bretagna le opere, onde evitare il rischio di nuove regole sui dazi doganali.

Per ora nonostante le incertezze, Londra continua a mantenere il suo ruolo centrale – basti pensare a tutti i musei, le gallerie, le fiere internazionali e le case d’asta che hanno qui la loro sede – e i buoni risultati ottenuti dalle aste appena concluse e dalla fiera Frieze lo confermano.

A prescindere dai pronostici favorevoli o meno, ciò che emerge sono le importanti ripercussioni sul mercato globale implicate dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea che rendono ancora più chiara la stretta correlazione tra arte, politica ed economia.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

Avete il senso dell’umorismo?

Maurizio Cattelan image

 

-Parte II-

Se state leggendo questo articolo significa che vi piace l’arte ironica e che vi siete divertiti leggendo la prima parte che abbiamo dedicato a questo particolare aspetto dell’arte contemporanea.

Come abbiamo visto, a partire dalla Pop Art divertimento e satira iniziano ad avere un ruolo maggiore nel mondo dell’arte contemporanea. Sempre più tagliente, l’ironia non risparmia niente e nessuno e diventa un efficace strumento in grado di veicolare in modo più incisivo il messaggio dell’autore.

Lo sa bene Banksy (Bristol 1974), artista e writer tra i maggiori esponenti della Street Art, che ha fatto dell’ironia e della clandestinità i suoi segni distintivi. L’identità segreta è una scelta morale ed estetica che rimarca la sua non-appartenenza al sistema e un ulteriore modo di combatterlo: l’utilizzo degli stencil, preventivamente preparati in studio, gli permette una rapida realizzazione che ben si adatta alle sue improvvise incursioni notturne in spazi pubblici senza essere mai stato scoperto, trucco che fa parte del suo “scherzo”.

La comunicazione diretta e il ricorso a un linguaggio semplice e incisivo raggiungono e interagiscono con un numero molto elevato di persone appartenenti a ceti ed età differenti.

La sua è un’arte di protesta verso la politica attuale, la cultura, le questioni etiche e sociali, che si esprime tramite una satira tagliente: spesso al limite del pudore, le sue opere affrontano argomenti “scomodi” e spesso taciuti, come nel caso di “Snorting Copper”, graffito apparso su un muro di Londra nel 2006 che raffigura un poliziotto intento a farsi una riga di cocaina.

In altre occasioni Banksy si fa portavoce della controcultura e guida una rivolta contro le grandi multinazionali che gestiscono e governano gran parte del pianeta con l’unico scopo di arricchirsi a discapito dei più deboli.

L’artista di Bristol rimaneggia immagini pubblicitarie e icone del nostro tempo come atto di denuncia sociale, spesso attingendo dall’estetica punk inglese degli anni ’70, come nel caso di opere che riprendono in chiave ironica e dissacratoria i ritratti della Regina Elisabetta o di Winston Churchill.

Il suo impegno politico, sempre molto forte, lo ha portato a prendere posizione rispetto alla questione palestinese e nel 2005 ha realizzato alcuni stencil sul muro divisorio in Cisgiordania. La sua presenza in un territorio così oppresso e delicato è culminata con l’apertura nel 2017 del Walled Off Hotel in Palestina, albergo che offre una visuale proprio verso il Muro.

I suoi interventi non hanno risparmiato nemmeno le opere dei grandi maestri del passato e la denuncia contro il consumismo fa la sua apparizione in “Ponte Giapponese” (1899), una delle opere più famose di Claude Monet: l’incanto del giardino di Giverny è turbato da carrelli della spesa abbandonati e coni segnaletici catarifrangenti (“Show Me the Monet”, 2005).

A trovare spazio nelle sue opere non solo personaggi e opere celebri ma anche animali – spesso altamente simbolici – come scimmie e ratti: questi ultimi sono tra i suoi soggetti preferiti, in quanto sono animali che vivono nell’ombra, rifiutati dalla società e quindi perfetta metafora che rappresenta gli “esclusi”.

Banksy ha saputo raccogliere e rielaborare il testimone lasciato da Keith Haring, al quale fa riferimenti chiari e diretti specie in “Choose your Weapon” (2005), opera che allude ai “Barking Dogs” dell’artista americano.

Non dobbiamo dimenticarci il grande colpo di scena in occasione dell’asta di Sotheby’s Londra nell’ottobre 2018, quando “Girl with Balloon” (2006) si è autodistrutta sotto gli occhi increduli dei presenti diventando la prima opera in assoluto realizzata durante un’asta d’arte. Se pensate che chi l’ha acquistata a 1.042.000 £ (interessi inclusi) si sia trovato con niente in mano vi sbagliate, perché sono sicura che al momento di riproporla sul mercato l’opera avrà acquisito un nuovo fascino e un valore straordinario.

L’ultimo intervento di Banksy che ha fatto parlare molto è stato la sua comparsa a Venezia durante l’apertura della Biennale nelle vesti di un venditore ambulante, in forte polemica con la questione dell’ingombrante e fastidiosa presenza delle navi da crociera, apparizione seguita dal murales nel quartiere Dorsoduro.

A proposito di Venezia, quest’anno la Serenissima ha rischiato di non essere inclusa nell’elenco del Patrimonio Unesco proprio a causa del turismo fuori controllo e del problema delle grandi navi che continuano a solcare le acque della laguna; tra l’altro lo scorso 2 giugno una nave da crociera si è scontrata contro un battello turistico riaccendendo le polemiche.

L’umorismo di Banksy ha centrato il problema, anticipando l’episodio quasi come un profeta.

Banksy, “Snorting Copper”
Banksy, “Snorting Copper”, Londra 2006
Graffito
Banksy Barcode
Banksy, “Barcode”, 2004
Serigrafia
Banksy, Happy Choppers
Banksy, “Happy Choppers”, 2003
Serigrafia

Nominato precedentemente, un altro esponente della street art è Keith Haring (USA 1958 – 1990), uno dei maggiori promotori del concetto di arte alla portata di tutti nell’effervescente New York degli anni ‘80, che ha eletto l’intera città a immensa tela da dipingere.

La scelta di realizzare opere nel contesto urbano non è solo un desiderio di esprimersi oltre i tradizionali canali artistici, ma abbraccia il significato simbolico di arte democratica e il successo internazionale delle sue opere ha contribuito alla diffusione delle forme d’arte negli spazi pubblici.

Colorate, semplici e immediate, le sue opere possono essere lette sia a un livello più superficiale come immagini giocose e infantili, sia a un livello ulteriore di significati più profondi che sfruttano un umorismo graffiante, puntando alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso alcuni temi sociali molto delicati.

Oltre a essere un artista acclamatissimo, Haring è stato anche imprenditore di sé stesso con la creazione di un brand di felpe, magliette e gadget proposte presso il suo Pop Shop di New York, che lo ha ulteriormente spinto verso una visibilità a livello globale.

Keith Haring
Keith Haring, “Ignorance = Fear”, 1989
Litografia
Keith Haring Andy Mouse
Keith Haring, « Andy Mouse », 1986
Serigrafia

Provocatorio e accattivante, anche Christopher Wool (Chicago 1955) si è sempre concentrato sull’immediatezza e sull’ironia dei doppi sensi, interessandosi in modo particolare alla rappresentazione visiva della lingua ricorrendo a diversi stili e utilizzando diversi medium quali la serigrafia, lo stencil, la vernice spray e la pittura.

Le sue opere composte da grandi lettere nere su fondo bianco mirano a una riflessione sulle tensioni attuali della società e diventano un mezzo per una critica all’estetica della rappresentazione artistica tradizionale: i giochi di parole taglienti, le frasi ironiche e i doppi sensi sono una parodia degli archetipi della pittura accademica.

Wool inizia a lavorare su tele composte da parole e frasi negli anni ’80, periodo in cui il movimento concettuale boicotta la pittura e una nuova generazione di artisti – tra cui Jean-Michael Basquiat e Richard Prince – si impone sulla scena internazionale.

L’artista ha inoltre subìto una forte influenza da parte dell’action painting di Jackson Pollock per quanto riguarda la pratica processuale della creazione delle opere, ma durante gli anni ’90 elegge la serigrafia come tecnica preferita, che utilizza tutt’ora. Lo stile disinvolto e fortemente intuitivo si riflette sulla tela in sbavature, sovrastampe e “imperfezioni” che concorrono a rendere le sue opere uniche.

In una delle sue serie più note, “Black Book Paintings” (1989-1990), le parole sono suddivise verticalmente su tre livelli e il concetto, pur rimanendo comprensibile nella sua totalità, si arricchisce di secondi significati.

Christopher Wool Assassin
Christopher Wool, “Assassin”, 1989
Serigrafia
Christopher Wool If You
Christopher Wool, “If You”, 1992
Smalto su alluminio
Christopher Wool
Christopher Wool, “Untitled”, 2005
Smalto su alluminio

Ha riflettuto sul linguaggio e sui concetti anche Richard Prince (Panama 1949), pittore e fotografo che a partire dal 1977 si afferma come uno dei pionieri dell’appropriazione nell’arte contemporanea e il suo rimaneggiamento più celebre è la famosa serie “Cowboys” (1980-1992), nella quale ha ri-fotografato la campagna pubblicitaria di una nota marca di sigarette. La controversa operazione concettuale, fortemente ironica, è una critica verso lo stile di vita americano e il potere che le immagini pubblicitarie hanno sulla mente umana. Così come le infermiere della serie “Nurse” (2003), tratte da copertine di romanzi economici di serie C, hanno qualcosa di seducente ma anche di molto inquietante.

Richard Prince ha quindi sempre provocato polemiche su questioni relative alla proprietà intellettuale e anche la recente serie “New Portraits” (2015), in cui ogni pezzo è un’immagine presa da Instagram, indaga i problemi odierni legati alla privacy e al controllo che abbiamo su noi stessi e sulle informazioni che consapevolmente mettiamo in rete.

Questi scatti, presi in prestito da alcuni dei suoi followers, ingigantiti e rivenduti a cifre che si aggirano intorno ai 100.000$ hanno creato malcontenti sfociati in cause legali e la cosa divertente è che non è la prima volta che l’artista finisce nei guai per violazione del diritto d’autore, come ad esempio già nel 2013 la pratica del ready-made l’aveva portato in tribunale contro il fotografo Patrick Cariou, causa poi vinta da Prince.

Ma non finisce qui: anche di recente ha avuto problemi con due fotografi professionisti, Dennis Morris e Donald Graham, nonché con la sua ex galleria Gagosian, ma in questo caso i motivi della rottura non sono noti.

Le opere più divertenti e scanzonate restano le sue barzellette, che a partire dalla metà degli anni ’80 hanno sfidato i canoni tradizionali della pittura dell’epoca, giocando sull’idea di creare un’opera d’arte che è in realtà la rappresentazione di uno scherzo. Le sue battute trasposte su tele dai colori accesi e allegri sono però molto più di frasi spensierate, in quanto rivelano tensioni spesso sepolte sotto la superficie delle interazioni sociali.

Queste frasi, dalla resa quasi pubblicitaria e didascalica, fanno parte di una più ampia ricerca dell’artista, che mira a ridefinire i concetti di paternità e di aura dell’opera d’arte tramite un processo di appropriazione di immagini tratte dai mass-media, dalle pubblicità e dall’intrattenimento tipico degli anni ‘70.

Prince utilizza diversi medium come disegni, installazioni, dipinti e fotografie che mettono in luce come le icone moderne e più in generale anche l’identità americana siano state studiate appositamente per incoraggiare il consumismo.

Richard Prince
Richard Prince, «Untitled», 1995
Acrilico e inchiostro serigrafico su tela
Richard Prince
Richard Prince, “Untitled (Fireman joke)», 1987
Acrilico su tela

Invece George Condo (USA 1957) utilizza un linguaggio fantasioso che rende omaggio alla ritrattistica tradizionale dei grandi maestri europei del passato, rielaborati e mescolati a icone della cultura americana contemporanea come personaggi dei fumetti e dei cartoni animati: la fusione tra i due canoni estetici crea uno specchio dei costumi sociali contemporanei.

È a partire dagli anni ’80 che Condo inizia a inserire nei suoi lavori un mix di umorismo, ironia e venerazione verso artisti come Rembrandt, Goya, Caravaggio, Mirò, Picasso – abbracciando l’intero spettro dell’arte europea e americana.

Lo stile eclettico dell’artista è caratterizzato da figure dinamiche, colori vivaci che incorporano elementi surreali ed espressionisti, dalla Pop Art ai personaggi Disney: nascono così i dipinti grotteschi popolati da personaggi bizzarri caratterizzati da occhi sporgenti, corpi astratti, guance prominenti e bocche mordaci che riflettono l’isteria e le paranoie della società odierna.

L’artista ha coniato il termine “Realismo artificiale” per descrivere il suo lavoro, che opera una scomposizione della realtà poi ricostruita secondo l’ordine personale dell’autore, una sorta di cubismo psicologico che mira a descrivere i diversi stati d’animo dei suoi personaggi. Il riferimento a Picasso non è casuale: a 13 anni George Condo vede un’opera dell’artista spagnolo pubblicata su un giornale e da quel momento diventerà una delle sue maggiori fonti d’ispirazione.

In questi ultimi anni l’artista americano è molto apprezzato dal mercato che diverte i grandi intenditori dell’arte, diventando uno degli artisti più richiesti anche per quanto riguarda gli investimenti.

George Condo
George Condo, “Little Ricky”, 2004
Olio su tela
George Condo
George Condo, immagine da Art Basel 2019

Un altro artista che rivisita icone dell’arte è Francesco Vezzoli (Brescia 1971), uno degli artisti contemporanei italiani più affermati, esplora il potere della cultura popolare utilizzando diversi mezzi espressivi tra cui il ricamo, la scultura, la videoarte e la performance.

Lo studio del linguaggio mediatico e televisivo lo porta a un’analisi degli stereotipi della cultura contemporanea e dell’influenza della pubblicità sulla mente umana, ricerca che si traduce in lavori che si muovono tra citazioni storiche e cultura figurativa contemporanea. Performer, lui stesso diventa soggetto delle sue opere, impadronendosi di immagini già conosciute.

Emulando gli schemi tipici del cinema e della pubblicità, Vezzoli affronta l’ambiguità che ci impedisce di distinguere la realtà dalla finzione in un’analisi dei miti e delle icone della cultura popolare.

Questi temi vengono affrontati sia in cortometraggi che mettono in scena fantomatiche produzioni televisive, sia in ritratti di personaggi famosi – spesso in bianco e nero – che piangono lacrime dorate ricamate all’uncinetto: il seducente linguaggio della pubblicità lascia il posto a una contemplazione profonda dei sentimenti e delle ossessioni che colpiscono l’animo umano.

Vezzoli ha inoltre rivisitato l’opera “Forme uniche nella continuità dello spazio” di Boccioni, aggiungendo un tacco 12 alla famosa scultura futurista simbolo del progresso e del movimento. Il bronzo “Unique forms of continuity in high heels (after Umberto Boccioni)” del 2012 mira a ridicolizzare il fascismo tramite una satira tagliente e nello stesso tempo aggiunge un tocco di glamour al Futurismo.

Francesco Vezzoli
Francesco Vezzoli,
“Unique forms of continuity in high heels (after Umberto Boccioni)”, 2012
Bronzo
Francesco Vezzoli
Francesco Vezzoli, “Cassandra Crying”, 2016
Stampa su tela con ricamo metallico

Ha fatto di irriverenza e ironicità la sua cifra stilistica anche Maurizio Cattelan (Padova 1960), che ha spesso suscitato e volutamente cercato dibattiti e polemiche.

Le sue opere includono sculture, performance e azioni provocatorie come nel 1997, quando invitato alla 47ª Biennale di Venezia presenta l’opera “Turisti”, 200 piccioni imbalsamati posti sulle travi del padiglione italiano. Nel visitare lo spazio prima della manifestazione Cattelan aveva notato l’abbandono e il degrado imperversanti uniti alla presenza di molti piccioni: decide quindi di “lasciare tutto come l’ha trovato”.

Una delle sue opere più ironiche è forse il suo autoritratto che sbuca dal pavimento (presentata per la prima volta nel 2001 al Museo Boymans-van Beuningen di Rotterdam) meravigliato di trovarsi in una sala espositiva.

L’installazione era stata contesissima durante un’asta Sotheby’s a maggio 2010 e l’aggiudicazione a 7,92 milioni di $ (diritti esclusi) a un acquirente rimasto nell’ombra gli aveva valso il titolo di artista italiano vivente più caro.

Sicuramente scandali e provocazioni hanno avuto un forte peso nella carriera artistica di Maurizio Cattelan come quando nel 2004 ha esposto tre bimbi-manichini impiccati alla quercia di Piazza XXIV Maggio a Milano – installazione volta a sensibilizzare l’opinione pubblica verso il problema delle violenze domestiche – ritenuta offensiva della sensibilità e del decoro pubblici. Senz’altro è una forma di comunicazione molto spinta che richiede capacità interpretative non banali.

Ha fatto molto parlare di sè anche nel 2010 con la provocatoria “L.O.V.E.” – sigla di Libertà, Odio, Vendetta, Eternità – una scultura in marmo di Carrara di 11 metri che campeggia in Piazza Affari a Milano di fronte alla sede della Borsa, edificio costruito durante il fascismo. L’opera raffigura una mano intenta nel saluto fascista ma con tutte le dita mozzate eccetto il dito medio, volgare gesto di irriverenza contro il fascismo e il mondo della finanza.

Oltre a quelle citate, Cattelan ha creato un notevole corpus di opere volte a far riflettere l’opinione pubblica su temi che ci riguardano tutti da vicino.

Proprio recentemente, avrete sentito parlare di un’altra sua opera, un water d’oro di 18 carati intitolata “America” rubata a pochi giorni dall’inaugurazione della sua nuova retrospettiva a Blenheim Palace, dimora inglese dove è nato Winston Churchill.

Di sicuro il furto ha accresciuto e non di poco l’aura già particolare che circondava quest’opera interattiva – una satira sull’eccessiva ricchezza ostentata dagli Stati Uniti – realizzata nel 2016 e installata al Guggenheim di New York per quasi un anno, durante il quale circa 100 mila persone hanno potuto ammirarla e utilizzarla.

La scultura aveva già fatto parlare di sé quando Nancy Spector, curatrice della mostra, l’aveva proposta alla Casa Bianca al posto del Van Gogh richiesto in prestito ma ritenuto troppo delicato per essere spostato.

Il water d’oro stimato circa un milione di sterline, era già stato ironicamente collegato a Trump – che tra l’altro ha un’adorazione per il prezioso materiale – anche se il richiamo al Presidente è sempre stato smentito dall’artista italiano.

Nelle motivazioni per la particolare scelta la Spector ha spiegato come “il lavoro incanala perfettamente la storia delle avanguardie artistiche del 20º secolo”, ma il sarcasmo era fin troppo evidente.

L’opera sarebbe stata ispirata alle disuguaglianze di reddito e al ciclo iniziato con la fontana di Duchamp (1917) e proseguito con la “Merda d’artista” di Piero Manzoni del 1961.

“America” si pone come un supremo gesto di disprezzo per il denaro e con il suo titolo aggiunge all’ironia duchampiana ulteriori interrogativi, anche per la sua data di nascita che – quasi – coincide con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca.

Intellettualmente, l’opera di Cattelan implica diversi significati, quasi unendo concetti e valenze delle due opere citate: mentre “Fountain” era stata considerata senza valore economico, tanto che l’amico di Duchamp Alfred Stieglitz l’aveva buttata via, la “Merda d’artista” aveva il valore del peso dell’oro.

È quindi spontaneo chiedersi perché l’opera sia stata rubata: meraviglia concettuale o 103 kg d’oro?

 


Maurizio Cattelan, “Senza titolo”, 2001
Tecnica mista

Maurizio Cattelan, “America”, 2016
Oro
Maurizio Cattelan
Maurizio Cattelan, “L.O.V.E.”, 2010
Marmo di Carrara

Come avete visto l’ironia e la leggerezza – a volte solo apparenti – non mancano nel mondo dell’arte contemporanea e nel mondo di oggi gli artisti hanno eletto sempre di più la performance e l’installazione come media ideali in quanto si prestano perfettamente a creazioni di ogni sorta.

Non sempre il senso dell’umorismo è sinonimo di leggerezza, spesso il significato di molte opere è da ricercare oltre la superficie.

Ci sono ancora molti artisti di cui vale la pena parlarvi, li scoprirete presto nel prossimo articolo!

A presto!

 
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Street Artist per strada

Banksy, il più noto street artist al mondo, compare tra le bancarelle veneziane come un qualsiasi artista di strada con cappello e giornale e come sempre la sua vera identità resta un mistero.

Per l’occasione ha esposto una serie di 9 quadri che compongono un unico soggetto, una veduta di Venezia in stile “neo-Canaletto” con una gigantesca nave da crociera che incombe sullo sfondo, un’opera che denuncia il problema dell’innalzamento dei mari dovuto all’inquinamento globale, uno dei temi cari all’artista.

L’opera, intitolata “Venice in oil” come recita un cartello scritto a mano, fa riferimento alla polemica sul passaggio delle grandi navi in Laguna.

L’inaspettata installazione è però avvenuta il 9 maggio scorso, proprio in concomitanza con la 58ª Biennale.

“Nonostante sia il più grande e prestigioso evento d’arte al mondo, per qualche ragione io non sono mai stato invitato”: questo il provocatorio messaggio che accompagna il video pubblicato sul suo account Instagram ieri, mercoledì 22 maggio.

Il video, montato a regola d’arte tra musica di sottofondo, turisti e gatti incuriositi, è quasi un mini racconto e pone diversi interrogativi sul messaggio e sul reale significato del suo intervento.

La riflessione coinvolge inizialmente il tema ambientalista ma si amplia per abbracciare anche una forte critica al sistema dell’arte contemporanea: Banksy domanda che cosa sia giusto autorizzare e cosa meno e quali siano i criteri di scelta del Sistema.

Un povero ambulante, sprovvisto dei documenti necessari, è costretto ad andarsene allontanato dalla polizia municipale, mentre un’enorme nave da crociera, dannosa per l’ambiente e per il paesaggio, elemento di disturbo sia visivo che uditivo – passa tranquilla e lenta sullo sfondo suonando la sua sirena.

In Italia l’artista è appena stato celebrato con una mostra non autorizzata al Mudec di Milano conclusasi il 4 aprile scorso. “The Art of Banksy. A Visual Protest”, prima esposizione meneghina sull’artista di Bristol, è stata curata da Gianni Mercurio e ha raccolto oltre 70 lavori tra dipinti, sculture, stampe, oggetti, fotografie e video. Suddivisa in 4 sezioni, la mostra ha offerto una visione approfondita sulla carriera artistica di Banksy, dai primi graffiti alle attività curatoriali come Dismaland e Walled Off Hotel in Palestina.

 

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