Tag

arte Archivi - Linda Bajàre

Artexit

Ottobre sta per finire e la Brexit – ormai alle porte – potrebbe cambiare i giochi.

In positivo o in negativo?

È una domanda che tutti si pongono ma a quanto pare i dubbi su cosa potrebbe o non potrebbe accadere per ora resta incerto, in attesa dell’accordo d’uscita tra le parti.

Londra – considerata la “Grande Mela” dell’Europa – ha un ruolo e una posizione importantissima all’interno del mercato dell’arte e il suo successo è dovuto in special modo al modello di regolamentazione inglese che vede le tasse di importazione al 5% – le più basse della UE – e la Brexit potrebbe rappresentare un’ulteriore opportunità per la Gran Bretagna di essere ancora più competitiva sul mercato globale, attuando una revisione normativa più vicina ai suoi competitors USA (0%) e Cina (3%).

La legislazione dell’Unione Europea, con la sua complessa burocrazia e costosa amministrazione, secondo alcuni avrebbe infatti penalizzato il mercato londinese ponendolo in una posizione di sfavore rispetto ai suoi grandi rivali, New York e Hong Kong.

La Brexit potrebbe quindi rappresentare un’opportunità interessante per la Gran Bretagna, libera dai vincoli della Ue, ma potrebbe anche determinare un indebolimento non trascurabile del mercato poiché con l’uscita dall’Unione Europea verranno meno i fondi e i finanziamenti di cui il Regno Unito poteva usufruire e di cui hanno beneficiato molti musei e gallerie, per non parlare dei singoli artisti.

Un esempio tra tutti la monumentale scultura “Angel of the North” (1994-1998) di Antony Gormley collocata a Gateshead, era stata finanziata proprio grazie ai fondi UE.

Già all’epoca del referendum molti artisti di fama internazionale come Tacita Dean, Wolfgang Tillmans, Michael Craig-Martin, Banksy, il già citato Antony Gormley e molti altri – si erano schierati a favore della permanenza all’interno dell’Unione Europea aderendo attivamente alla campagna “Remain” tramite la creazione di opere d’arte, poster e slogan.

Forti timori sono stati espressi anche da istituzioni storiche e ruoli istituzionali – dal direttore della Tate Nicholas Serota a Martin Roth – direttore del Victoria & Albert Museum, preoccupato anche per le conseguenze della mancanza di sussidi europei dedicati alla ricerca.

Ma non si tratta solo di finanziamenti. Oltre al venir meno delle agevolazioni legali ed economiche, al possibile indebolimento degli investimenti e all’impatto sull’economia in generale, saranno da prendere in considerazione anche altri ostacoli come le licenze di esportazione.

Molti protagonisti dell’arte stanno infatti valutando un eventuale ritiro delle opere depositate a Londra come Larry Gagosian, che a quanto pare ha già iniziato a spostare i beni da Londra alle sedi di Atene, Basilea, Ginevra e Parigi.

Di sicuro Londra non rappresenterà più lo scalo mondiale per l’importazione di opere all’interno dell’Unione Europea ed è proprio la capitale francese che si sta preparando a raccogliere il testimone, avendo la seconda tassazione europea più bassa con il 5,5 %.

Alcune importanti gallerie – tra cui White Cube, David Zwirner, Pace Gallery – stanno già progettando l’apertura di sedi parigine e la città è pronta a raccogliere i frutti dello spostamento di capitali, situazione che quindi potrebbe favorire il mercato francese.

Viceversa, le gallerie che hanno in programma esposizioni da novembre in poi si sono organizzate in anticipo per portare in Gran Bretagna le opere, onde evitare il rischio di nuove regole sui dazi doganali.

Per ora nonostante le incertezze, Londra continua a mantenere il suo ruolo centrale – basti pensare a tutti i musei, le gallerie, le fiere internazionali e le case d’asta che hanno qui la loro sede – e i buoni risultati ottenuti dalle aste appena concluse e dalla fiera Frieze lo confermano.

A prescindere dai pronostici favorevoli o meno, ciò che emerge sono le importanti ripercussioni sul mercato globale implicate dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea che rendono ancora più chiara la stretta correlazione tra arte, politica ed economia.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

Biennale di Venezia

Biennale di Venezia

La Biennale di Venezia, inaugurata nel 1895 su iniziativa di un gruppo di intellettuali, è la più antica esposizione biennale d’arte al mondo. È a partire dal 1930 che la Biennale, diventata ente autonomo dedicato alla promozione di nuove tendenze artistiche, inizia ad assumere il carattere multidisciplinare che la connota tutt’ora.

L’esposizione diventa fin da subito un’importante occasione di confronto tra i diversi Paesi e una prestigiosa vetrina per gli artisti chiamati a parteciparvi, un trampolino irrinunciabile che ha lanciato alcuni tra i grandi nomi che hanno fatto contribuito alla storia dell’arte.

Il numero delle nazioni partecipanti è sempre molto alto, quest’anno sono 90 e tra queste si annoverano anche alcune nuove presenze: Ghana, Madagascar, Malesia, Pakistan e la Repubblica Dominicana che partecipa per la prima volta con un proprio Padiglione.

La Biennale di Venezia è l’Esposizione che per eccellenza permette di conoscere e di mettere in dialogo in un unico luogo le correnti artistiche di tutto il mondo, in grado di accogliere artisti e appassionati d’arte provenienti da ogni parte del pianeta, anche durante un periodo storico difficile come quello che stiamo vivendo.

Non a caso il titolo di questa 58ª edizione curata da Ralph Rugoff, “May You Live in Interesting Times”, riprende proprio il clima di incertezze e di grandi sconvolgimenti che stanno segnando la storia mondiale.

Rugoff, curatore di numerose mostre di artisti internazionali come Carsten Holler, Ed Ruschka e George Condo, è l’attuale direttore della Hayward Gallery di Londra, galleria pubblica tra le più importanti della Gran Bretagna e ha inoltre curato la direzione artistica della XIII Biennale di Lione (2015).

L’interessante tema proposto da Ralph Rugoff ha permesso agli artisti di sviluppare diverse riflessioni sfociate in interpretazioni non solo socio-politiche ma anche più ampie considerazioni e nuove letture dei tempi che stiamo vivendo, attuando un’analisi che è specchio di un mondo sempre più in rapida evoluzione, sovraccarico di informazioni e caratterizzato da una tecnologia onnipresente, spesso alienante.

Non sono mancati temi dolorosi e purtroppo molto attuali, come la delicata questione dei migranti, dei conflitti militari in medio oriente – e non solo -, del razzismo e di tutto quello che rispecchia i nostri tempi e gli aspetti precari della nostra esistenza. Alcune opere proposte sono una interessante combinazione di pensiero critico e piacere estetico.

Un’edizione con molte proposte valide, che vede una forte presenza di artisti giovanissimi (la maggior parte è nata dopo il 1980) tra i quali figurano molte donne, per una Biennale fresca, effervescente e immediata.

La scelta di Rugoff di invitare solo due artisti italiani su 79 ha scatenato non poche polemiche essendo l’Italia il Paese ospitante, anche se non mancano nomi importanti del panorama mondiale dell’arte contemporanea, sono stati esclusi da questa edizione altrettanti artisti di livello non sono presenti.

Tra i molti padiglioni interessanti con proposte artistiche di alto livello il Leone d’oro alla migliore Partecipazione Nazionale è stato assegnato al Padiglione della Lituania con il progetto “Sun & Sea (Marina)”, che si è contraddistinto per una performance sperimentale caratterizzata da una sorta di tableau vivant, omaggio alla città di Venezia e al tempo stesso riflessione sulla fragilità dell’uomo e critica del tempo libero e delle abitudini contemporanee. L’opera è firmata da un trio artistico tutto al femminile: Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite.

Il Leone d’oro per il miglior partecipante alla Mostra Internazionale è stato assegnato ad Arthur Jafa (USA 1960), artista afroamericano che ha presentato il film “The White Album” (2019), una profonda riflessione sul tema razziale che intreccia violenze ai danni di cittadini neri a un diario intimo in cui compaiono amici e familiari dell’artista stesso. Jafa è presente anche negli spazi dell’Arsenale con “Big wheel and I” (2018), grandi sculture a forma di ruota catenata che hanno l’obiettivo di presentare il mondo dalla prospettiva di chi è nero.

L’artista ha esposto in tutto il mondo e in diverse mostre personali tra cui, solo per citare le più recenti, all’ICA di Boston (2018), alla Serpentine Gallery di Londra (2017), al MOCA di Los Angeles nel 2017 (città in cui Jafa vive), all’Hammer Museum (2016) e altrettante collettive di rilievo: MCA Chicago (2019), Moma di San Francisco (2018), Dallas Museum of Art (2017).

La sua definitiva consacrazione nell’Olimpo dell’arte è avvenuta nel 2017 con il film “Love is The Message, The Message Is Death”, video che parla dell’identità afroamericana.

Il Leone d’oro alla carriera è andato a Jimmie Durham (Arkansas, USA 1940), performer, saggista e poeta americano. L’arte di Durham spazia dal disegno alla performance, dal collage a sculture spesso realizzate con materiali d’uso quotidiano, e si contraddistingue per una denuncia alla futilità della violenza e dell’oppressione ai danni delle minoranze etniche. I suoi lavori sono caratterizzati da un approccio critico ma allo stesso tempo divertente, spesso accompagnati da testi divertenti e leggeri ma funzionali a una critica tagliente della società.

Per Durham è la sesta partecipazione in Biennale (l’ultima nel 2013) e ha avuto personali in musei di tutto il mondo tra cui l’Hammer Museum Los Angeles (2017-2018), al MAXXI Roma (2016), alla Serpentine Gallery di Londra (2015).

Tra le esposizioni internazionali citiamo, oltre alla Biennale di Venezia (Edizioni 1999, 2001, 2003, 2005, 2013), Documenta (1992, 2012), Whitney Biennial of New York (1993, 2003, 2014), Biennale di Istanbul (1997, 2013). Gli sono state dedicate importanti retrospettive al Museum of Contemporary Art di Anversa (2012), al Musee d’Art moderne de la Ville de Paris (2009), al MAC di Marsiglia e al Gemeentemuseum a L’Aia (2003).  Nel 2017 una nuova retrospettiva della sua opera dagli anni ’70 ad oggi è stata esposta all’Hammer Museum a Los Angeles, al Walker Art Center a Minneapolis, al Whitney Museum of American Art a New York e al Remai Modern a Saskatoon.

Il Leone d’argento per un promettente giovane partecipante alla Mostra è andato ad Haris Epaminonda (Cipro 1980), artista cipriota multimediale che si occupa di fotografia, video e collage. Nelle sue installazioni l’artista crea itinerari mentali attraverso l’uso di immagini, oggetti e testi in un delicato intreccio tra dimensione storica e personale. Epaminonda ha esposto in tutto il mondo, ultimamente ha partecipato a una collettiva all’Hammer Museum di Los Angeles (2018).

Menzione speciale al Padiglione del Belgio per il progetto “Mondo Cane” di Jos de Gruyter & Harald Thys che con i suoi fantocci meccanici impegnati in lavori tradizionali ormai scomparsi offre una visione alternativa e spietata dei rapporti sociali in Europa.

Menzione speciale all’artista e fotografa Teresa Margolles (Messico 1963) che nell’opera “Muro Ciudad Juárez, 2010” ha ricostruito un muro fatiscente proveniente da Ciudad Juárez, la città più violenta e sanguinaria del Messico, per accendere i riflettori sul tema del dramma delle donne coinvolte nel narcotraffico messicano.

Oltre ad essere stata protagonista di una personale al PAC di Milano nel 2018, Margolles ha esposto in monografiche al Museo d’Arte Contemporanea di Montreal (2017) e al Witte de With Center for Contemporary Art in Rotterdam (2018).

Menzione speciale anche per Otobong Nkanga (Nigeria 1974), artista nigeriana che si concentra sulla grande rilevanza che hanno i media nella politica della terra, all’interno di una riflessione più ampia che abbraccia gli aspetti precari dell’esistenza di oggi. L’opera “Veins Aligned” (2018) che attraversa gli spazi dell’Arsenale per più di 25 metri, costruisce un parallelo tra il concetto di territorio e quello di corpo, entrambi portatori di caratteristiche simili.

La Biennale di Venezia ha potuto contare su un budget di circa 13 milioni di euro totali ed è stata realizzata anche grazie al sostegno di alcuni sponsor, tra cui Swatch (partner della manifestazione), illycaffè (main sponsor)JTI (Japan Tobacco International)ArtemideVela-Venezia Unica e Seguso Vetri d’Arte, oltre al contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, le Istituzioni del territorio, la Città di Venezia, la Regione del Veneto, la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, la Marina Militare.

In concomitanza con la Biennale sono molte le proposte parallele promosse dai vari Enti e Fondazioni del territorio che presentano mostre sorprendenti, non solo una cornice della Mostra Internazionale.

Tra le eccellenti esposizioni citiamo: “La Natura di Arp” al Guggenheim, Luc Tuymans a Palazzo Grassi, “Luogo e Segni”, collettiva di 36 artisti contemporanei alla Fondazione Francois Pinault a Punta della Dogana, gli spazi daelle Gallerie dell’Accademia sono dedicati a Baselitz, una retrospettiva su Jannis Kounellis è visitabile alla Fondazione Prada, mentre la più ampia retrospettiva degli ultimi anni su Alberto Burri è a Palazzo Cini.

 

Share on:

[social_buttons nectar_love=”true” facebook=”true” twitter=”true” linkedin=”true”]

Dialogo tra Arte & Design

 

Le origini del design sono da ricercare nella rivoluzione industriale e nella nascita della produzione meccanizzata avvenuta a partire dalla metà del ‘700 fino alla metà dell’800.

La differenza qualitativa ed estetica tra oggetti creati dall’industria e oggetti artigianali pose quasi subito il problema di qualificare i nuovi prodotti in base a nuova estetica, lasciandosi alle spalle i canoni tradizionali.

Un architetto artista è stato Antoni Gaudí, che ha saputo captare le influenze dell’arte e tradurle nell’architettura in una cifra stilistica personalissima che ha incluso l’Art Nouveau nella progettazione di edifici.

In seguito alla prima guerra mondiale è stata la nascita del Bauhaus a porre le radici per una teoria più sistematica del design e ad associarlo ad altre discipline come l’arte, l’architettura e la tecnica manifatturiera al fine di unificare interessi artistici, estetici, pratici e commerciali.

L’innovativa scuola fondata in Germania nel 1919 da Walter Gropius – proprio quest’anno ad aprile ricorrono i 100 anni di anniversario – rappresentava un perfetto connubio di tutte le arti, fucina creativa che si poneva come punto di riferimento per il cosiddetto movimento moderno. Gli insegnanti, tra cui si annoverano alcuni tra gli artisti più grandi dell’epoca come Paul Klee, Vassily Kandinskij, Josef Albers, László Moholy-Nagy, provenivano da tutta Europa. È chiara la forte influenza esercitata dal Costruttivismo russo – nato nel 1913 e sviluppatosi negli anni successivi – sulle esperienze artistiche della Repubblica di Weimar e sul Bauhaus.

A seguito dello scioglimento della scuola e delle persecuzioni del regime nazista nel 1933, molte personalità artistiche porteranno negli Stati Uniti le idee sviluppate dal movimento del Bauhaus.

Le influenze stilistiche della scuola continuano a influire anche l’arte contemporanea attuale, tanto che nel 2007 l’artista cinese Ai Weiwei ha omaggiato a sua volta il Costruttivismo proponendo una rilettura del progetto della Torre di Tatlin del 1920 ispirata alla torre di Babele: la scultura di Ai Weiwei “Fontana di Luce” è oggi conservata al nuovo museo Louvre di Abu Dhabi.

Nel 1932 il MoMA di New York apre il primo dipartimento di Architettura e Design museale.

Qualche anno dopo, nel 1977, nasce a Parigi il Centro Culturale dedicato alla multidisciplinarietà Centre Pompidou che raccoglie opere di arte moderna, design, architettura, fotografia, attività musicale, cinematografia e opere multimediali.

A Milano proprio una settimana fa la Triennale ha aperto il Museo del Design, specializzato nel design italiano con oltre 1.600 pezzi.

Come abbiamo visto, mentre alcune icone di design sono entrate nelle case di migliaia di persone, non si può certo dire lo stesso degli esclusivi e celebri tavoli monocromi ideati dall’artista francese Yves Klein nel 1961, strutture in plexiglass trasparenti contenenti il trio di colori amati dall’artista quali il rosa magenta, l’oro e il blu che porta il suo nome.

Picasso ha esteso la sua vasta pratica artistica alla ceramica che, proprio grazie a lui, inizia in quegli anni a essere riconosciuta come una vera e propria arte, non più semplice artigianato.

Altro esempio di artista che si è dedicato a questo materiale è Lucio Fontana, che ha mosso i primi passi nel laboratorio del padre decoratore- ceramista, dedicandosi alla progettazione e realizzazione di particolari componenti d’arredo: tutt’ora i suoi meravigliosi camini in ceramica raggiungono quotazioni altissime in asta, nonostante appartengano a un periodo di molto precedente alle ricerche spaziali.

La commistione tra diverse discipline ha visto il coinvolgimento di molti artisti con modalità e tecniche differenti tra loro: è il caso di Le Corbusier, architetto, pittore, scultore e designer, protagonista nel 2015 di una grande retrospettiva al Centre Pompidou in occasione dei 50 anni dalla sua scomparsa. La mostra ha celebrato l’impegno dell’architetto svizzero anche nel campo delle arti classiche e negli spazi del museo è stata messa in evidenza la completezza e la vastità della sua espressione artistica tra celebri mobili, dipinti, fotografie, disegni e progetti architettonici.

Piet Mondrian, viceversa, ha preso ispirazione dall’architettura newyorkese per creare le sue celebri composizioni di linee che, per chi non lo sapesse, sono vere e proprie mappature di New York e dei suoi grattacieli.

La compenetrazione tra funzionalità e bellezza, progetto e ispirazione, si alimentano e si influenzano reciprocamente anche nel caso del Gruppo Memphis, collettivo italiano di design e architettura nato a Milano e attivo tra il 1981 e il 1987, fondato da Ettore Sottsass.

Il ricorso a colori vivaci e forme geometriche, in sintonia con la cultura pop dell’epoca, crea oggetti che celebrano la cultura di massa. I colori accesi e il gusto per la tecnica tipografica di pubblicità e fumetti con la ripresa del tipico puntinato sono alla base della loro cifra stilistica inconfondibile al passo con la Pop Art.

Negli ultimi anni sono molti i designer che hanno reso ancora più labile il confine tra arte contemporanea, design e architettura: Ron Arad potrebbe essere uno di questi. Da oltre 25 anni si muove tra le diverse discipline creando oggetti sul filo tra il design e la scultura. Le sue opere in acciaio in serie limitata, come la poltrona Big Easy o la Voido Rocking Chair sono diventati il manifesto della sua poetica, che mira a superare la semplice funzionalità.

Un altro esempio di design che diventa arte è dato da Les Lalanne, studio formato dalla coppia francese Claude Lalanne (mancata proprio in questi giorni) e Francois-Xavier Lalanne, i quali hanno spesso attinto dalle forme floreali dell’Art Nouveau e dalla dimensione onirica del Surrealismo per le loro creazioni.

Ci hanno mostrato il lato magico della natura e del mondo animale con un linguaggio poetico e ironico, in grado di parlare a tutti superando le gerarchie tra arte, scultura e funzionalità.

Tra i loro collezionisti spiccano Yves Saint Laurent, Karl Lagerfeld, Marc Jacobs e Tom Ford; i Lalanne sono stati oggetto di molte retrospettive e i loro lavori si possono trovare nelle collezioni museali di tutto il mondo.

È spesso accaduto anche l’opposto, ovvero artisti che hanno collaborato con aziende commerciali dando alla luce limited editions da collezionismo. Uno di questi è Jeff Koons, che ha creato per il celebre marchio di champagne Dom Pérignon un cofanetto in edizione limitata – solo 650 pezzi – che rivisita l’opera Balloon Venus.

Anche un “normale” ristorante può diventare un’esperienza artistica, in questo caso il ristorante Londinese è progettato da Damien Hirst e si chiama Pharmacy, proprio come corpus di alcune sue opere.

Invece al Palms Casino Resort di Las Vegas, i fan dei Young British Artists possono riposare tra le opere più famose di Hirst nella “Empathy Suite” dell’Hotel.

Invece una soluzione più economica per chi desidera il lavoro di un grande nome dell’arte contemporanea, può ripiegare sulla linea per la casa ideata da Maurizio Cattelan per Toilet Paper, in collaborazione con Seletti.

Detto questo, la design week milanese con le sue migliaia di installazioni e proposte, concorre a promuovere una ridefinizione del rapporto arte/design, non più considerate come categorie distinte ma come entità in continua evoluzione.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

[social_buttons nectar_love=”true” facebook=”true” twitter=”true” linkedin=”true”]

Il curioso mondo della fotografia

È un settore che sta vivendo un significativo sviluppo e una forte crescita dimostrati dall’aumento di vendite a livello globale, un trend positivo riportato da tutti gli osservatori internazionali.

La capacità di parlare a un pubblico ampio e nello specifico di attirare molti neofiti del collezionismo sono le caratteristiche e i punti di forza di un medium che si sta sempre più imponendo a livello mondiale, in grado di appassionare un largo spettro di persone rispetto a tecniche più classiche o tradizionalmente viste come più “elitarie”.

In Italia questo segmento resta minoritario rispetto ad altri paesi ma le aperture di nuovi spazi interamente focalizzati sulla fotografia fanno pensare a un passo avanti verso un pieno riconoscimento.

A queste si aggiungono le iniziative di case d’asta come Bolaffi, Finarte e Il Ponte, che stanno riservando a questo speciale settore sempre più spazi e cataloghi dedicati, specchio di un collezionismo che ormai conta numerosi appassionati in costante aumento.

L’ultima casa d’aste ad andare in questa direzione è Cambi di Genova, che lo scorso dicembre ha debuttato a Milano con un intero catalogo dedicato, riscuotendo un ottimo riscontro da parte del pubblico.

C’è da dire che forse i cataloghi italiani hanno la pecca di essere genericamente poco coraggiosi, con proposte spesso più orientate verso autori storicizzati e “classici”: le opere intramontabili restano quelle in bianco e nero dei fotografi umanisti o pochi altri generi e sono poche le proposte più di “avanguardia” o di artisti emergenti.

In termini di offerta Blindarte è la più dinamica; Finarte per ora sembra l’unica ad aver davvero investito e scommesso, anche a livello di competitività internazionale: nel 2017 ha raggiunto il migliore risultato come catalogo dedicato alla fotografia.

Molti collezionisti tradizionalmente più legati a pittura e scultura, tecniche “più classiche”, si stanno avvicinando alla fotografia che diventa così parte integrante e completamento di collezioni d’arte già strutturate. Ma sta succedendo anche l’opposto, ovvero amatori da sempre legati unicamente al nuovo medium, nato soltanto nel 1826, iniziano ad accostarsi anche alla pittura, nuovo trend nato grazie alle sperimentazioni di artisti internazionali che creano una commistione tra i due generi, dove la fotografia e la pittura dialogano nella stessa opera, cambiando e influenzando anche il modo di collezionare.

Si conclude oggi Mia Photo Fair, la più importante fiera internazionale di fotografia in Italia giunta alla IX edizione sotto la direzione di Fabio Castelli, aperta al pubblico il 22 marzo al The Mall in Piazza Lina Bo Bardi.

Sono presenti 85 gallerie, di cui un terzo internazionali: 58 italiane, 27 provenienti da paesi europei e 4 da nazioni extraeuropee più una nazione ospite, la Corea del Sud, a cui si aggiungono espositori e progetti speciali per un totale di 135 espositori.

La fiera nata nel 2011 segna sempre tantissime presenze e concorre a rilanciare e farsi promotrice di questo medium, soprattutto in termini di grande pubblico.

Come nelle passate edizioni, saranno tantissime le opportunità di approfondimento che riguardano i diversi ambiti e sfaccettature della pratica artistica.

Capire le dinamiche di mercato per definire il valore della fotografia è uno degli argomenti chiave degli approfondimenti proposti in fiera, anche al fine di divulgare gli strumenti di valutazione di questo medium.

Quest’anno il vincitore del Premio BNL Gruppo BNP Paribas è il cinese Liu Bolin con “Mosé, San Pietro in Vincoli”, opera del 2018 che entrerà a far parte della collezione del gruppo bancario. L’artista è conosciuto in tutto il mondo per i suoi autoritratti fotografici, caratterizzati dalla mimesi del proprio corpo con il paesaggio circostante.

Molto interessante il focus “Beyond Photography” che indaga sulle modalità e sul significato di fare fotografia in relazione al mondo dell’arte contemporanea.

Novità di quest’anno il premio Mia Photo Fair Fotografia d’Architettura assegnato al progetto “Urban Self-Portrait” (2010-2015) di Anna Di Prospero e il premio Rossana Orlandi, vinto da Isabella Accenti e Massimo Pelagagge, che permetterà ai due artisti di esporre nella galleria omonima.

Sono molte le fiere internazionali dedicate alla fotografia, come Paris Photo, Photo London e PhotoFairs Shanghai fino ad arrivare a fiere satellite come Photo Basel, “figlia minore” di in concomitanza con Art Basel. La nostrana Arte Fiera di Bologna nell’edizione appena trascorsa ha dedicato una sezione speciale dedicata a “Fotografia e immagini in movimento” alla quale hanno partecipato 18 gallerie specializzate.

Ecco i prossimi appuntamenti con le aste primaverili di fotografia:

02 Aprile, New York: Christie’s

04 Aprile, New York: Phillips

05 Aprile, New York: Sotheby’s

15 Aprile, Milano: Boetto

18 Aprile, Milano: Finarte

16 Maggio, Londra: Sotheby’s

16 Maggio, Londra: Phillips

05 Giugno, Milano: Cambi Casa d’Aste

13 Giugno, Milano: Il Ponte

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

[social_buttons nectar_love=”true” facebook=”true” twitter=”true” linkedin=”true”]

Principali avvenimenti del 2018 nel mondo dell’arte in 5 minuti

Anche il 2018 sta per terminare ed è giunto il momento di fare un riassunto degli avvenimenti principali e dei trend di mercato che si sono delineati durante questi ultimi dodici mesi.

Quali sono?

Tra le assolute novità, l’ingresso nel mercato dell’arte algoritmica, espressione creativa generata da un’intelligenza artificiale. Si è fatto notare il collettivo parigino Obvious con “Portrait of Edmond de Belamy”, tela venduta in asta da Christie’s a 380.228€. L’opera è stata creata tramite una formula matematica che al termine di un complesso calcolo imprime il risultato sulla tela con un getto di inchiostro. Se l’arte per definizione è un’espressione creativa, emotiva, riflessiva, creazione di una persona ed è apprezzata per questi motivi, è da vedere se questo tipo di “intervento artistico” che esclude l’improvvisazione e il genio umano troverà spazio nel mercato anche sul lungo termine.

Questo era l’anno della 12ª edizione di Manifesta, Biennale nomade che ha portato tutto il mondo dell’arte a Palermo, città poco avvezza all’arte contemporanea che ha saputo incantare i visitatori con le sue tradizioni e bellezze storico-artistiche che a volte hanno addirittura offuscato le opere contemporanee della manifestazione. La Biennale per questa città è stata una grande occasione promossa anche dalla presenza di forti collezionisti di Palermo aprendo per pochi intenditori le porte delle loro abitazioni. Numerosa la partecipazione di importanti artisti internazionali che hanno indagato sui fenomeni geopolitici, sociali ed ecologici di oggi con “Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza”. In evidenza il doloroso e attuale tema dei migranti, ferita del mondo odierno.

Spostandoci al nord, ad Artissima Torino ha raccolto ampi consensi la nuova sezione “Sound” dedicata alle indagini sonore contemporanee. Sempre di buon livello e molto apprezzata la fiera in generale, che ha visto la partecipazione di molti importanti collezionisti stranieri.

Senz’altro è stato un anno notevole per Alberto Giacometti, dopo la più grande retrospettiva proposta dalla Tate Modern nel 2017, quest’anno una mostra dialogo con Francis Bacon altrettanto emozionante alla Fondation Beyeler di Basilea, al Guggenheim di New York e Bilbao, al Musée Maillol di Parigi, al Musée National des Beaux-Arts du Québec.

Dopo lunghe attese a luglio la Fondazione Alberto Giacometti ha aperto le porte alla nuova sede espositiva “Giacometti Institute” a Parigi, che accoglie un archivio di quasi 400 opere tra sculture e dipinti, 5000 disegni e la ricostruzione dello studio dell’artista. Divertente il dialogo storico-contemporaneo proposto dall’installation artist Annette Messager in mostra in Fondazione. Una scelta vincente dell’artista, coniuge di Christian Boltanski, che porta lo stesso nome della moglie e musa di Giacometti.

Mario Merz, altro grande artista italiano, viene celebrato all’Hangar Bicocca di Milano con una retrospettiva dedicata a una delle ricerche artistiche più iconiche, gli “Igloos”, grandiose costruzioni che hanno accompagnato la sua attività dal 1968 fino alla scomparsa. Per la prima volta riunite in un unico spazio, le trenta grandi opere vanno a costituire una sorta di villaggio e saranno visitabili fino al 24 novembre 2019.

Adrian Piper è la prima artista vivente nella storia del MOMA a ricevere l’intero sesto piano dell’istituzione per una grande retrospettiva che vedeva riunite installazioni, composizioni astratte e video. Dopo il Moma di New York la mostra sarà esposta all’Hammer Museum di Los Angeles e all’Haus der Kunst di Monaco. Piper, che ha ricevuto nel 2015 il prestigioso Leone d’oro alla Biennale di Venezia, si è da sempre concentrata sui maggiori problemi sociali americani come il razzismo, le divisioni di classe e la misoginia.

Anno molto positivo anche per Tomás Saraceno, protagonista della 4ª edizione di “Cartes Blanches” al Palais de Tokyo di Parigi: visitando “On Air”, ci si trova in un’atmosfera immersiva e onirica nella quale viene svelato Aerocene, progetto artistico interdisciplinare che intreccia alta matematica, fisica e chimica avvalendosi di un team di esperti e figure altamente specializzate. Una mostra davvero straordinaria che mette in luce la profonda preparazione dell’artista argentino e la sua grande originalità con una proposta assolutamente differente rispetto ad ogni altro artista. Le sfere fluttuanti di Saraceno quest’anno hanno volato anche nella chiesa settecentesca Karlskirche di Vienna e a Manifesta a Palermo, mentre ad Art Basel Miami Beach l’artista ha piantato sulla spiaggia ombrelli capovolti progettati per catturare energia solare. Inserito nella lista degli artisti più influenti del 2018 accanto a grandissime figure del mondo dell’arte. Complimenti Tomás e tanti auguri per un 2019 ancora più splendente!

Un nome che sicuramente gode sempre di forte interesse dagli appassionati d’arte è Jean Michel Basquiat. A lui dedicata una retrospettiva grandiosa alla Fondation Louis Vuitton Paris con l’importante raccolta delle opere da musei e da collezioni private. Assolutamente da vedere, finisce il 14 gennaio! Anche a Londra l’artista ha avuto una grande retrospettiva alla Barbican Gallery conclusasi a gennaio scorso, che ha riunito più di 100 opere provenienti da musei e collezioni private.

Un anno ricco di riconoscimenti anche per uno dei maggiori artisti figurativi del primo novecento, Egon Schiele. A 100 anni dalla scomparsa dell’artista austriaco, la Fondazione Louis Vuitton gli ha dedicato una retrospettiva esponendo le 100 opere più significative della sua breve vita. Anche il Leopold Museum di Vienna gli ha dedicato una bella mostra visitabile fino al 10 marzo 2019, mentre la Royal Academy lo affianca a Gustav Klimt, altro grande maestro austriaco, in un inedito dialogo che vede protagonisti i loro disegni.

Gli atti rivoluzionari connotano da sempre l’arte di Banksy che ha fatto ancora parlare di sé grazie all’inaspettata performance avvenuta durante l’asta londinese di Sotheby’s. È stata una vera sorpresa per i bidders in sala quando hanno visto l’opera “Girl with Baloon” appena venduta a 1.042.000£, autodistruggersi grazie a un meccanismo occultato all’interno della cornice che ha ridotto in piccole strisce l’opera. A circa un mese da questo colpo di scena è stata inaugurata al Mudec di Milano una grande mostra sull’artista, la prima esposizione monografica ospitata in un museo pubblico italiano. “A Visual Protest” raccoglie circa 80 lavori e promette di essere un successo di pubblico al pari della retrospettiva su Frida Kahlo conclusasi a giugno. Tra mostre non autorizzate, rivendicazioni sui social network e la scoperta di nuove opere – l’ultima apparsa in Galles nella notte di martedì 18 dicembre – l’artista di Bristol non perde un colpo in tema di popolarità.

Chi sono i premiati di quest’anno?

Uno dei più prestigiosi premi annuali per un artista, il Turner Prize, è stato assegnato a Charlotte Prodger che ha presentato la video opera “Bridgit” realizzata con il telefono cellulare nel quale si intrecciano riflessioni su mitologia, paesaggio e identità di genere. Il segno distintivo della sua ricerca è il carattere molto introspettivo dei filmati, tesi a mettere a nudo le contraddizioni del nostro tempo. La Prodger inoltre è stata scelta per rappresentare la Scozia alla Biennale di Venezia nel 2019.

A casa nostra è Fabrizio Cotognini il vincitore della 19ª edizione del Premio Cairo con l’opera “Aurora”, rielaborazione di due incisioni originali del XVIII secolo sulle quali l’artista marchigiano ha applicato foglie d’oro, biacca e matita in un dialogo serrato tra passato e presente. Proposta interessante proprio perché in relazione ai valori dell’arte antica, l’artista utilizza materiali preziosi e regala una seconda vita alle pietre miliari della nostra storia.

Questa tendenza di riproporre una sorta di revisione degli old masters sta prendendo sempre più piede e Cotognini non è l’unico artista a divertirci con il mondo antico vestito in abiti contemporanei. Fabrizio Cotognini quest’anno è stato protagonista di una personale alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino oltre a mostre in diverse gallerie e spazi espositivi; ha inoltre partecipato a Manifesta12.

Simone Leigh, da sempre impegnata nella lotta all’emarginazione in particolar modo delle donne di colore, è la vincitrice dell’Hugo Boss Prize che la porterà nel 2019 a esporre al Guggenheim di NY. Quest’anno Leigh ha anche avuto la sua prima personale al Luhring Augustine di New York, dove una scultura raffigurante un’enorme donna dominava quasi interamente lo spazio della galleria.

Helen Cammock è la vincitrice della 7ª edizione del Max Mara Art Prize for Women, prestigioso premio biennale in collaborazione con la Whitechapel Gallery che promuove le giovani artiste britanniche. Cammock, di origini giamaicane, ha maturato un approccio interdisciplinare che l’ha portata a una riflessione sull’emotività del lutto, sul suono della voce che diventa lamento in una compenetrazione tra canto, musica e scrittura. Grazie al premio l’artista ha avuto l’opportunità di trascorrere sei mesi in sei città italiane – una sorta di residenza d’artista itinerante – al fine di creare un nuovo progetto che sarà esposto alla Whitechapel Gallery nel 2019 per poi essere incluso nella Collezione Maramotti. Nel nostro paese Helen Cammock ha condotto ricerche in vari ambiti quali l’opera barocca, la poesia, la danza per comprendere le modalità espressive dell’emozione nella cultura italiana.

C’è stata una grande riscoperta della ceramica, vista non più solo come materiale artigianale ma anche come prezioso supporto per l’arte contemporanea, che ha iniziato ad applicare questo prezioso materiale in sculture dalle forme visionarie o iperrealiste. Sempre più gallerie si stanno infatti specializzando verso questa direzione e molti artisti impiegano porcellana, ceramica e gres per i loro lavori. Bertozzi & Casoni sono stati tra i primi a ottenere grandi riconoscimenti focalizzandosi sulle diverse declinazioni di questo materiale estremamente versatile, ma non sono certo gli unici. Tra i nomi illustri del passato che si sono cimentati con questa tecnica Picasso, Fontana, Peter Voulkos; mentre tra i contemporanei emergono Hirst, Ai Weiwei, Takuro Kuwata e The Haas Brothers e molti altri. Si notanto sempre più fiere dedicate alla ceramica.

Il vero “re” del 2018 è David Hockney, incoronato l’artista vivente più caro al mondo grazie alla vendita da Christie’s New York di “Portrait of an Artist (Poll with Two Figures)” del 1972, diventata l’opera più costosa battuta in asta di un artista ancora in vita. Venduta per 90,3 mln di $ (circa 80 mln di €), a distanza di 5 anni ha superato il precedente record di Jeff Koons con l’opera del 1994 “Orange Balloon Dog” venduta nel 2013 per 58,4 mln di $. Complici del grande successo le recenti retrospettive dedicate a Hockney, una delle quali tenutasi al Metropolitan di New York oltre a quella del Centre Pompidou. Resta sempre sul podio anche Gerhard Richter, uno dei più importanti artisti europei del nostro tempo, molto schivo e altrettanto critico verso le dinamiche di mercato odierne.

L’andamento delle aste ha confermato quotazioni alte e stabili per alcuni giovani artisti come Adrian Ghenie, Avery Singer, Nicolas Party, Jonas Wood. Si riconfermano i più quotati Basquiat, Peter Doig, Rudolf Stingel, George Condo, Antony Gormley. Molto bene anche Christopher Wool, Mark Bradford, Richard Prince, Tauba Auerbach, Jenny Saville e Kerry James Marshall che ha goduto di grande riconoscimento grazie a varie mostre e all’attività del gallerista David Zwirner. Anche Kaws che ci sorprende con le sue opere sempre divertenti, già da tempo dà grandi incassi in asta seguito da Shepard Fairey che registra un altissimo numero di lotti venduti in asta, ma per quest’ultimo bisogna considerare che il 90% di questi sono perlopiù stampe che non superano i 1.000$.

Se si guarda all’arte nostrana, oltre ai nomi ormai storicizzati risaltano Maria Lai, Carol Rama e Leoncillo, i quali stanno vivendo una riscoperta da parte di collezionisti anche stranieri, come si evince dagli ottimi recenti risultati in asta. Se il 2017 si è concluso con un fortissimo interesse per l’arte concettuale italiana degli anni ‘50 e ‘60, quest’anno si è notato un apprezzamento maggiore per quella contemporanea e con la voglia di scommettere sui nomi ancora di poco trend.

È emersa una stabile crescita di apprezzamento verso l’arte africana, interesse scaturito da un mercato nuovo, divertente e diverso, un po’ come era stato un decennio fa per l’arte contemporanea cinese. Alla crescita di questo settore hanno contribuito diversi fattori, tra cui l’interessamento di grandi collezionisti come Jean Pigozzi, alcune importanti mostre e l’apertura di musei di arte contemporanea africana come lo Zeitz MOCAA a Città del Capo e anche gallerie che si sono specializzate in questo settore. Fiere come “1-54 Contemporary African Art Fair” a Londra e “AKAA – Also Known As Africa” a Parigi hanno fatto il resto, facendo conoscere l’arte africana contemporanea anche al grande pubblico. Alcuni artisti africani già affermati e con quotazioni altissime sono Kerry James Marshall, El Anatsui, Julie Mehretu, Chérie Samba.

Il mercato cinese, pur rimanendosi al secondo posto come importanza a livello mondiale, è un po’ sofferente anche se non mancano proposte interessanti come testimoniano le quotazioni raggiunte da artisti ormai affermati come Zeng Fanzhi, Ai Weiwei e Zhou Chunya.

Stanno vivendo un’importante rivalutazione alcune donne artiste che fino a oggi hanno goduto di poca considerazione di critica e pubblico. Si è mossa verso questa direzione Frieze London introducendo “Social Works”, sezione dedicata a otto artiste attive tra gli anni ‘80 e ‘90 che hanno sfidato il mercato dell’arte e che si sono distinte per un forte impegno politico-sociale. Jenny Saville riscatta le donne diventando l’artista femminile più costosa del mondo grazie al risultato di “Propped”, opera del 1992 venduta per 9,5 milioni di £. Questa forte ondata di femminismo che pervade tutto il mondo dell’arte sarà dovuta anche al movimento #MeeToo?

Cosa dicono i ricercatori?

Dalle analisi dell’anno appena trascorso sembra proprio che le riflessioni femministe siano scaturite anche grazie a #MeeToo, inserito al terzo posto della classifica “Power 100 most influential people in the contemporary artworld 2018”. A un anno di distanza dallo scandalo Weinstein ancora ci si interroga sulle ripercussioni e su quanto questo movimento abbia influenzato anche il mondo dell’arte. Al primo posto della classifica ovviamente troviamo il gallerista David Zwirner, eletto l’uomo più influente del mondo dell’arte, mentre la medaglia d’argento va all’artista Kerry James Marshall, risultato forse dovuto anche ai grandi risultati in asta come per “Past Times” del 1997 a 21,1 milioni di $.

Si parla tanto riguardo al ruolo sempre più predominante delle garanzie nelle aste di tutto il mondo, una politica che aiuta le aste ad attirare a sé alcune tra le migliori opere.

Secondo le stime, quest’anno il numero dei lotti garantiti è aumentato del 53% e le garanzie stanno diventando un punto di riferimento per il valore di un’opera. A esserne totalmente dipendente è la fascia alta del mercato, che vede il ricorso a queste sempre più frequente, cosa che potrebbe essere sintomo di speculazioni finanziarie a breve termine.

Sarà vera la previsione dell’amministratore delegato di Sotheby’s Tad Smith che ha previsto che il mercato dell’arte nel 2019 sarà più sommesso rispetto a quello di inizio 2018? La supposizione potrebbe essere avvalorata dalla leggera contrazione delle vendite che si è registrata nelle aste di postwar e contemporary art.

C’è grande attesa per l’apertura a gennaio di ICA Milano, il primo istituto italiano per l’arte contemporanea che ricalca il modello londinese nato nel 1946. Fondazione privata no profit, il centro espositivo sarà diretto da Alberto Salvadori che si propone di creare un laboratorio di arti contemporanee in cui artisti internazionali creeranno opere site specific affiancato da un vasto programma interdisciplinare che coinvolgerà il pubblico. Milano si riconferma come la città italiana più attenta al contemporaneo e il quartiere di Porta Romana, con la presenza di ICA, della Fondazione Prada e di un ampio progetto di riqualificazione, sarà ancora più ricco di iniziative culturali.

A rubarle lo scettro di regina del contemporaneo ci penserà Venezia con la 58ª Biennale d’Arte e cresce sempre di più la curiosità intorno al Padiglione Italia curato da Milovan Farronato che presenterà le opere di Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai.

Insomma, è stato un anno molto interessante e ricco di colpi di scena.

Speriamo che il 2019 sia ancora più frizzante e dinamico, staremo a vedere!

Buon anno a tutti!!!

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

[social_buttons nectar_love=”true” facebook=”true” twitter=”true” linkedin=”true”]