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arte contemporanea Archivi - Linda Bajàre

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Ottobre sta per finire e la Brexit – ormai alle porte – potrebbe cambiare i giochi.

In positivo o in negativo?

È una domanda che tutti si pongono ma a quanto pare i dubbi su cosa potrebbe o non potrebbe accadere per ora resta incerto, in attesa dell’accordo d’uscita tra le parti.

Londra – considerata la “Grande Mela” dell’Europa – ha un ruolo e una posizione importantissima all’interno del mercato dell’arte e il suo successo è dovuto in special modo al modello di regolamentazione inglese che vede le tasse di importazione al 5% – le più basse della UE – e la Brexit potrebbe rappresentare un’ulteriore opportunità per la Gran Bretagna di essere ancora più competitiva sul mercato globale, attuando una revisione normativa più vicina ai suoi competitors USA (0%) e Cina (3%).

La legislazione dell’Unione Europea, con la sua complessa burocrazia e costosa amministrazione, secondo alcuni avrebbe infatti penalizzato il mercato londinese ponendolo in una posizione di sfavore rispetto ai suoi grandi rivali, New York e Hong Kong.

La Brexit potrebbe quindi rappresentare un’opportunità interessante per la Gran Bretagna, libera dai vincoli della Ue, ma potrebbe anche determinare un indebolimento non trascurabile del mercato poiché con l’uscita dall’Unione Europea verranno meno i fondi e i finanziamenti di cui il Regno Unito poteva usufruire e di cui hanno beneficiato molti musei e gallerie, per non parlare dei singoli artisti.

Un esempio tra tutti la monumentale scultura “Angel of the North” (1994-1998) di Antony Gormley collocata a Gateshead, era stata finanziata proprio grazie ai fondi UE.

Già all’epoca del referendum molti artisti di fama internazionale come Tacita Dean, Wolfgang Tillmans, Michael Craig-Martin, Banksy, il già citato Antony Gormley e molti altri – si erano schierati a favore della permanenza all’interno dell’Unione Europea aderendo attivamente alla campagna “Remain” tramite la creazione di opere d’arte, poster e slogan.

Forti timori sono stati espressi anche da istituzioni storiche e ruoli istituzionali – dal direttore della Tate Nicholas Serota a Martin Roth – direttore del Victoria & Albert Museum, preoccupato anche per le conseguenze della mancanza di sussidi europei dedicati alla ricerca.

Ma non si tratta solo di finanziamenti. Oltre al venir meno delle agevolazioni legali ed economiche, al possibile indebolimento degli investimenti e all’impatto sull’economia in generale, saranno da prendere in considerazione anche altri ostacoli come le licenze di esportazione.

Molti protagonisti dell’arte stanno infatti valutando un eventuale ritiro delle opere depositate a Londra come Larry Gagosian, che a quanto pare ha già iniziato a spostare i beni da Londra alle sedi di Atene, Basilea, Ginevra e Parigi.

Di sicuro Londra non rappresenterà più lo scalo mondiale per l’importazione di opere all’interno dell’Unione Europea ed è proprio la capitale francese che si sta preparando a raccogliere il testimone, avendo la seconda tassazione europea più bassa con il 5,5 %.

Alcune importanti gallerie – tra cui White Cube, David Zwirner, Pace Gallery – stanno già progettando l’apertura di sedi parigine e la città è pronta a raccogliere i frutti dello spostamento di capitali, situazione che quindi potrebbe favorire il mercato francese.

Viceversa, le gallerie che hanno in programma esposizioni da novembre in poi si sono organizzate in anticipo per portare in Gran Bretagna le opere, onde evitare il rischio di nuove regole sui dazi doganali.

Per ora nonostante le incertezze, Londra continua a mantenere il suo ruolo centrale – basti pensare a tutti i musei, le gallerie, le fiere internazionali e le case d’asta che hanno qui la loro sede – e i buoni risultati ottenuti dalle aste appena concluse e dalla fiera Frieze lo confermano.

A prescindere dai pronostici favorevoli o meno, ciò che emerge sono le importanti ripercussioni sul mercato globale implicate dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea che rendono ancora più chiara la stretta correlazione tra arte, politica ed economia.

 

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Cosa sai di Art Basel?

Art Basel Linda Bajare

Come ogni anno torna l’appuntamento con Art Basel, aperta al pubblico dal 13 al 16 giugno, la fiera d’arte contemporanea più importante al mondo nata nel 1970 da un’intuizione dei galleristi e collezionisti Trudl Bruckner, Balz Hilt e dai coniugi Ernst e Hildy Beyeler.

I visionari fondatori, figure di spicco e all’avanguardia, intuirono il grande potenziale per un nuovo mercato destinato a cambiare la storia dell’arte.
Personalità leggendarie come Trudl Bruckner, gallerista svizzera che durante i suoi 44 anni di attività ha fatto di “Basel zuliebe” – “per amore di Basilea” – il suo slogan, è una delle figure femminili alle origini dell’ideazione della fiera.
Insieme a lei verso la collocazione di Basilea a centro internazionale dell’arte contemporanea i coniugi Beyeler, colti e raffinati collezionisti “vecchio stile” – sia mecenati che mercanti – che hanno inoltre dato vita a una collezione di oltre 200 capolavori assoluti di artisti come Rothko, Klee, Giacometti e Picasso, con cui la coppia aveva anche un rapporto di amicizia e stima reciproca.
I Beyeler hanno inaugurato nel 1997 la Fondazione che porta il loro nome, divenuta la più visitata dell’intera Svizzera e la più internazionale, con il 52% di visitatori stranieri.

Nata come risposta e alternativa della tedesca Art Cologne, la fiera svizzera si è rivelata un successo già al suo esordio, con oltre 16.000 visitatori alla mostra inaugurale, 90 gallerie partecipanti e 30 editori di 10 paesi diversi.
Numeri destinati a crescere in modo esponenziale nel giro di pochissime edizioni, se pensiamo che ad oggi le gallerie partecipanti sono salite a 290 e provengono da 34 paesi.

Basilea, da caratteristica città sul Reno diventa un luogo internazionale di incontro e scambio per tutti i galleristi, gli appassionati e i collezionisti d’arte e dopo 49 anni resta il più importante appuntamento internazionale del settore, non solo dal punto di vista del mercato dell’arte, ma anche della ricerca.

La rassegna include ogni forma di espressione artistica come la pittura, il disegno, l’installazione, la fotografia, la performance e la videoarte, sviluppatasi soprattutto a partire dalla fine degli anni ’90 con “Video Forum”, sezione dedicata all’interazione dell’arte con i media tecnologici e soprattutto alla videoarte; in seguito ha preso il via “Art Unlimited” che dà spazio a installazioni di dimensioni elevate realizzate attraverso l’uso dei più diversi mezzi espressivi.

A dimostrazione del suo carattere internazionale, dal 2002 la fiera di Basilea si è espansa oltreoceano per un’edizione invernale che si svolge a Miami, col nome di Art Basel Miami Beach (quest’anno in programma dal 5 all’8 dicembre). È sempre in quegli anni che nasce Art Basel Conversations, discussioni con i principali membri del mondo dell’arte – tra i relatori collezionisti d’arte, direttori di musei, curatori, artisti, critici d’arte e architetti – che forniscono accesso a informazioni di prima mano su diversi aspetti del mondo dell’arte.

Se prima di Art Basel tutte le fiere avevano carattere nazionale, dalla sua fondazione è cambiato il significato di manifestazione artistica e tutti i direttori che si sono susseguiti nel corso degli anni hanno voluto imprimere quel sigillo di internazionalità e di qualità superlativa che ne mantiene tuttora intatto il primato. Una commissione esamina attentamente i candidati – le gallerie, gli artisti e le relative opere proposte per l’esposizione – e questa selezione garantisce e protegge i requisiti necessari per poter partecipare alla prestigiosa fiera.
A rimarcare nuovamente il carattere internazionale della manifestazione ci pensa Art Basel Hong Kong, inaugurata nel 2013, che permette un punto di osservazione privilegiato sulle dinamiche del mercato orientale. Il prossimo appuntamento è dal 19 al 21 marzo 2020.

Il giro d’affari di milioni di dollari per ogni edizione e gli imponenti capitali che ruotano intorno ad Art Basel sono strabilianti, con numeri da capogiro che riflettono l’impatto economico che hanno le grandi fiere sul mercato globale dell’arte.
Gli attori protagonisti sono principalmente tre: Art Basel – che fa capo al gruppo MCH – Frieze London e Tefaf Maastricht: la continua espansione in diversi continenti e il supporto da parte di istituti finanziari (Ubs nel caso di Art Basel), sono solo alcuni dei fattori che determinano una crescita sempre maggiore.

Tra l’altro in questi giorni è trapelata la notizia che la società proprietaria di Art Basel e Masterpiece London, MCH Group, ha deciso di vendere la fiera Art Düsseldorf al fine di concentrarsi maggiormente sui due “cavalli di punta” della scuderia.

Che ruolo hanno quindi all’interno del mercato dell’arte le manifestazioni non commerciali?
Si potrebbe rispondere al quesito con un’altra domanda: “Vedere a Venezia, acquistare a Basilea”, questo il motto dei collezionisti che può essere di esempio e che suggerisce la stretta connessione tra la Biennale no-profit e la più famosa fiera commerciale.
Venezia, con il suo prestigio, fornisce una forte visibilità agli artisti partecipanti e dà una panoramica sulle novità e su nuovi nomi da tenere d’occhio.

Non ci sono dubbi che le vendite si compiano prima nella Serenissima, un dato che viene confermato dalle oltre cento mostre in aggiunta al programma ufficiale della Biennale di quest’anno.
Per esempio, la Galleria Thaddaeus Ropac supporta artisti come Lee Bul, Baselitz, Vedova e Ghenie presenti a Venezia e tre di questi sono proposti per la vendita a Basilea. Così come Carpenters Workshop Gallery propone di acquistare l’opera di Maarten Baas, artista presentato in Biennale. Ugualmente White Cube propone l’artista Ibrahim Mahama, che rappresenta il Padiglione del Ghana.
In fiera troviamo anche altri artisti partecipanti alla 58ª Biennale come Zanele Muholi, Kemang Wa Lehulere, Mawande Ka Zenzile, Frida Orupabo, Kris Lemsalu, Tamás Waliczky, Cathy Wilkes, Arshile Gorky, Günter Förg, Martin Puryear, Christoph Büchel.

 

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Principali avvenimenti del 2018 nel mondo dell’arte in 5 minuti

Anche il 2018 sta per terminare ed è giunto il momento di fare un riassunto degli avvenimenti principali e dei trend di mercato che si sono delineati durante questi ultimi dodici mesi.

Quali sono?

Tra le assolute novità, l’ingresso nel mercato dell’arte algoritmica, espressione creativa generata da un’intelligenza artificiale. Si è fatto notare il collettivo parigino Obvious con “Portrait of Edmond de Belamy”, tela venduta in asta da Christie’s a 380.228€. L’opera è stata creata tramite una formula matematica che al termine di un complesso calcolo imprime il risultato sulla tela con un getto di inchiostro. Se l’arte per definizione è un’espressione creativa, emotiva, riflessiva, creazione di una persona ed è apprezzata per questi motivi, è da vedere se questo tipo di “intervento artistico” che esclude l’improvvisazione e il genio umano troverà spazio nel mercato anche sul lungo termine.

Questo era l’anno della 12ª edizione di Manifesta, Biennale nomade che ha portato tutto il mondo dell’arte a Palermo, città poco avvezza all’arte contemporanea che ha saputo incantare i visitatori con le sue tradizioni e bellezze storico-artistiche che a volte hanno addirittura offuscato le opere contemporanee della manifestazione. La Biennale per questa città è stata una grande occasione promossa anche dalla presenza di forti collezionisti di Palermo aprendo per pochi intenditori le porte delle loro abitazioni. Numerosa la partecipazione di importanti artisti internazionali che hanno indagato sui fenomeni geopolitici, sociali ed ecologici di oggi con “Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza”. In evidenza il doloroso e attuale tema dei migranti, ferita del mondo odierno.

Spostandoci al nord, ad Artissima Torino ha raccolto ampi consensi la nuova sezione “Sound” dedicata alle indagini sonore contemporanee. Sempre di buon livello e molto apprezzata la fiera in generale, che ha visto la partecipazione di molti importanti collezionisti stranieri.

Senz’altro è stato un anno notevole per Alberto Giacometti, dopo la più grande retrospettiva proposta dalla Tate Modern nel 2017, quest’anno una mostra dialogo con Francis Bacon altrettanto emozionante alla Fondation Beyeler di Basilea, al Guggenheim di New York e Bilbao, al Musée Maillol di Parigi, al Musée National des Beaux-Arts du Québec.

Dopo lunghe attese a luglio la Fondazione Alberto Giacometti ha aperto le porte alla nuova sede espositiva “Giacometti Institute” a Parigi, che accoglie un archivio di quasi 400 opere tra sculture e dipinti, 5000 disegni e la ricostruzione dello studio dell’artista. Divertente il dialogo storico-contemporaneo proposto dall’installation artist Annette Messager in mostra in Fondazione. Una scelta vincente dell’artista, coniuge di Christian Boltanski, che porta lo stesso nome della moglie e musa di Giacometti.

Mario Merz, altro grande artista italiano, viene celebrato all’Hangar Bicocca di Milano con una retrospettiva dedicata a una delle ricerche artistiche più iconiche, gli “Igloos”, grandiose costruzioni che hanno accompagnato la sua attività dal 1968 fino alla scomparsa. Per la prima volta riunite in un unico spazio, le trenta grandi opere vanno a costituire una sorta di villaggio e saranno visitabili fino al 24 novembre 2019.

Adrian Piper è la prima artista vivente nella storia del MOMA a ricevere l’intero sesto piano dell’istituzione per una grande retrospettiva che vedeva riunite installazioni, composizioni astratte e video. Dopo il Moma di New York la mostra sarà esposta all’Hammer Museum di Los Angeles e all’Haus der Kunst di Monaco. Piper, che ha ricevuto nel 2015 il prestigioso Leone d’oro alla Biennale di Venezia, si è da sempre concentrata sui maggiori problemi sociali americani come il razzismo, le divisioni di classe e la misoginia.

Anno molto positivo anche per Tomás Saraceno, protagonista della 4ª edizione di “Cartes Blanches” al Palais de Tokyo di Parigi: visitando “On Air”, ci si trova in un’atmosfera immersiva e onirica nella quale viene svelato Aerocene, progetto artistico interdisciplinare che intreccia alta matematica, fisica e chimica avvalendosi di un team di esperti e figure altamente specializzate. Una mostra davvero straordinaria che mette in luce la profonda preparazione dell’artista argentino e la sua grande originalità con una proposta assolutamente differente rispetto ad ogni altro artista. Le sfere fluttuanti di Saraceno quest’anno hanno volato anche nella chiesa settecentesca Karlskirche di Vienna e a Manifesta a Palermo, mentre ad Art Basel Miami Beach l’artista ha piantato sulla spiaggia ombrelli capovolti progettati per catturare energia solare. Inserito nella lista degli artisti più influenti del 2018 accanto a grandissime figure del mondo dell’arte. Complimenti Tomás e tanti auguri per un 2019 ancora più splendente!

Un nome che sicuramente gode sempre di forte interesse dagli appassionati d’arte è Jean Michel Basquiat. A lui dedicata una retrospettiva grandiosa alla Fondation Louis Vuitton Paris con l’importante raccolta delle opere da musei e da collezioni private. Assolutamente da vedere, finisce il 14 gennaio! Anche a Londra l’artista ha avuto una grande retrospettiva alla Barbican Gallery conclusasi a gennaio scorso, che ha riunito più di 100 opere provenienti da musei e collezioni private.

Un anno ricco di riconoscimenti anche per uno dei maggiori artisti figurativi del primo novecento, Egon Schiele. A 100 anni dalla scomparsa dell’artista austriaco, la Fondazione Louis Vuitton gli ha dedicato una retrospettiva esponendo le 100 opere più significative della sua breve vita. Anche il Leopold Museum di Vienna gli ha dedicato una bella mostra visitabile fino al 10 marzo 2019, mentre la Royal Academy lo affianca a Gustav Klimt, altro grande maestro austriaco, in un inedito dialogo che vede protagonisti i loro disegni.

Gli atti rivoluzionari connotano da sempre l’arte di Banksy che ha fatto ancora parlare di sé grazie all’inaspettata performance avvenuta durante l’asta londinese di Sotheby’s. È stata una vera sorpresa per i bidders in sala quando hanno visto l’opera “Girl with Baloon” appena venduta a 1.042.000£, autodistruggersi grazie a un meccanismo occultato all’interno della cornice che ha ridotto in piccole strisce l’opera. A circa un mese da questo colpo di scena è stata inaugurata al Mudec di Milano una grande mostra sull’artista, la prima esposizione monografica ospitata in un museo pubblico italiano. “A Visual Protest” raccoglie circa 80 lavori e promette di essere un successo di pubblico al pari della retrospettiva su Frida Kahlo conclusasi a giugno. Tra mostre non autorizzate, rivendicazioni sui social network e la scoperta di nuove opere – l’ultima apparsa in Galles nella notte di martedì 18 dicembre – l’artista di Bristol non perde un colpo in tema di popolarità.

Chi sono i premiati di quest’anno?

Uno dei più prestigiosi premi annuali per un artista, il Turner Prize, è stato assegnato a Charlotte Prodger che ha presentato la video opera “Bridgit” realizzata con il telefono cellulare nel quale si intrecciano riflessioni su mitologia, paesaggio e identità di genere. Il segno distintivo della sua ricerca è il carattere molto introspettivo dei filmati, tesi a mettere a nudo le contraddizioni del nostro tempo. La Prodger inoltre è stata scelta per rappresentare la Scozia alla Biennale di Venezia nel 2019.

A casa nostra è Fabrizio Cotognini il vincitore della 19ª edizione del Premio Cairo con l’opera “Aurora”, rielaborazione di due incisioni originali del XVIII secolo sulle quali l’artista marchigiano ha applicato foglie d’oro, biacca e matita in un dialogo serrato tra passato e presente. Proposta interessante proprio perché in relazione ai valori dell’arte antica, l’artista utilizza materiali preziosi e regala una seconda vita alle pietre miliari della nostra storia.

Questa tendenza di riproporre una sorta di revisione degli old masters sta prendendo sempre più piede e Cotognini non è l’unico artista a divertirci con il mondo antico vestito in abiti contemporanei. Fabrizio Cotognini quest’anno è stato protagonista di una personale alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino oltre a mostre in diverse gallerie e spazi espositivi; ha inoltre partecipato a Manifesta12.

Simone Leigh, da sempre impegnata nella lotta all’emarginazione in particolar modo delle donne di colore, è la vincitrice dell’Hugo Boss Prize che la porterà nel 2019 a esporre al Guggenheim di NY. Quest’anno Leigh ha anche avuto la sua prima personale al Luhring Augustine di New York, dove una scultura raffigurante un’enorme donna dominava quasi interamente lo spazio della galleria.

Helen Cammock è la vincitrice della 7ª edizione del Max Mara Art Prize for Women, prestigioso premio biennale in collaborazione con la Whitechapel Gallery che promuove le giovani artiste britanniche. Cammock, di origini giamaicane, ha maturato un approccio interdisciplinare che l’ha portata a una riflessione sull’emotività del lutto, sul suono della voce che diventa lamento in una compenetrazione tra canto, musica e scrittura. Grazie al premio l’artista ha avuto l’opportunità di trascorrere sei mesi in sei città italiane – una sorta di residenza d’artista itinerante – al fine di creare un nuovo progetto che sarà esposto alla Whitechapel Gallery nel 2019 per poi essere incluso nella Collezione Maramotti. Nel nostro paese Helen Cammock ha condotto ricerche in vari ambiti quali l’opera barocca, la poesia, la danza per comprendere le modalità espressive dell’emozione nella cultura italiana.

C’è stata una grande riscoperta della ceramica, vista non più solo come materiale artigianale ma anche come prezioso supporto per l’arte contemporanea, che ha iniziato ad applicare questo prezioso materiale in sculture dalle forme visionarie o iperrealiste. Sempre più gallerie si stanno infatti specializzando verso questa direzione e molti artisti impiegano porcellana, ceramica e gres per i loro lavori. Bertozzi & Casoni sono stati tra i primi a ottenere grandi riconoscimenti focalizzandosi sulle diverse declinazioni di questo materiale estremamente versatile, ma non sono certo gli unici. Tra i nomi illustri del passato che si sono cimentati con questa tecnica Picasso, Fontana, Peter Voulkos; mentre tra i contemporanei emergono Hirst, Ai Weiwei, Takuro Kuwata e The Haas Brothers e molti altri. Si notanto sempre più fiere dedicate alla ceramica.

Il vero “re” del 2018 è David Hockney, incoronato l’artista vivente più caro al mondo grazie alla vendita da Christie’s New York di “Portrait of an Artist (Poll with Two Figures)” del 1972, diventata l’opera più costosa battuta in asta di un artista ancora in vita. Venduta per 90,3 mln di $ (circa 80 mln di €), a distanza di 5 anni ha superato il precedente record di Jeff Koons con l’opera del 1994 “Orange Balloon Dog” venduta nel 2013 per 58,4 mln di $. Complici del grande successo le recenti retrospettive dedicate a Hockney, una delle quali tenutasi al Metropolitan di New York oltre a quella del Centre Pompidou. Resta sempre sul podio anche Gerhard Richter, uno dei più importanti artisti europei del nostro tempo, molto schivo e altrettanto critico verso le dinamiche di mercato odierne.

L’andamento delle aste ha confermato quotazioni alte e stabili per alcuni giovani artisti come Adrian Ghenie, Avery Singer, Nicolas Party, Jonas Wood. Si riconfermano i più quotati Basquiat, Peter Doig, Rudolf Stingel, George Condo, Antony Gormley. Molto bene anche Christopher Wool, Mark Bradford, Richard Prince, Tauba Auerbach, Jenny Saville e Kerry James Marshall che ha goduto di grande riconoscimento grazie a varie mostre e all’attività del gallerista David Zwirner. Anche Kaws che ci sorprende con le sue opere sempre divertenti, già da tempo dà grandi incassi in asta seguito da Shepard Fairey che registra un altissimo numero di lotti venduti in asta, ma per quest’ultimo bisogna considerare che il 90% di questi sono perlopiù stampe che non superano i 1.000$.

Se si guarda all’arte nostrana, oltre ai nomi ormai storicizzati risaltano Maria Lai, Carol Rama e Leoncillo, i quali stanno vivendo una riscoperta da parte di collezionisti anche stranieri, come si evince dagli ottimi recenti risultati in asta. Se il 2017 si è concluso con un fortissimo interesse per l’arte concettuale italiana degli anni ‘50 e ‘60, quest’anno si è notato un apprezzamento maggiore per quella contemporanea e con la voglia di scommettere sui nomi ancora di poco trend.

È emersa una stabile crescita di apprezzamento verso l’arte africana, interesse scaturito da un mercato nuovo, divertente e diverso, un po’ come era stato un decennio fa per l’arte contemporanea cinese. Alla crescita di questo settore hanno contribuito diversi fattori, tra cui l’interessamento di grandi collezionisti come Jean Pigozzi, alcune importanti mostre e l’apertura di musei di arte contemporanea africana come lo Zeitz MOCAA a Città del Capo e anche gallerie che si sono specializzate in questo settore. Fiere come “1-54 Contemporary African Art Fair” a Londra e “AKAA – Also Known As Africa” a Parigi hanno fatto il resto, facendo conoscere l’arte africana contemporanea anche al grande pubblico. Alcuni artisti africani già affermati e con quotazioni altissime sono Kerry James Marshall, El Anatsui, Julie Mehretu, Chérie Samba.

Il mercato cinese, pur rimanendosi al secondo posto come importanza a livello mondiale, è un po’ sofferente anche se non mancano proposte interessanti come testimoniano le quotazioni raggiunte da artisti ormai affermati come Zeng Fanzhi, Ai Weiwei e Zhou Chunya.

Stanno vivendo un’importante rivalutazione alcune donne artiste che fino a oggi hanno goduto di poca considerazione di critica e pubblico. Si è mossa verso questa direzione Frieze London introducendo “Social Works”, sezione dedicata a otto artiste attive tra gli anni ‘80 e ‘90 che hanno sfidato il mercato dell’arte e che si sono distinte per un forte impegno politico-sociale. Jenny Saville riscatta le donne diventando l’artista femminile più costosa del mondo grazie al risultato di “Propped”, opera del 1992 venduta per 9,5 milioni di £. Questa forte ondata di femminismo che pervade tutto il mondo dell’arte sarà dovuta anche al movimento #MeeToo?

Cosa dicono i ricercatori?

Dalle analisi dell’anno appena trascorso sembra proprio che le riflessioni femministe siano scaturite anche grazie a #MeeToo, inserito al terzo posto della classifica “Power 100 most influential people in the contemporary artworld 2018”. A un anno di distanza dallo scandalo Weinstein ancora ci si interroga sulle ripercussioni e su quanto questo movimento abbia influenzato anche il mondo dell’arte. Al primo posto della classifica ovviamente troviamo il gallerista David Zwirner, eletto l’uomo più influente del mondo dell’arte, mentre la medaglia d’argento va all’artista Kerry James Marshall, risultato forse dovuto anche ai grandi risultati in asta come per “Past Times” del 1997 a 21,1 milioni di $.

Si parla tanto riguardo al ruolo sempre più predominante delle garanzie nelle aste di tutto il mondo, una politica che aiuta le aste ad attirare a sé alcune tra le migliori opere.

Secondo le stime, quest’anno il numero dei lotti garantiti è aumentato del 53% e le garanzie stanno diventando un punto di riferimento per il valore di un’opera. A esserne totalmente dipendente è la fascia alta del mercato, che vede il ricorso a queste sempre più frequente, cosa che potrebbe essere sintomo di speculazioni finanziarie a breve termine.

Sarà vera la previsione dell’amministratore delegato di Sotheby’s Tad Smith che ha previsto che il mercato dell’arte nel 2019 sarà più sommesso rispetto a quello di inizio 2018? La supposizione potrebbe essere avvalorata dalla leggera contrazione delle vendite che si è registrata nelle aste di postwar e contemporary art.

C’è grande attesa per l’apertura a gennaio di ICA Milano, il primo istituto italiano per l’arte contemporanea che ricalca il modello londinese nato nel 1946. Fondazione privata no profit, il centro espositivo sarà diretto da Alberto Salvadori che si propone di creare un laboratorio di arti contemporanee in cui artisti internazionali creeranno opere site specific affiancato da un vasto programma interdisciplinare che coinvolgerà il pubblico. Milano si riconferma come la città italiana più attenta al contemporaneo e il quartiere di Porta Romana, con la presenza di ICA, della Fondazione Prada e di un ampio progetto di riqualificazione, sarà ancora più ricco di iniziative culturali.

A rubarle lo scettro di regina del contemporaneo ci penserà Venezia con la 58ª Biennale d’Arte e cresce sempre di più la curiosità intorno al Padiglione Italia curato da Milovan Farronato che presenterà le opere di Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai.

Insomma, è stato un anno molto interessante e ricco di colpi di scena.

Speriamo che il 2019 sia ancora più frizzante e dinamico, staremo a vedere!

Buon anno a tutti!!!

 

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