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Quello che non si vede

By Aprile 2, 2019Settembre 17th, 2019No Comments

La Fondazione Nicola Trussardi presenta “A Friend”, monumentale intervento dell’artista Ibrahim Mahama ai caselli daziari di Porta Venezia, installazione site specific a cura di Massimiliano Gioni visibile dal 2 al 14 aprile 2019.

L’artista ghanese, come già avvenuto in occasione di altre importanti manifestazioni tra cui la 56ª Biennale di Venezia nel 2015 e Documenta 14 nel 2017, ha avvolto i bastioni milanesi con sacchi di juta provenienti dai mercati africani e contenenti diversi tipi di merci destinate a una circolazione su scala internazionale.

Per rivestire completamente i 5.000 metri quadrati delle due strutture sono stati utilizzati ben 10.000 sacchi di juta montati da 8 Guide Alpine tramite l’utilizzo di apposite fascette, al fine di evitare l’impiego di chiodi che avrebbero alterato in modo definitivo i monumenti.

Il luogo prescelto è emblematico per la memoria e la simbologia della città in quanto ingresso che ha segnato per secoli il confine con la campagna e ha delineato il rapporto stesso tra Milano e l’esterno.

Porta Venezia, in qualità di quartiere multietnico con una forte presenza di altre culture, aiuta a leggere il lavoro di Ibrahim Mahama sia nel contesto di Milano sia in quello dell’Italia di oggi: la riflessione sul concetto di soglia, di relazione tra sé e l’altro e la dicotomia esterno/interno è estremamente attuale in un momento storico ricco di tensioni verso tutto ciò che si può definire “straniero”.

I caselli daziari, luoghi strettamente connessi al mondo esterno, evocano inoltre tutte le complessità degli aspetti etici e politici che riguardano il traffico di merci destinate a viaggiare in tutto il mondo, in netta contrapposizione con l’alienazione della manodopera che le realizza.

L’installazione di Ibrahim ha il merito di entrare nel tessuto della società in modo da essere fruibile a tutti e di suscitare un interessante dibattito pubblico in un contesto che si ricollega agli interventi di Christo degli anni ‘70. Se gli “impacchettamenti” dell’artista di origini bulgare erano una critica verso il crescente consumismo, oggi l’intervento di Mahama racconta e denuncia preoccupanti tensioni globali.

I sacchi di juta logori e pieni di rammendi, che nel lavoro di Ibrahim sono sinonimi di garze che tamponano le ferite, rimandano anche alla ricerca condotta da Alberto Burri.

Il titolo ”A Friend” ha la funzione di ricordare tutte le persone che hanno lavorato e lavorano tutt’ora alla realizzazione dei sacchi e al commercio degli oggetti, persone dimenticate e cancellate dalla memoria collettiva nonostante ognuno di noi si relazioni a tali merci e prodotti quotidianamente.

Per Ibrahim Mahama quest’opera è un modo per ricordare a noi stessi che dietro a ogni oggetto, dietro a ognuno di questi sacchi ci sono centinaia di milioni di storie e di potenziali amici, di voci e di pensieri.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

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