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ART REPORT 2020

Il 2020 è stato senza dubbio un anno senza precedenti, l’anno dell’online e del virtuale. 

Come tutti i settori anche il mondo dell’arte è stato affetto dalla pandemia, abbiamo visto un’intraprendenza nuova e un re-indirizzamento delle risorse, un adeguamento a nuove modalità espositive e comunicative. 

In risposta ai lockdown che ci hanno costretti a casa, musei, gallerie e istituzioni si sono velocemente organizzati a offrire visite delle proprie collezioni in tour virtuali. 

Non solo le mostre ma anche le fiere sono diventate visitabili e commercialmente disponibili in viewing rooms.

Credo che questo fenomeno potrebbe rimanere attivo anche dopo le riaperture degli spazi.

I social networks come Instagram e Facebook sono diventati il luogo d’incontro tra gli artisti, organizzazioni e pubblico, offrendo interessanti dirette e altre forme di comunicazione ed è una cosa positiva perché il mondo dell’arte era rimasto quasi l’unico settore non ancora in questa modalità.

Molti musei in tutto il mondo si sono rivolti fin da subito a queste piattaforme per dare accesso alle loro collezioni senza confini. 

Altre grandi mostre, come la retrospettiva alla Tate Modern dedicata all’artista sudafricano Zanele Muholi, il dialogo tra Tracey Emin e Edvard Munch alla Royal Academy of Arts, Artemisia Gentileschi alla National Gallery di Londra, sono state annullate, posticipate o riaperte per brevi periodi. 

Si è parlato molto anche della mostra itinerante su Philip Guston che avrebbe inaugurato a giugno alla National Gallery of Art di Washington, annullata per la pandemia e ulteriormente rimandata a causa di alcune opere raffiguranti il Ku Klux Klan che potrebbero essere male interpretate dal pubblico e attirare critiche proprio nell’anno del “Black Lives Matter”. 

Il movimento impegnato nella lotta contro il razzismo ha infatti coinvolto anche il settore dell’arte scatenando reazioni di solidarietà da parte di molti artisti e istituzioni. 

Già in questi ultimi anni abbiamo assistito a una grande crescita dell’arte afro americana – segno che qualcosa stava cambiando già da tempo – e ora penso avranno ancora più visibilità. 

Proprio durante le aste londinesi di febbraio abbiamo assistito a nuovi strabilianti record personali per gli artisti black più apprezzati del momento, Tschabalala Self, Amoako Boafo e Jordan Casteel.

Non a caso quest’anno il movimento Black Lives Matter è al primo posto della Power 100 di ArtReview.

 

Tschabalala Self, “Princess”, 2017

Tessuto, acrilico, capelli mani e olio su tela 

Venduto a 435.000 £ tasse incluse all’asta di Phillips a Londra, 13 febbraio 2020

 

Amoako Boafo, “The Lemon Bathing Suit”, 2019

Olio su tela 

Venduto a 675.000 £ tasse incluse all’asta di Phillips a Londra, 13 febbraio 2020

 

Oltre alle mostre sono slittate anche le Biennali, prima tra tutte la rassegna d’arte di Venezia che si svolgerà nel 2022 – d’ora in poi quindi si terrà sempre in anni “pari”. 

Cancellate quasi tutte le fiere – luoghi per eccellenza di incontro tra collezionisti e galleristi di diversi paesi – tranne poche eccezioni come Manifesta 13 a Marsiglia, che ha comunque chiuso in anticipo di un mese. 

Dopo aver annullato tutti e tre gli appuntamenti del 2020, Art Basel rinvia anche l’edizione di Hong Kong prevista per marzo 2021 e slittata a fine maggio. 

Ma ci sono anche buone notizie, perché le Online Viewing Rooms e altre esperienze multimediali hanno portato un discreto livello di vendite, confermato dagli scambi vivaci ad Art Basel Miami. 

Frieze Art Fair per l’appuntamento londinese ha affiancato ai tour virtuali piccoli eventi in città e le gallerie per la prima volta hanno trasformato le loro sedi di Londra in veri e propri booth da visitare su appuntamento.  

Frieze ha poi posticipato la tappa di Los Angeles a fine luglio 2021, mentre a febbraio ci saranno 3 giorni di programmazione speciale (online) per festeggiare i 30 anni di attività.  

Il 2020 ha quindi innescato molti cambiamenti e tutti gli attori dell’arte – artisti, galleristi, curatori, direttori di fiere e musei – hanno dovuto ripensare ai modi organizzativi, al mantenimento delle strutture esistenti e allo sviluppo di nuove strategie. 

Ma come sappiamo bene: non tutto il male viene per nuocere.

Alcuni si sono alleati e quasi tutti digitalizzati. E grazie a questo comincerà una nuova era di comunicazione anche per il mondo dell’arte, che era rimasto tra gli ultimi nella modernizzazione.

Certo ci sono state alcune difficoltà da affrontare, come i tagli al personale effettuati anche dai colossi dell’arte – dalle grandi gallerie come Perrotin, David Zwirner e Pace Gallery a importanti istituzioni come il Guggenheim di New York, la Tate Modern e la Royal Academy di Londra – tutti costretti a chiudere per un periodo molto lungo. 

Probabilmente quando si potrà riaprire e tornare alla normalità le cose torneranno come prima, ma la digitalizzazione di sicuro rimarrà per sempre un servizio aggiuntivo.

Oltre al Coronavirus, anche la Brexit è destinata a cambiare in parte la geografia dell’arte europea.

Alcune gallerie hanno infatti deciso di chiudere le proprie sedi a Londra come Marian Goodman, che chiuderà lo spazio proprio a fine anno per dare spazio a una nuova modalità espositiva, “Marian Goodman Projects”. 

L’iniziativa organizzerà mostre in diversi luoghi di Londra a seconda della natura delle opere e del progetto. 

David Zwirner, galleria con sedi a New York, Hong Kong e Londra, per far fronte alla Brexit ha aperto una galleria anche a Parigi, città destinata a diventare il centro europeo dell’arte contemporanea. Hanno seguito il suo esempio anche Pace Gallery e White Cube.

Una notizia che chiude un capitolo è la chiusura della celebre galleria Blein/Southern fondata a Londra nel 2010 e con sedi anche a New York e Berlino. A febbraio è stata annunciata la chiusura di tutte e tre le gallerie e gira voce che le cause siano seri problemi finanziari, al punto da dover rendere le opere agli artisti con le spese di spedizione a loro carico.

Un altro annuncio sicuramente inaspettato per tutto il mercato d’arte è la chiusura dopo 26 anni di attività della galleria newyorkese GB enterprise di Gavin Brown, grandissimo dealer e pioniere per unirsi e diventare partner di Gladstone Gallery (di Barbara Gladstone). Presenterà solo 10 dei suoi artisti: Joan Jonas, Ed Atkins, Arthur Jafa, Rachel Rose, laToya Ruby Frazier, Kerstin Brätsch, Alex Katz, Frances Stark, Rirkrit Tiravanija, Mark Leckey.

Laura Owens, Jos de Gruyter, Herald Thrys invece non faranno parte di Gladstone Gallery.

Si è quindi riscoperto il valore della collaborazione tra diverse realtà – anche tra quelle che prima erano ritenute concorrenti.

In Italia ad esempio è nata Italics, consorzio che riunisce oltre 60 gallerie italiane di arte contemporanea, antica e moderna volto a valorizzare il territorio del Bel Paese con consigli ai turisti che vanno dalle bellezze storico artistiche da visitare alle eccellenze eno gastronomiche da non perdersi.

A Milano è stata creata la “Milano Art Community”, piattaforma gestita da alcune tra le più importanti gallerie, fondazioni e spazi no-profit della città per promuovere le iniziative dei suoi membri.

Come abbiamo visto, in questo clima di grande incertezza non sono mancati anche i risvolti positivi come le molte iniziative di solidarietà che hanno coinvolto artisti affermati come Wolfgang Tillmans, Tracey Emin, Marlene Dumas, Martin Parr e altri, ma anche gallerie e case d’asta come Christie’s, Sotheby’s,  Artcurial – tutti impegnati in numerose vendite di beneficenza.

Di recente Hauser & Wirth ha lanciato la raccolta fondi “Artists for New York”: più di 100 artisti hanno deciso di donare le loro opere per una vendita di beneficenza a sostegno di alcune istituzioni della città tra cui il MoMA PS1, il New Museum e il High Line Art. (Hauser & Wirth ha rinunciato a qualsiasi commissione sulle vendite).

Anche l’Italia si è attivata con molte iniziative di beneficenza, dalla mobilitazione personale di artisti come Alessandro Piangiamore che ha venduto su Instragram il lavoro “La cera di Roma”(acquistata da Veronica Siciliani Fendi) il cui ricavato è stato devoluto all’Ospedale Spallanzani di Roma, fino a iniziative di case d’asta come Blindarte con “Art To Stop Covid-19” – i proventi sono andati alla Regione Lombardia e all’Istituto Pascale di Napoli; o ancora la casa d’aste Cambi con “Design Loves Milano”, asta charity per aiutare l’ospedale Luigi Sacco. 

In un anno colpito dalle tantissime perdite, l’Italia e il mondo intero hanno pianto anche uno dei più grandi curatori e critici d’arte della storia. Germano Celant è scomparso a 80 anni proprio a causa del Covid-19, forse preso a New York durante una delle ultime fiere in presenza, l’Armory Show.

Teorico e fondatore dell’Arte Povera, Celant aveva fatto conoscere gli artisti italiani al mondo. Curatore al Guggenheim di New York e di molte mostre nei musei esteri, direttore della Biennale di Venezia nel 1997, dal 2015 era il direttore artistico della Fondazione Prada. 

Le maggiori case d’asta – costrette ad annullare o posticipare gli appuntamenti in calendario già da marzo – sono corse ai ripari assumendo forme diverse rispetto a quelle tradizionali. 

Il ricorso all’online, le private sale, il crescente mercato asiatico e il lancio di aste “cross category” – approccio che ha cambiato il modello di offerta accorpando i diversi dipartimenti – hanno in parte arginato la situazione.

Le prime tre case d’asta hanno comunque subìto un significativo calo delle vendite – per Christie’s -25% rispetto al 2019, Sotheby’s -27%. In cifre, rispetto ai 4,4 miliardi di $ del 2019, il 2020 ha generato vendite per 0,9 miliardi di $. 

La mancanza di aste dal vivo ha quindi generato una diminuzione del volume d’affari, dovuto anche al fatto che molti clienti hanno preferito rinunciare a mettere in vendita opere importanti in attesa di tempi migliori per la valorizzazione.

Se nel 2019 dieci lotti hanno superato i 50 milioni di $, quest’anno solo due lotti hanno superato questa cifra.

Al primo posto il trittico “Triptych Inspired by the Oresteia of Aeschylus” (1981) di Francis Bacon, che ha raggiunto i 84,6 milioni di $ il 30 giugno in asta live da Sotheby’s.

Dopo il capolavoro classico cinese – che si aggiudica il secondo posto sul podio – troviamo Roy Lichtenstein, con “Nude With Joyous Painting” (1994) venduto a 46,2 milioni di $ da Christie’s il 10 luglio.

Lo segue David Hockney con “Nichols Canyon” (1980) passato di mano a 41 milioni di $ il 7 dicembre da Phillips, che ha raggiunto il totale più alto per un’asta a NY nella storia della casa d’aste.

Segno di un mercato vivace nonostante l’anno complicato, capace in alcuni casi di stupire e superare le aspettative.

 

Francis Bacon, “Triptych Inspired by the Oresteia of Aeschylus”, 1981

Olio su tela 

 

Roy Lichtenstein, “Nude With Joyous Painting”, 1994

Olio su tela 

 

David Hockney, “Nichols Canyon”, 1980

Olio su tela

 

Per fortuna quindi non sono mancati i successi, come l’8ª edizione di “Contemporary Curated” di Sotheby’s che il 22 aprile ha battuto il record per l’asta online più redditizia di sempre totalizzando 6,4 milioni di $ (stima di 5,75 milioni), complice un catalogo ricco di capolavori e Margherita Missoni come Guest Curator.

Le aste online hanno portato un afflusso di nuovi acquirenti – molti millennial – e registrato un incremento dei profitti del 20% rispetto all’anno scorso, una cifra in apparenza alta ma minore rispetto ai ricavi di un’asta tradizionale – un modo per arginare la crisi – tanto che Sotheby’s ha licenziato circa 200 dipendenti a marzo (circa il 12% del proprio staff). 

Per la prima volta, il Turner Prize è stato diviso in 10 borse di studio da 10.000£ ciascuna, assegnate ad altrettanti artisti: Liz Johnson Artur, Oreet Ashery, Shawanda Corbett, Jamie Crewe, Sean Edwards, Alberta Whittle, Sidsel Meineche Hansen, Ima-Abasi Okon, Imran Perretta e il collettivo Arika.

Non è stata organizzata la tradizionale mostra collettiva dedicata ai finalisti ma i vincitori di questa edizione potranno essere rieletti nelle future edizioni del premio.

La vincitrice del Hugo Boss Prize 2020 è Deana Lawson, fotografa americana la cui ricerca si concentra su tematiche sociali e di intimità familiare nella cultura afro americana.

Emma Talbot si aggiudica l’ottavo Max Mara Art Prize for Women. L’artista inglese esplora paesaggi interiori ricchi di pensieri, emozioni e storie personali in delicate opere dipinte su seta o su altri supporti tessili e comprendono frasi scritte dall’artista o riprese da altre fonti. 

L’artista canadese Kapwani Kiwanga vince il Prix Marcel Duchamp – premio nato in Francia nel 2000 – con “Flowers for Africa”, progetto che riflette sulla storia politico sociale dei paesi dell’Africa.

Tornando in Italia, Palazzo Strozzi di Firenze ha saputo adattarsi ai tempi e prolungare la tanto attesa mostra “Aria” di Tomás Saraceno sospesa dopo poche settimane dalla sua inaugurazione e che alla riapertura ha ricevuto un grandissimo riscontro dal pubblico.

Ha avuto modo di portare un sospiro alla cultura anche l’attesissima monografica dedicata a Carla Accardi al Museo del ‘900 di Milano inserita in programma a inizio ottobre, proprio in una finestra di aperture tra un lockdown e l’altro.

Le oltre 70 opere in mostra della Accardi – prima astrattista italiana riconosciuta internazionalmente – saranno visitabili fino a fine giungo 2021.

Il 2020 è stato un anno particolare ed è chiaro che ci vorrà del tempo per raggiungere un nuovo equilibrio, ma ogni periodo di crisi porta sempre nuove opportunità e permette di vedere le cose sotto una nuova luce.

Ci aspetta ancora un periodo di transizione e molti altri cambiamenti – di sicuro positivi! 

…L’arte non si ferma!

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

Arte oltre i musei

Parte II

 

Come abbiamo visto, investire nell’arte è diventata una prassi comune per le grandi aziende di moda e questa forma di nuovo mecenatismo si affianca sempre di più alle iniziative istituzionali, non senza una certa audacia unita a possibilità economiche elevate, con il merito di riuscire a mostrare al grande pubblico anche collezioni private altrimenti rese inaccessibili.

Le numerose fondazioni hanno assunto negli ultimi anni un ruolo di grande peso nella promozione dell’arte contemporanea e nella divulgazione del lavoro di artisti più o meno emergenti, oltre ad aver avviato processi di riqualificazione urbana creando nuovi poli di attrazione grazie a spazi espositivi firmati da noti architetti, non solo “contenitori” ma vere e proprie opere.

Oltre alla già citata Fendi, in Italia è la Fondazione Prada con le sue due sedi – Milano e Venezia – a portare avanti un impegno culturale all’avanguardia anche rispetto alle esperienze europee e progetti innovativi a lungo termine sostenendo giovani artisti non ancora affermati.

Nata nel 1993 per volere di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, l’attuale sede milanese è una sorta di campus che invita all’interazione attraverso diversi linguaggi e discipline come cinema, musica, letteratura, filosofia e scienza nel contesto artistico.

Quest’anno il Design Museum di Londra avrebbe in programma una grande retrospettiva alla casa di moda italiana, mettendo in luce l’innovazione e l’approccio creativo che caratterizza l’attività dell’azienda e ulteriore prova che arte, moda e design sono legati a doppio filo.

Fondazione Prada, Milano

 

Sempre a Milano la Fondazione Trussardi – istituzione “nomade” nata nel 1996 – porta avanti progetti che mettono in dialogo arte contemporanea e spazi cittadini attraverso l’occhio di artisti internazionali.

Tra i tanti progetti, “Short Cut” di Elmgreen & Dragset del 2003; la personale di Sarah Lucas all’Albergo diurno Venezia di Milano nel 2016 e quest’anno l’installazione di Ibrahim Mahama ai bastioni di Porta Venezia.

In occasione di Miart 2020 era prevista l’installazione “The collectivity project” – ora rinviata a data da destinarsi – dell’artista danese Olafur Eliasson, che avrebbe invitato i visitatori a costruire una città ideale con i mattoncini Lego.

A capo della Fondazione che vanta prestigiose collaborazioni con la Tate Modern di Londra, la Kunsthaus di Zurigo e la Biennale di Venezia, sono le donne della famiglia Trussardi: Beatrice, Maria Luisa e Gaia sostenute a loro volta da mecenati privati e da aziende che partecipano in qualità di sponsor.

Elmgreen & Dragset, “Short Cut”, Milano 2003

 

In Italia sono nati molti importanti progetti grazie alla lungimiranza di personalità legate alla moda con una forte passione per l’arte: a Reggio Emilia il desiderio di Achille Maramotti – fondatore di Max Mara e appassionato collezionista – di creare una raccolta d’arte contemporanea prende forma già negli anni ’70. Le opere, rappresentative delle tendenze artistiche dal 1945 a oggi, in principio vengono esposte in alcuni spazi dello stabilimento fino al 2003, quando il vecchio complesso di Reggio Emilia verrà trasformato in uno spazio espositivo vero e proprio dedicato sia alla collezione permanente sia a mostre temporanee per artisti emergenti.

La collaborazione con la Whitechapel Gallery ha portato inoltre alla nascita del Max Mara Art Prize for Women, premio biennale volto al sostegno di giovani artiste donne residenti nel Regno Unito.

Un altro riconoscimento importante è il Premio Furla – giunto ormai alla 10ª edizione – che ha visto avvicendarsi nel ruolo di consulenti artistici e presidenti di giuria grandi nomi dell’arte contemporanea come Joseph Kosuth, Michelangelo Pistoletto, Kiki Smith e Vanessa Beecroft. La Fondazione omonima è nata a Bologna nel 2008 per volontà di Giovanna Furlanetto e supporta e incoraggia i giovani talenti italiani in un’ottica di sviluppo futuro tramite vari progetti formativi.

Non è da meno Hugo Boss, che dà un grande contributo all’arte contemporanea con l’omonimo premio biennale.

Nato nel 1996 e coordinato dal Guggenheim di New York, non prevede alcun tipo di limitazione per età, sesso o nazionalità e oltre al riconoscimento di un premio di 100.000$, il lavoro di ogni artista vincitore viene presentato in una mostra personale presso il museo.

Oltre a quelle citate, sono molte le fondazioni che in Italia operano nella promozione della cultura e della tutela del patrimonio storico-artistico, come nel caso della Fondazione Benetton di Treviso, nata nel 1987 e concentrata sulla salvaguardia dei beni culturali o come la Fondazione Zegna a Trivero (2000), nel biellese, polo di aggregazione che fonde cultura e natura in un progetto ad hoc che si concentra su opere d’arte site-specific. 

La grande protagonista in tema di fondazioni è però la Francia, paese in cui la proliferazione di queste attività culturali è aiutata anche dalle forti agevolazioni fiscali legate alla legge Aillagon del 2003, detta “legge sul patrocinio” che ha introdotto importanti sgravi fiscali (anche del 60%) per chi investe in arte.

La passione per l’arte che guida i due grandi magnati e collezionisti Francois Pinault (gruppo Kering) e Bernard Arnault (gruppo LVMH) – la cui rivalità è nota – li ha spinti a creare importanti luoghi espositivi e culturali, non solo a Parigi.

Pinault – uno dei più grandi collezionisti di arte contemporanea – tra il 2006 e il 2009 ha inaugurato a Venezia Palazzo Grassi e Punta della Dogana, spazi restaurati e allestiti da Tadao Ando dove vengono regolarmente organizzate mostre anche con il coinvolgimento degli artisti nella creazione di opere site-specific.

L’architetto giapponese è stato coinvolto anche nella progettazione del nuovo museo della Pinault Collection che aprirà quest’anno e avrà sede nell’edificio storico della Borsa di Parigi.

Parigi, ex Palazzo della Borsa

 

Francois Pinault a Punta della Dogana, Venezia

 

Installazione di Chiharu Shiota, Le Bon Marché, Parigi, 2017

 

Il “rivale” Arnault, altro grande mecenate, ha aperto a Parigi nel 2014 la futuristica e visitatissima Fondazione Louis Vuitton su progetto di Frank Gehry, struttura diventata emblema dell’architettura del XXI secolo e già di per sé opera d’arte contemporanea.

L’impegno di Arnault è rivolto alla promozione artistica contemporanea francese e internazionale, con una speciale attenzione alla musica e alla sound art.

La Fondazione organizza importanti mostre che hanno anche il merito di far conoscere al grande pubblico incredibili raccolte private.

Fondazione Louis Vuitton, Parigi

 

Bernard Arnault

 

La famosissima Galeries Lafayette ha aperto nel 2018 uno spazio per l’arte contemporanea nel Marais su progetto di Rem Koolhaas, – architetto che ha anche restaurato la sede milanese della Fondazione Prada – “Lafayette Anticipations” come suggerisce il nome, è un centro di innovazione con l’obiettivo di creare nuovi patrimoni artistici e culturali tramite laboratori, atelier, dibattiti e performance.

Lafayette Anticipations, Parigi

 

Ma quando sono nate le prime contaminazioni tra arte e moda?

Dobbiamo andare un po’ indietro nel tempo, fino ai primi anni del ‘900 quando il dialogo tra le due discipline viene esplorato dagli artisti dell’Art Nouveau applicando le loro concezioni estetiche ad abiti femminili intesi come vestiti artistici non conformi alla moda dell’epoca.

Uno dei primi a cimentarsi in creazioni di moda è Gustav Klimt, realizzando abiti fortemente innovativi per l’atelier viennese di Emilie Flöge – sua musa e compagna. 

Il prezioso stile decorativo a piccole tessere si fonde al moderno taglio dei vestiti, dando vita a un’esperienza che rimarrà unica nel contesto del Jugendstil.

Gustav Klimt ed Emilie Flöge

Gustav Klimt, “Ritratto Emilie Flöge”, 1902

 

Poco dopo Sonia Delaunay, artista che con il marito Robert ha portato avanti ricerche sulla percezione della luce e sul colore, fa convergere questi studi prima all’arte applicata e poi anche alla moda creando tessuti coloratissimi e astratti.

Si devono a loro le prime sperimentazioni di stampe geometriche su stoffa che hanno avuto un forte impatto sulla moda aprendo una linea particolarmente innovativa che verrà sviluppata anche negli anni a venire da altri artisti e stilisti.

La stretta connessione tra i due ambiti che si concretizza negli abiti della Delaunay trova il corrispettivo teorico nel libro che scriverà nel 1927, “L’influenza della pittura sulla moda”.

Nel suo “Laboratorio Simultaneo”, nascono le prime opere di sartoria che dettano le regole della moda francese degli anni ‘20 e ’30, tanto che i grandi couturier dell’epoca fanno a gara per aggiudicarsi un suo disegno.

Sonia Delaunay, creazioni nel Laboratorio Simultaneo

Sonia Delaunay, creazioni

 

Con le avanguardie storiche del primo ‘900 il rapporto tra arte e moda diventa ancora più simbiotico e furono i futuristi – interdisciplinari per eccellenza – tra i primi a intuire le potenzialità del vestire in modo colorato, eccentrico e anticonformista.

Sostenitori di una rivoluzione che abbraccia ogni aspetto della vita quotidiana, per i futuristi anche l’abbigliamento deve rispecchiare l’ideale dinamico in contrapposizione al grigio dell’abito borghese e nel 1914 Giacomo Balla presenta il “Manifesto del vestito antineutrale”.

Giacomo Balla, bozzetti per il Vestito Antineutrale, 1914

Giacomo Balla, Vestito Antineutrale, 1918

 

Sperimentazioni d’avanguardia provengono anche dal Bauhaus che a partire dal 1920 inserisce nel suo programma il laboratorio di tessitura dove nascono nuovi stimoli e innovazioni stilistiche.

L’influenza di Klee, Kandinskij, Moholy-Nagy e di Itten su Annie Albers – che lavora sulla base di colori puri e forme geometriche – favoriscono l’affermazione di tendenze verso l’astrazione, con il risultato che tessuti e modelli somiglieranno sempre più a quadri geometrici.

Annie Albers, “Wall Hanging”, 1926

Annie Albers, “Preliminary Design for Wall Hanging”, 1926

 

L’astrazione e le geometrie sono entrate nell’immaginario collettivo e nelle case di migliaia di donne anche grazie a Pierre Cardin, stilista visionario che ha creato abiti strutturati realizzati con materiali anticonvenzionali, ispirandosi da un lato al tema dello spazio e all’allunaggio, dall’altro proprio alle sperimentazioni delle avanguardie sui motivi geometrici.

Eccellenza nel mondo della moda, a lui si sono ispirati stilisti come Issey Miyake per la realizzazione di abiti–scultura e fantasie minimaliste.

Alcune creazioni di Pierre Cardin

 

Alcune creazioni di Issey Miyake

 

Poco a poco l’abito diventa sempre più un’opera d’arte a tutti gli effetti – quasi un supporto che sostituisce la tela – e non solo qualcosa da indossare: è il caso dell’abito “Filzanzug” creato da Joseph Beuys nel 1970 o della camicia “Untitled shirt” di Roy Lichtenstein del 1979 che riprende la tecnica Ben-Day dots delle celebri tele, fino all’inquietante abito-provocazione “Mur de la Montée des Anges” (1993) di Jan Fabre costituito interamente da insetti.

Roy Lichtenstein, “Untitled Shirt”, 1979

 

Jan Fabre, “Mur de la Montée des Anges”, 1993

 

Oscar Wilde ha detto: “O si è un’opera d’arte o la si indossa”.

Ma vale anche oggi?

Come abbiamo visto, da molto tempo non è più così: l’arte ispira e fa parte di ogni cosa e non esistono più confini.

 

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

 

 

 

Arte oltre i musei

Parte I

 

Non bisogna necessariamente andare nei musei per vivere l’emozione trasmessa dall’arte perché si fonde nella nostra quotidianità.

È in nostra compagnia tutti i giorni e la possiamo ritrovare negli abiti che indossiamo, negli oggetti di design che arredano le nostre case, sulle copertine dei nostri album musicali e nelle architetture avveniristiche delle nostre città.

Crollati i confini tra i diversi ambiti, le reciproche contaminazioni sono in continuo sviluppo: l’arte offre un contributo straordinario in quasi tutte le discipline, ispirando svariate personalità come architetti, designers, stilisti, grafici e pubblicitari.

Attingere dall’arte passata o contemporanea contribuisce alla nascita di creazioni uniche e originali, basti pensare ai traguardi raggiunti dal design: l’equilibrio tra funzionalità e bellezza lo avvicina e lo equipara sempre più spesso all’arte contemporanea.

I moderni edifici, prima ancora di rispondere a esigenze funzionali, definiscono un’immagine ben precisa avvicinandosi sempre di più al linguaggio peculiare dell’arte in un dialogo tra le due discipline sempre più complementare, in totale compenetrazione.

Nei musei di nuova generazione lo spazio che separa l’architettura dall’opera d’arte (il contenitore dal contenuto) è ormai annullato ed è emblematico di questo radicale cambiamento il Guggenheim di Bilbao progettato da Frank Gehry, opera d’arte a tutti gli effetti e attrazione turistica diventata il simbolo della città.

Le forme morbide del museo sono un perfetto esempio di decostruttivismo, corrente architettonica che si ispira alle opere dei costruttivisti russi degli anni ’20, che per primi infransero l’equilibrio della composizione classica per creare nuove geometrie.

Museo Guggenheim, Bilbao, Spagna

 

L’arte esce dalla tradizione per assecondare le nuove modalità di apprendimento via internet ed è possibile visitare musei, monumenti e siti archeologici di tutto il mondo gratuitamente e senza muoversi da casa.

L’esigenza di vivere un’esperienza culturale a 360° si traduce anche nella creazione di tour virtuali in molte città d’arte, il più recente promosso a Milano in occasione del 500enario della morte di Leonardo da Vinci.

Profili e forme tipiche dell’arte non hanno contagiato solo l’architettura e il design ma – come dicevamo – anche la moda dando vita a percorsi e scambi creativi unici e originali.

Basta osservare le passerelle di questi ultimi anni, ricche di omaggi e riferimenti all’arte non solo negli abiti ma anche nelle scenografie, spesso più vicine alla performance artistica che alla presentazione di collezioni stagionali.

L’effetto “museo” ha accompagnato spesso le sfilate degli stilisti olandesi Viktor & Rolf, dall’omaggio a Vincent Van Gogh del 2014 agli abiti che richiamavano l’action painting dell’anno successivo, ma la più sorprendente è stata la collezione dedicata a Picasso del 2016, quando hanno letteralmente trasformato le modelle in sculture viventi in un look monocromo asimmetrico tipico delle opere cubiste.

Immagini della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione P/E 2015

 

Immagine della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione A/I 2015-2016

 

Immagine della sfilata di Viktor & Rolf, Collezione P/E 2016

 

Picasso stesso ha dato il suo contributo al mondo della moda creando un bottone per Coco Chanel e disegnando abiti teatrali per i Balletti Russi di Diaghilev – occasione in cui ha conosciuto la futura moglie e musa Olga Chochlova.

Pablo Picasso, bottone disegnato per Coco Chanel, 1920

Ceramica e smalto

 

Pablo Picasso, Sipario per il balletto “Parade” di Massine, 1917

Tempera su tela, 1050 x 1640 cm

Centre Pompidou, Parigi, Francia

 

Pablo Picasso, costume per il Prestigiatore Cinese per il balletto “Parade” di Massine, 1917

Victoria and Albert Museum, Department of Theatre and Performance, Londra

 

Moschino ha invece scelto di dare vita alle opere più famose del pittore spagnolo – dal periodo rosa a quello blu fino alle astrazioni cubiste – in una sfilata P/E 2020 a dir poco strepitosa.

Le modelle di Jeremy Scott – tra spalline giganti, cornici dorate e profili di donna scomposti – erano perfette opere d’arte viventi, personificazioni dei quadri del grande maestro.

Immagini della sfilata di Moschino, Collezione P/E 2020

 

La scelta di omaggiare e di ispirarsi all’arte non riguarda solo l’attualità: già in passato grandi stilisti hanno ripreso artisti e opere famose, come nel caso di Yves Saint Laurent con il “Mondrian Look” del ‘66, collezione che riprende i disegni geometrici del pittore olandese che ha fatto storia.

Yves Saint Laurent, “Mondrian Look”, 1966

 

Una trentina di anni più tardi è Gianni Versace a omaggiare Andy Warhol con un grande tributo in occasione della collezione P/E del 1991, proponendo le celebri serigrafie di Marylin Monroe e altre icone pop stampate su abiti di seta policroma.

Gianni Versace, Collezione P/E 1991

 

Sempre Warhol – dal ’62 al ’66 – ha creato a sua volta una serie di abiti ispirati alle proprie opere: “Fragile, handle with care” e “Campbell’s Soup Can” comunicano la forte critica nei confronti della società tipica della produzione dell’artista, il quale riesce a trasformare anche l’abito femminile in un’icona consumistica. Perfettamente nel suo stile, l’arte diventa merce e gli abiti diventano arte.

Andy Warhol, “Souper Dress”, “Brillo” e “Fragile, handle with care”, 1962-66

Abiti in carta, cellulosa e cotone

 

Il legame tra arte e moda si consolida sempre di più, rappresentato da frequenti partnership e collaborazioni tra maison e artisti contemporanei impegnati nella creazione di singoli pezzi o di capsule collection: oggi le opere d’arte si vedono sulle copertine di Vogue, nei video di rapper come Jay Z, sulle scarpe da ginnastica Nike o sulle borse di Louis Vuitton.

Proprio la casa di moda del gruppo LVMH di Bernard Arnault – che come vedremo è fortemente impegnato nel promuovere e sostenere l’arte – grazie al direttore creativo Marc Jacobs ha avviato alla fine degli anni ’90 una serie di collaborazioni con diversi artisti tra cui Cindy Sherman, Yayoi Kusama, Takashi Murakami e Richard Prince.

Le borse Monogram sono diventate alcuni degli accessori di moda più iconici e venduti del decennio, vere opere d’arte da indossare tanto che nella sede di Beverly Hills si è appena conclusa l’esposizione “Artistic collaborations exhibition” che ha celebrato i 180 modelli più affascinanti di sempre della Maison.

Collezionista a sua volta, Marc Jacobs ha di recente deciso di vendere parte della sua collezione da Sotheby’s in occasione delle aste newyorkesi di questo novembre: oltre 150 opere raccolte nell’arco di 20 anni, dai maestri impressionisti a Andy Warhol passando per Ed Ruscha, il pezzo forte della collezione.

 

Yayoi Kusama, borsa Monogram per Louis Vuitton, “Infinitely Collection”, 2012

 

Richard Prince, borsa “Monogram Jokes” per Louis Vuitton, Collezione P/E 2008

 

Alex Israel, borsa “ArtyCapucines” per Louis Vuitton, 2019

 

Rimanendo in Francia, la maison Celine si è spesso distinta per collezioni mutuate dal mondo dell’arte come la linea P/E 2017 ispirata alle famose performance antropometriche di Yves Klein.

Le silhouette dei corpi delle modelle sono impresse su abiti bianchi come tele in una tonalità che riprende l’International Klein Blue brevettato dall’artista francese.

Oltre a questo illustre omaggio, la casa di moda ha spesso collaborato con artisti contemporanei e l’ultimo in ordine di tempo è Christian Marclay per la collezione P/E 2019, artista che si è ispirato al mondo della musica e dei fumetti per una collezione che strizza l’occhio al rock.

A sinistra: Yves Klein durante una performance; a destra: Celine, Collezione P/E 2017

 

Christian Marclay per Celine, Collezione P/E 2019

 

Dior – a sua volta molto attiva nel campo dell’arte – ha annunciato di recente la collaborazione con 11 artiste donne per la 3ª edizione di Dior Lady Art, una collezione che lascia carta bianca alla reinterpretazione della borsa iconica.

È di quest’anno anche la capsule Dior Men firmata Kaws, che ha ridisegnato lo storico logo a forma di ape trasformandolo in uno spiritoso cartoon sullo stile dei personaggi che popolano le sue opere.

Non nuovo alle sperimentazioni anche fuori dall’ambito strettamente artistico, Kaws aveva già collaborato con Nike – Keith Haring è l’illustre precedente con le sneakers per Reebook e altri marchi – con Kenye West disegnando la cover dell’album “808s & Heartbreak” e persino nella grafica del profumo “Love for fairer sex” di Comme Des Garçon in collaborazione con il musicista Pharrell Williams.

Musica e arte si sono spesso intrecciate nel corso degli anni e – insieme a molte altre – rimarranno nella storia la banana di Andy Warhol sulla copertina del primo album dei Velvet Underground (uscito nel 1967), il “The best of” dei Blur disegnato da Julian Opie nel 2000 seguito nel 2003 da “Think Tank” illustrato dai graffiti di Banksy.

A dimostrazione che le contaminazioni tra i diversi ambiti sono sempre più profonde e complesse.

 

Keith Haring, sneakers per Adidas

 

Album “The Velvet Underground and Nico”, 1967

 

Anche per Marni il dialogo tra arte e moda rappresenta una continua fonte di ispirazione. Sally Smart, Ruth Van Beek e David Salle, Stefano Favaro e Christophe Joubert sono alcuni dei nomi legati alla casa italiana che di recente ha acceso i riflettori sul tema della sostenibilità e dell’ambiente, chiave di lettura ben visibile nella scenografia dell’ultima sfilata e nelle creazioni degli artisti Shalva Nikvashvili e Kazuma Nagai per la P/E 2020.

 

Anche Moncler ha scelto di sensibilizzare il proprio pubblico verso tematiche ecologiste e con un testimonial d’eccezione: l’artista cinese Liu Bolin, che è conosciuto come “l’uomo invisibile” per gli autoritratti fotografici nei quali si mimetizza perfettamente con l’ambiente circostante grazie a un body painting preciso al minimo dettaglio.

Fotografato da Annie Leibovitz per la collezione A/I 2018, Bolin scompare nel paesaggio magico e incontaminato islandese, immerso tra i ghiacci. La splendida idea di unire due talenti contemporanei è nata nel 2017 in occasione della campagna Moncler P/E ambientata a New York.

Non è la prima collaborazione dell’artista cinese per un marchio di moda: nel 2012 è diventato invisibile per la rivista Harper’s Bazaar collaborando con Lanvin, Jean Paul Gautier, Missoni e Valentino e nel 2015 per Guerlain. Nel 2017 in occasione delle sfilate newyorkesi ha anche debuttato come stilista creando una collezione di 24 pezzi per la P/E 2018, ispirata alla sua serie “Hiding in New York” del 2011.

Liu Bolin per Moncler, collezione A/I 2018

 

A volte le collaborazioni nascono anche grazie ad amicizie personali, come nel caso di Riccardo Tisci e Marina Abramovic che l’11 settembre 2015 ha ideato la scenografia della sfilata per festeggiare i 10 anni da direttore creativo di Givenchy. L’ambientazione asciutta tra i grattacieli di New York creata con materiali di recupero era metafora della ricostruzione sulle macerie, in omaggio a una data così simbolica.

Marina Abramovic, passerella ideata per Givenchy, Collezione P/E 2016, New York, 2015

 

Quando arte e vita si intrecciano nascono esperienze uniche destinate a fare storia, oggi come ieri: negli anni ‘30 Elsa Schiaparelli traspone la poetica surrealista su abiti e accessori grazie all’amicizia personale con artisti del calibro di Salvador Dalì, Man Ray e Jean Cocteau.

Da queste collaborazioni sono nati pezzi iconici come il cappotto con tasche a forma di cassetto disegnato da Dalì che si ispira proprio all’opera “Venere di Milo con cassetti” del 1936, la famosa stampa aragosta ricamata, l’abito scheletro o il cappello a forma di scarpa rovesciata (1933).

Salvador Dalì, Vestito “Skeleton”, 1938

Altre creazioni di Salvador Dalì per Elsa Schiaparelli

 

Un altro esempio odierno attuale è il legame tra l’artista veneto Nico Vascellari – compagno di Delfina Fendi – e la collaborazione con la casa di moda italiana, per la quale quest’anno ha giocato con il dualismo bene-male / luce-oscurità, ideando una passerella trasformata in una sorta di caverna.

Sono molte le collaborazioni intrecciate dalla casa di moda nel corso degli anni con svariati artisti come Hey Reilly.

Nel 2018 Fendi aveva sponsorizzato l’installazione “Revenge” di Vascellari al Maxxi di Roma, rafforzando così il legame con la capitale e con il mondo dell’arte, incrementato nel 2015 dal restauro della Fontana di Trevi e dall’apertura nel 2018 di Rhinoceros, sede definitiva della Fondazione Alda Fendi in un edificio storico ristrutturato da Jean Nouvel.

Il grande palazzo dell’arte unisce conservazione e innovazione offrendo un laboratorio culturale all’avanguardia in un quartiere che fino a oggi non aveva sfruttato a pieno le sue potenzialità.

Come vedremo in seguito, uno dei tanti benefici apportati dalle fondazioni è l’aver avviato processi di riqualificazione urbana: mentre a Milano Prada ha riabilitato un intero quartiere – sulla sua scia hanno aperto l’ICA e numerose attività commerciali – a Roma la Fondazione Alda Fendi ha acceso i riflettori su uno dei tanti luoghi dimenticati dalle istituzioni.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

2019 – Che anno!?

Sicuramente il 2019 sarà ricordato come un anno di transizione.

Un anno ricco di incertezze politiche e finanziarie che di conseguenza si sono riflesse anche sul mercato dell’arte.

Anche se il mondo dell’arte era fiducioso, non prevedendo grandi cambiamenti nella cosiddetta “grande mela” d’Europa – Londra – la Brexit ha portato alla chiusura di alcune gallerie e all’apertura della loro sede principale da Londra a Parigi, per citarne alcune: White Cube, David Zwirner, Pace Gallery.

Ha arricchito l’anno la 58ª Biennale di Venezia curata da Ralph Rugoff “May You Live in Interesting Times” che – come suggerisce il titolo – si è rivelata uno specchio fedele del clima di grandi cambiamenti che stiamo vivendo, con opere incentrate su temi attuali riguardanti la politica internazionale, l’emergenza ambientale e i problemi sociali come la questione dei migranti, il movimento femminista, l’uguaglianza razziale e di gender.

In occasione della Biennale le fondazioni e i musei della città hanno preparato mostre eccezionali come la retrospettiva su Jannis Kounellis alla Fondazione Prada, Arshile Gorky a Ca’ Pesaro, la monografia su Georg Baselitz alle Gallerie dell’Accademia, Luc Tuymans a Palazzo Grassi, Pino Pascali a Palazzo Cavanis e Alberto Burri alla Fondazione Cini.

Con una spiritosa apparizione si è fatto notare anche lo street artist Banksy, non ufficialmente invitato a esporre ma immancabile figura che quest’anno ha fatto parecchio parlare di sé.

Oltre a questa performance seguita da un murales nel quartiere Dorsoduro, Banksy ha saputo anticipare e cavalcare l’onda della Brexit con l’opera “Devolved Parliament”, strategicamente messa in vendita da Sotheby’s in occasione delle ultime aste londinesi precedenti l’uscita della Gran Bretagna dalla UE, segnando il record per l’artista con 11,1 milioni di euro.

Sempre puntuale nelle occasioni, questa volta anticipando Natale, l’artista propone la sua versione di Santa Claus su un muro a Birmingham, rendendo in carne e ossa la tragica bellezza delle festività.

Invece Maurizio Cattelan, in occasione di Art Basel Miami – dopo 15 anni di assenza – ha presentato la sua nuova scultura “Comedian”.

La banana commestibile attaccata al muro con il nastro adesivo e prezzata 120.000-150.000$, è stata una mossa strategica vincente per far parlare di sé a tutto il mondo ed è chiaro che il vecchio concetto del valore che attribuiamo alle cose è riconfermato essere ancora molto popolare.

Cattelan era balzato agli onori delle cronache già a settembre quando la sua opera “America”, un water d’oro massiccio, è stata rubata durante la sua recente personale a Blenheim Palace, Oxford.

Il 2019 è stato un anno che si è caratterizzato per retrospettive molto importanti dedicate a grandi artisti, come Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra, Antony Gormley alla Royal Academy, Mario Merz e Cerith Wyn Evans all’Hangar Bicocca di Milano, il già citato Maurizio Cattelan al Blenheim Palace di Oxford, Lucio Fontana al Metropolitan Museum di New York e molti altri.

Frutto di 4 anni di lavoro, con quasi 80 opere esposte, direi che la mostra dell’anno è stata “Il giovane Picasso – Periodi blu e rosa” alla Fondation Beyeler di Basilea, dove anche la prestigiosa monografica su Rudolf Stingel ha avuto un enorme riscontro.

Nelle aste internazionali il clima di incertezza si è registrato nella comparsa di un numero minore di opere valutate sopra i 20 milioni di dollari, forse sintomo di un periodo poco fiducioso.

Nonostante questo i risultati generali sono stati abbastanza positivi anche quest’anno, tant’è vero che abbiamo assistito a ottimi record, tra cui Jeff Koons che si è riconfermato l’artista vivente più pagato al mondo con la scultura “Rabbit” del 1986, battuta in asta a maggio da Christie’s New York a 91,1 milioni di dollari.

È stato un anno di grandi cambiamenti per la storica casa d’aste Sotheby’s – fondata nel 1744 – che è passata in mano private in seguito alla vendita di giugno scorso: l’imprenditore e collezionista Patrick Drahi ha acquistato il colosso del settore per 3,7 miliardi di dollari.

Le principali fiere commerciali internazionali hanno registrato ottime vendite e sembra non essere da meno l’appena conclusa Art Basel Miami, che registra un clima positivo.

Come lei anche Frieze London ha goduto di ottimo riscontro da parte di pubblico e acquirenti, tanto che nel clima di incertezza molti l’hanno definita una bolla di felicità.

Grande successo anche per Fiac Parigi sia di vendite che di pubblico, risultato ottenuto anche grazie ai primi benefici dello spostamento di interessi.

Il Turner Prize – nato nel 1984 – è stato per la prima volta assegnato a tutti e quattro i finalisti, Lawrence Abu Hamdam, Helen Cammock, Oscar Murillo e Tai Shani.

L’innovativa proposta è arrivata proprio dagli artisti tramite una lettera alla giuria in cui spiegano che in un momento così difficile, la loro scelta di presentarsi come un collettivo è un gesto simbolico in nome della condivisione e della solidarietà, nell’arte come nella società.

Riveste un ruolo sempre più importante nel mondo dell’arte anche la tecnologia, che si tratti di nuove startup, di arte creata da intelligenze artificiali o di Cryptoart – mercato che coinvolge solo opere d’arte digitali da acquistare con valuta digitale.

Siamo nell’era delle immagini interattive e molti musei si stanno muovendo per assecondare le nuove modalità di fruizione e apprendimento. In Italia ne sono un esempio l’M9 di Mestre e il MAV di Ercolano, musei di nuova generazione che si avvalgono di tecnologie avanzate e installazioni immersive.

Il desiderio di vivere un’esperienza culturale a 360° sta portando sempre più spesso alla creazione di tour virtuali in molte città d’arte, il più recente promosso a Milano in occasione del 500enario della morte di Leonardo da Vinci.

In questi ultimi anni le vendite d’arte online hanno registrato una crescita notevole (a due cifre) e hanno prodotto ricavi per circa 6 miliardi di $, segno che anche il mercato dell’arte – molto tradizionale nella struttura e nelle dinamiche – si sta aprendo sempre di più ai nuovi linguaggi.

Immagino che il futuro dell’arte ci riservi tante belle sorprese e anche nel 2020 ci sarà da divertirsi!

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

 

Artexit

Ottobre sta per finire e la Brexit – ormai alle porte – potrebbe cambiare i giochi.

In positivo o in negativo?

È una domanda che tutti si pongono ma a quanto pare i dubbi su cosa potrebbe o non potrebbe accadere per ora resta incerto, in attesa dell’accordo d’uscita tra le parti.

Londra – considerata la “Grande Mela” dell’Europa – ha un ruolo e una posizione importantissima all’interno del mercato dell’arte e il suo successo è dovuto in special modo al modello di regolamentazione inglese che vede le tasse di importazione al 5% – le più basse della UE – e la Brexit potrebbe rappresentare un’ulteriore opportunità per la Gran Bretagna di essere ancora più competitiva sul mercato globale, attuando una revisione normativa più vicina ai suoi competitors USA (0%) e Cina (3%).

La legislazione dell’Unione Europea, con la sua complessa burocrazia e costosa amministrazione, secondo alcuni avrebbe infatti penalizzato il mercato londinese ponendolo in una posizione di sfavore rispetto ai suoi grandi rivali, New York e Hong Kong.

La Brexit potrebbe quindi rappresentare un’opportunità interessante per la Gran Bretagna, libera dai vincoli della Ue, ma potrebbe anche determinare un indebolimento non trascurabile del mercato poiché con l’uscita dall’Unione Europea verranno meno i fondi e i finanziamenti di cui il Regno Unito poteva usufruire e di cui hanno beneficiato molti musei e gallerie, per non parlare dei singoli artisti.

Un esempio tra tutti la monumentale scultura “Angel of the North” (1994-1998) di Antony Gormley collocata a Gateshead, era stata finanziata proprio grazie ai fondi UE.

Già all’epoca del referendum molti artisti di fama internazionale come Tacita Dean, Wolfgang Tillmans, Michael Craig-Martin, Banksy, il già citato Antony Gormley e molti altri – si erano schierati a favore della permanenza all’interno dell’Unione Europea aderendo attivamente alla campagna “Remain” tramite la creazione di opere d’arte, poster e slogan.

Forti timori sono stati espressi anche da istituzioni storiche e ruoli istituzionali – dal direttore della Tate Nicholas Serota a Martin Roth – direttore del Victoria & Albert Museum, preoccupato anche per le conseguenze della mancanza di sussidi europei dedicati alla ricerca.

Ma non si tratta solo di finanziamenti. Oltre al venir meno delle agevolazioni legali ed economiche, al possibile indebolimento degli investimenti e all’impatto sull’economia in generale, saranno da prendere in considerazione anche altri ostacoli come le licenze di esportazione.

Molti protagonisti dell’arte stanno infatti valutando un eventuale ritiro delle opere depositate a Londra come Larry Gagosian, che a quanto pare ha già iniziato a spostare i beni da Londra alle sedi di Atene, Basilea, Ginevra e Parigi.

Di sicuro Londra non rappresenterà più lo scalo mondiale per l’importazione di opere all’interno dell’Unione Europea ed è proprio la capitale francese che si sta preparando a raccogliere il testimone, avendo la seconda tassazione europea più bassa con il 5,5 %.

Alcune importanti gallerie – tra cui White Cube, David Zwirner, Pace Gallery – stanno già progettando l’apertura di sedi parigine e la città è pronta a raccogliere i frutti dello spostamento di capitali, situazione che quindi potrebbe favorire il mercato francese.

Viceversa, le gallerie che hanno in programma esposizioni da novembre in poi si sono organizzate in anticipo per portare in Gran Bretagna le opere, onde evitare il rischio di nuove regole sui dazi doganali.

Per ora nonostante le incertezze, Londra continua a mantenere il suo ruolo centrale – basti pensare a tutti i musei, le gallerie, le fiere internazionali e le case d’asta che hanno qui la loro sede – e i buoni risultati ottenuti dalle aste appena concluse e dalla fiera Frieze lo confermano.

A prescindere dai pronostici favorevoli o meno, ciò che emerge sono le importanti ripercussioni sul mercato globale implicate dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea che rendono ancora più chiara la stretta correlazione tra arte, politica ed economia.

 

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

Frizzante “Summer Show”

Summer Show

A cura di Linda Bajàre

Lo scorso 20 giugno è stata inaugurata la mostra “Summer Show”, intrigante progetto artistico curato da Linda Bajàre che presenta in Italia gli artisti internazionali Artis Nīmanis e Aivars Kisnics.

In programma fino al 5 settembre, l’esposizione si tiene presso la prestigiosa sede di Palazzo Matteotti a Milano, immersa nell’atmosfera della capitale italiana del lusso, a pochi passi dal Quadrilatero della Moda.
The Dedica Anthology, nuovo brand nell’hôtellerie di lusso, è parte vibrante della città e un affascinante depositario di storie uniche e autentiche che vengono raccontate anche attraverso esposizioni temporanee come Summer Show.

Le opere dei due artisti lettoni dialogano con gli esclusivi spazi di Palazzo Matteotti creando un percorso espositivo che accoglie il visitatore fin dal suo ingresso e li accompagna verso la Gallery Hall, sala principale della mostra.

L’essenzialità delle forme e del segno sono tratti che accomunano Artis Nīmanis e Aivars Kisnics, come la profonda manualità che traspare nei loro lavori: le opere esposte – 21 in totale – sono cariche di sentimento, di emozione e di colori intensi in grado di incantare lo spettatore trasportandolo in un viaggio verso l’infinito.

Pur essendo molto diversi tra loro, i richiami e i rimandi tra i due artisti sono continui e le loro opere si compenetrano a vicenda: le 14 tele di Kisnics spaziano da oli su tela delicati e quasi monocromi a composizioni di colori accesi, passionali, che sprigionano tutta l’energia del mare e dell’estate; così come le 7 sculture di Nīmanis ricordano l’acqua e i giochi spensierati nelle giornate di sole.

Dotate di forte carica espressiva, pittura e scultura sono le due forme d’arte con cui gli artisti lettoni vogliono focalizzare l’attenzione sull’importanza della ricerca tecnica e della sperimentazione sulla materia.

Dai “paesaggi interiori” di Kisnics, dove strati pittorici sapientemente sovrapposti sulla tela incarnano la mutevolezza delle condizioni e degli stati d’animo delle più importanti “forze della natura”- il mare e l’essere umano – al rigore e alla sinuosità delle forme dei lavori di Nīmanis che, grazie alle luminescenze del vetro e ai riflessi metallici dei materiali, catturano lo sguardo dello spettatore in un viaggio verso l’infinito: Summer Show ad opera della curatrice Linda Bajàre rappresenta l’impeto di un’onda che guida la ricerca artistica di due Maestri capaci di stupire ed emozionare l’osservatore, portando una ventata di colori e di freschezza in una mostra dedicata all’effervescenza dell’estate.

“Tutte le mie opere sono multistrate astrazioni, composte da dieci a trenta strati di colore, attentamente studiati per esaltare ogni stato d’animo”, dichiara Aivars Kisnics raccontando le sue opere: paesaggi astratti che narrano di tramonti, albe, vento e specchi d’acqua, orizzonti e giochi cromatici legati al tema del mare.

Accanto ad essi dialoga la magia delle sculture di Artis Nīmanis, dove il vetro, gli ori, gli argenti e il bronzo ci riportano, in un gioco di specchi e di effetti visivi resi dalla luce, all’origine dell’universo: luoghi misteriosi da scoprire, in cui ciascuno di noi, come in un labirinto, può trovare un proprio intimo e personale cammino.

ARTISTI PRESENTATI:

ARTIS NĪMANIS
Latvia 1978

Artis Nīmanis è uno tra gli artisti lettoni più conosciuti: i suoi lavori sono stati esposti sia in mostre personali sia in esposizioni collettive in tutto il mondo, inclusi Europa, America e Asia. Lungo un lasso di tempo durato circa vent’anni, Artis Nīmanis è riuscito a raggiungere una tecnica unica grazie a un costante lavoro di sperimentazione e ricerca sull’arte di lavorazione del vetro: l’innovativo metodo da lui brevettato è alla base del processo creativo dell’artista, che riesce ad ottenere un risultato unico combinando sapientemente vetro e metalli preziosi. Questa tecnica si basa su una procedura molto particolare durante la quale il vetro, in assenza d’aria, viene rivestito con uno strato molto sottile di metallo che conferisce il caratteristico effetto a “specchio” alla superficie di vetro. La fragilità del vetro, abbinata a una grande varietà di materiali come l’oro, l’argento, il bronzo e il rame, rendono queste sculture ancora più misteriose. L’originalità delle opere, gli effetti visivi, la luce che emanano le opere di Nīmanis fanno si che l’artista apra una porta verso un mondo magico e misterioso popolato da inaspettate trasparenze. Il vetro, gli ori, gli argenti e il bronzo ci riportano, in un gioco di specchi e di effetti visivi resi dalla luce, all’origine dell’universo: luoghi misteriosi e da scoprire, in cui ciascuno di noi, come in un labirinto, può trovare un proprio intimo e personale cammino. Per incrementare ancora di più questa atmosfera magica sprigionata dai suoi lavori, l’artista pone una speciale attenzione alla luce: le diverse superfici sfaccettate del vetro creano ulteriori effetti ottici e illusionistiche combinazioni. Nīmanis infatti crea sempre illusioni ottiche nelle sue sculture e per questa ragione l’uso dello specchio nei suoi lavori ricopre un ruolo fondamentale, capace di donare alla sua impressionante tecnica una altissima qualità. Lo spiccato senso estetico di forme stilizzate, linee, ritmo, impulso, emozione e sensualità, e il trattamento e la percezione della fluidità dell’arte, fanno comparire Nīmanis tra i più grandi artisti del vetro europei.

AIVARS KISNICS
Latvia 1955

Nato e cresciuto in Lettonia, Kisnics si avvicina all’arte sin da giovane, partecipando a numerosi concorsi di pittura e di fotografia. Durante i tempi di occupazione sovietica si trova costretto ad abbandonare l’arte, per compiere la carriera di capitano di nave nel Mar Baltico. Dal 2005 riprende la pittura e si dedica completamente alla tecnica ad olio su tela della scuola dell’espressionismo astratto. La stretta relazione con il mare, dove ha trascorso la maggior parte della sua vita, è il filo conduttore e la fonte d’ispirazione per i suoi dipinti, dove trasmette l’emozione che regalano i paesaggi marini, la bellezza dell’alba e la magia dei tramonti, momenti di perfetta quiete e serenità, in contrasto con la forte energia delle tempeste e il tormento delle onde.
Nella pittura di Kisnics nulla è lasciato all’istinto come potrebbe far credere il violento getto di colore, ogni pennellata è ponderata attentamente con un rigore ed una precisione tecnica evidente, come un disegno in cui i colori sono mescolati in maniera meticolosa e ordinata.

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

 

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Glasstress

Hans Op de Beeck

Ricorrono quest’anno i 10 anni di Glasstress e i 30 anni di Berengo Studio, progetti nati da un’idea di Adriano Berengo al fine di promuovere la collaborazione tra importanti artisti, designer internazionali e artigiani del vetro.

Il connubio tra l’approccio concettuale degli artisti unito all’abilità tecnica dei maestri di Murano ha rivitalizzato e aperto le porte a un nuovo capitolo dell’antica tradizione veneta, traghettandola nel futuro.

Risale al 1989 l’origine di Berengo Studio, quando Adriano Berengo decide di rilevare una vecchia fornace del vetro sull’isola di Murano – oggi trasformata in un suggestivo spazio espositivo – con l’obiettivo di coltivare il connubio tra l’arte contemporanea e l’antica tecnica di lavorazione del vetro.

L’ispirazione proviene dal movimento americano Studio Glass e dalle sperimentazioni di Peggy Guggenheim che con Egidio Costantini, “maestro dei maestri” nell’arte vetraria, introduce alcuni grandi artisti dell’epoca come Picasso, Arp, Ernst e Chagall alla lavorazione di questo particolare materiale.

Adriano Berengo ha preso spunto da questi illustri precedenti e in 30 anni di attività sono stati più di 300 gli artisti che hanno collaborato con i maestri di Murano.

La rassegna Glasstress, ormai divenuta un appuntamento imprescindibile, nasce nel 2009 come evento collaterale ufficiale della Biennale di Venezia per condividere gli straordinari risultati raggiunti da questo inedito binomio tra le due discipline.

Le mostre sono realizzate anche grazie al contributo di Fondazione Berengo, istituzione fondata nel 2014 che sostiene il lungimirante progetto attraverso attività collaterali che comprendono iniziative educative e un fitto programma di mostre.

In occasione di questa 6ª edizione di Glasstress, una sezione della mostra ripercorre i progetti e le opere più importanti che hanno segnato la storia dell’attività dalla sua nascita ad oggi.

La retrospettiva curata da Koen Vanmechelen che ripropone le opere di artisti internazionali del calibro di Jaume Plensa, Mat Collishaw, Erwin Wurm, Tracey Emin e Jan Fabre, è affiancata da un progetto speciale dell’artista visivo Robert Wilson.

La sezione principale “Come il vetro cambi la nostra percezione dello spazio” curata dall’artista brasiliano Vik Muniz, a sua volta presente in mostra con un autoritratto iperrealistico, vede impegnati sia artisti già presenti nelle precedenti edizioni sia artisti invitati per la prima volta. Tra i grandi nomi che ritornano, Ai Weiwei, Laure Prouvost, Tony Cragg, Thomas Schütte e Joana Vasconcelos, mentre nella rosa dei nuovi arrivati emergono Carlos Garaicoa, José Parlá, Rose Wylie e Prune Nourry.

Alcuni dei nuovi progetti presentati in questa edizione sono legati al tema dell’ecologia e al rapporto uomo-natura, come nel caso delle opere di Prune Nourry, Pablo Reinoso e Valeska Soares che – con esiti e modalità differenti – hanno preso ispirazione dalla città di Venezia per denunciare il problema dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici.

Altri artisti come José Parlá e Monica Bonvicini si sono invece concentrati su temi politici e sociali: l’artista di origini cubane fa riferimento alle caratteristiche del vetro – materiale fragile ma tagliente – per parlare di eventi politici recenti e riflettere sulla debolezza dell’essere umano.

Monica Bonvicini, artista tra l’altro nata a Venezia e vincitrice del Leone d’Oro alla 48ª Biennale del 1999, cristallizza in questo materiale il gesto violento dell’atto di colpire, metafora della lotta contro i soprusi alle donne e a ogni tipo di maltrattamento.

Le diverse attività della Fondazione inoltre sono strettamente connesse alla Biennale di Venezia non solo a livello di eventi collaterali e collaborazioni: alcune opere realizzate nei laboratori Berengo sono parte integrante dei progetti presentati da alcuni padiglioni nazionali nell’ambito di questa 58ª edizione.

Parliamo delle sculture in vetro realizzate da Laure Prouvost per il Padiglione della Francia e delle 300 rose che compongono l’installazione di Renate Bertlmann, prima artista donna a rappresentare l’Austria alla Biennale di Venezia.

Anche l’opera in vetro soffiato “La spada nella roccia” (1998) presentata da Liliana Moro, una dei tre artisti che rappresentano l’Italia, è stata realizzata grazie a Berengo Studio.

Le mostre Glasstress sono state presentate in musei e istituzioni in tutto il mondo, tra le quali ricordiamo il Makslas Muzejs “Rigas Birža” di Riga, il Millesgården Museum di Stoccolma, il Museum of Arts and Design (MAD) di New York, il Beirut Exhibition Centre (BEC) di Beirut, il London College of Fashion e The Wallace Collection di Londra, la Ptuj City Gallery di Ptuj, Slovenia.

GLASSTRESS 2019 – Elenco degli artisti partecipanti

Nuovi artisti: 13
Saint Clair Cemin (Brasile), Pedro Friedeberg (Messico), Carlos Garaicoa (Cuba), Artur Lescher (Brasile), Prune Nourry (Francia), José Parlá (Stati Uniti), Pablo Reinoso (Argentina), Valeska Soares (Brasile), Tim Tate (USA), Janaina Tschäpe (Germania), Xavier Veilhan (Francia), Robert Wilson (Stati Uniti), Rose Wylie (Regno Unito).

Artisti che tornano con opere inedite: 14
Ai Weiwei (Cina), Monica Bonvicini (Italia), Tony Cragg (Regno Unito), Shirazeh Houshiary (Iran), Karen LaMonte (Stati Uniti), Paul McCarthy (Stati Uniti), Vik Muniz (Brasile), Jaume Plensa (Spagna), Laure Prouvost (Francia), Thomas Schütte (Germania), Sudarshan Shetty (India), Koen Vanmechelen (Belgio), Joana Vasconcelos (Portogallo), Erwin Wurm (Austria).

I grandi nomi della retrospettiva / Anniversary highlights:
Jean Arp (Germania), Ayman Baalbaki (Libano), Miroslaw Balka (Polonia), Fiona Banner (Regno Unito), César (Francia), Jake e Dinos Chapman (Regno Unito), Mat Collishaw (Regno Unito), Tracey Emin (Regno Unito), Jan Fabre (Belgio), Kendell Geers (Sudafrica), Francesco Gennari (Italia), Abdulnasser Gharem (Arabia Saudita), Michael Joo (Stati Uniti), Ilya & Emilia Kabakov (Russia / Stati Uniti), Michael Kienzer (Austria), Hye Rim Lee (Corea del Sud), Oksana Mas (Ucraina), Hans Op de Beek (Belgio), Tony Oursler (Stati Uniti), Javier Pérez (Spagna), Antonio Riello (Italia), Bernardí Roig (Spagna), Joyce Jane Scott (Stati Uniti), Wael Shawky (Egitto), Lino Tagliapietra (Italia), Fred Wilson (Stati Uniti), Dustin Yellin (Stati Uniti).

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Street Artist per strada

Banksy, il più noto street artist al mondo, compare tra le bancarelle veneziane come un qualsiasi artista di strada con cappello e giornale e come sempre la sua vera identità resta un mistero.

Per l’occasione ha esposto una serie di 9 quadri che compongono un unico soggetto, una veduta di Venezia in stile “neo-Canaletto” con una gigantesca nave da crociera che incombe sullo sfondo, un’opera che denuncia il problema dell’innalzamento dei mari dovuto all’inquinamento globale, uno dei temi cari all’artista.

L’opera, intitolata “Venice in oil” come recita un cartello scritto a mano, fa riferimento alla polemica sul passaggio delle grandi navi in Laguna.

L’inaspettata installazione è però avvenuta il 9 maggio scorso, proprio in concomitanza con la 58ª Biennale.

“Nonostante sia il più grande e prestigioso evento d’arte al mondo, per qualche ragione io non sono mai stato invitato”: questo il provocatorio messaggio che accompagna il video pubblicato sul suo account Instagram ieri, mercoledì 22 maggio.

Il video, montato a regola d’arte tra musica di sottofondo, turisti e gatti incuriositi, è quasi un mini racconto e pone diversi interrogativi sul messaggio e sul reale significato del suo intervento.

La riflessione coinvolge inizialmente il tema ambientalista ma si amplia per abbracciare anche una forte critica al sistema dell’arte contemporanea: Banksy domanda che cosa sia giusto autorizzare e cosa meno e quali siano i criteri di scelta del Sistema.

Un povero ambulante, sprovvisto dei documenti necessari, è costretto ad andarsene allontanato dalla polizia municipale, mentre un’enorme nave da crociera, dannosa per l’ambiente e per il paesaggio, elemento di disturbo sia visivo che uditivo – passa tranquilla e lenta sullo sfondo suonando la sua sirena.

In Italia l’artista è appena stato celebrato con una mostra non autorizzata al Mudec di Milano conclusasi il 4 aprile scorso. “The Art of Banksy. A Visual Protest”, prima esposizione meneghina sull’artista di Bristol, è stata curata da Gianni Mercurio e ha raccolto oltre 70 lavori tra dipinti, sculture, stampe, oggetti, fotografie e video. Suddivisa in 4 sezioni, la mostra ha offerto una visione approfondita sulla carriera artistica di Banksy, dai primi graffiti alle attività curatoriali come Dismaland e Walled Off Hotel in Palestina.

 

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Padiglione Italia

Enrico David

Milovan Farronato
La sfida al Labirinto

 

È Milovan Farronato (Piacenza 1973 – vive e lavora a Londra) il curatore nominato alla guida del Padiglione Italia di questa edizione della 58ª Biennale di Venezia.

Attuale direttore e curatore del Fiorucci Art Trust per il quale ha creato il festival Volcano Extravaganza che si tiene ogni anno a Stromboli dal 2011, Farronato ha un profilo internazionale che vanta collaborazioni d’eccellenza e numerose curatele in prestigiosi spazi pubblici e privati, tra cui emergono la Fondazione Pomodoro di Milano, Arario Foundation (Seoul, Pechino, New York), la Serpentine Galleries, la Triennale di Milano e la Biennale di Istanbul; Ha seguito la direzione artistica dal 2005 al 2012 dello spazio no profit Viafarini e la curatela presso il DOCVA (Documentation Centre for Visual Arts di Milano).

Ha inoltre lavorato con artisti del calibro di Ugo Rondinone, Yayoi Kusama, Roberto Cuoghi, Katharina Fritsch e Lucy McKenzie; un curriculum di tutto rispetto per il curatore dall’aspetto glam rock fuori dagli schemi che promette di portare una ventata di freschezza e internazionalità.

 

La sfida al Labirinto” è il tema scelto da Farronato per rappresentare l’Italia: ispirato al saggio di Italo Calvino pubblicato nel 1962, il curatore riprende la grande valenza simbolica del labirinto per parlarci del complesso e disorientante periodo storico che stiamo vivendo.

Il labirinto è un tema letterario vastissimo che ha ispirato storie mitologiche e affascinato grandi pensatori come Jorge Luis Borges o, appunto, Calvino.

Venezia, con il suo dedalo intricato di calli, è la città labirintica per eccellenza e dunque perfetta ambientazione per mettere in scena l’indeterminatezza e le infinite possibilità della vita: in linea quindi con il tema di questa 58ª Biennale “May you live in interesting times”, titolo che evoca incertezze e disordini.

 

Ad interpretare il tema sono stati chiamati tre artisti italiani di respiro e fama internazionale: Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai che, pur essendo molto diversi tra loro, hanno alle spalle percorsi artistici segnati da un forte spirito di ricerca.

 

Enrico David (Ancona 1966, vive e lavora a Londra), era già stato invitato alla Biennale del 2013 da Massimiliano Gioni, in occasione della quale aveva portato una grande installazione composta da dipinti, arazzi e sculture.

Più conosciuto all’estero che in Italia, formatosi alla St. Martins di Londra, David spazia dalla pittura al disegno, dalla scultura all’installazione facendo spesso ricorso a tecniche artigianali tradizionali.

Selezionato per il Turner Prize nel 2009, David ha esposto in tutto il mondo: indimenticabile la sua Personale al New Museum di New York nel 2012.

In questa edizione della Biennale presenterà sia opere inedite, espressamente concepite per il percorso espositivo, sia lavori di repertorio rivisitati per l’occasione.

 

Anche Liliana Moro (Milano 1961) non è alla prima esperienza in Biennale avendo già partecipato, giovanissima, alla sezione Aperto della Biennale curata nel 1993 da Achille Bonito Oliva.

La Moro è una delle artiste italiane più note all’estero e ha avuto fin da subito una carriera internazionale.

La sua ricerca si concentra sulla messa in scena della realtà in una visione crudele e poetica che combina scultura, installazione, performance, suoni, parole, oggetti.

Tra le fiere più importanti, ha partecipato a Documenta IX Kassel nel 1992, alla sezione Aperto XLV alla Biennale di Venezia nel 1993.

Anche Liliana Moro presenterà sia opere mai esposte sia lavori passati.

 

Chiara Fumai (Roma 1978 – Bari 2017) verrà rappresentata attraverso un progetto inedito composto da documenti e scambi epistolari.

La sua presenza può essere letta come una sorta di omaggio nei confronti dell’artista scomparsa prematuramente, tra le più promettenti del panorama italiano.

La Fumai ha sempre prediletto la performance come mezzo espressivo, affiancata spesso da travestimenti, dj set; il ruolo della donna è stato una delle tematiche principali, entro una forte critica femminista, anche in relazione al sistema dell’arte.

Ha partecipato a Documenta 13 a Kassel nel 2012 ed è stata invitata da istituzioni come il MAXXI di Roma, la Fondazione Bevilacqua La Masa, il Jeu de Paume di Parigi.

Nel 2013 ha vinto il Premio Furla; nel 2016 ha ricevuto un riconoscimento nell’ambito del Premio Vaf al Macro di Roma; nel 2017 ha vinto il Premio New York.

 

L’allestimento del Padiglione e le opere in mostra pongono l’accento sulla non linearità della vita, sul dubbio, sulle intricate traiettorie, sul disorientamento, sulle complessità del sistema di regole che determina lo spazio e il tempo e sulla precarietà della vita attuale.

Il pubblico è quindi il vero protagonista, artefice di un personale un dialogo con le opere.

Il percorso è irregolare, coesistono diverse esposizioni che lasciano libero il visitatore di costruire il proprio percorso, di perdersi e anche di sbagliare strada. All’ingresso due porte che invitano alla prima scelta: andare a destra o a sinistra? (A destra un lavoro di Liliana Moro che racchiude tutta la sua carriera, sinistra un diorama di Enrico David).

 

Il Padiglione Italia ha potuto contare sullo stanziamento di un budget pari ai 1 milione e 300 mila euro, di cui 600mila erogati dal Ministero e 700mila dagli sponsor, coinvolti grazie alla mediazione del curatore che ha messo in campo le sue collaborazioni con i grandi marchi del mondo della moda e non solo. In particolare, la presenza come principale contributor di Gucci, FPT Industrial e Nicoletta Fiorucci Russo, già mecenate del progetto Fiorucci Art Trust diretto da Farronato. Gli sponsor tecnici sono Gemmo, C&C-Milano e Select Aperitivo.

Le sfumature dell’arcobaleno dell’arte sono infinite: scegliete la vostra preferita!

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Biennale di Venezia

Biennale di Venezia

La Biennale di Venezia, inaugurata nel 1895 su iniziativa di un gruppo di intellettuali, è la più antica esposizione biennale d’arte al mondo. È a partire dal 1930 che la Biennale, diventata ente autonomo dedicato alla promozione di nuove tendenze artistiche, inizia ad assumere il carattere multidisciplinare che la connota tutt’ora.

L’esposizione diventa fin da subito un’importante occasione di confronto tra i diversi Paesi e una prestigiosa vetrina per gli artisti chiamati a parteciparvi, un trampolino irrinunciabile che ha lanciato alcuni tra i grandi nomi che hanno fatto contribuito alla storia dell’arte.

Il numero delle nazioni partecipanti è sempre molto alto, quest’anno sono 90 e tra queste si annoverano anche alcune nuove presenze: Ghana, Madagascar, Malesia, Pakistan e la Repubblica Dominicana che partecipa per la prima volta con un proprio Padiglione.

La Biennale di Venezia è l’Esposizione che per eccellenza permette di conoscere e di mettere in dialogo in un unico luogo le correnti artistiche di tutto il mondo, in grado di accogliere artisti e appassionati d’arte provenienti da ogni parte del pianeta, anche durante un periodo storico difficile come quello che stiamo vivendo.

Non a caso il titolo di questa 58ª edizione curata da Ralph Rugoff, “May You Live in Interesting Times”, riprende proprio il clima di incertezze e di grandi sconvolgimenti che stanno segnando la storia mondiale.

Rugoff, curatore di numerose mostre di artisti internazionali come Carsten Holler, Ed Ruschka e George Condo, è l’attuale direttore della Hayward Gallery di Londra, galleria pubblica tra le più importanti della Gran Bretagna e ha inoltre curato la direzione artistica della XIII Biennale di Lione (2015).

L’interessante tema proposto da Ralph Rugoff ha permesso agli artisti di sviluppare diverse riflessioni sfociate in interpretazioni non solo socio-politiche ma anche più ampie considerazioni e nuove letture dei tempi che stiamo vivendo, attuando un’analisi che è specchio di un mondo sempre più in rapida evoluzione, sovraccarico di informazioni e caratterizzato da una tecnologia onnipresente, spesso alienante.

Non sono mancati temi dolorosi e purtroppo molto attuali, come la delicata questione dei migranti, dei conflitti militari in medio oriente – e non solo -, del razzismo e di tutto quello che rispecchia i nostri tempi e gli aspetti precari della nostra esistenza. Alcune opere proposte sono una interessante combinazione di pensiero critico e piacere estetico.

Un’edizione con molte proposte valide, che vede una forte presenza di artisti giovanissimi (la maggior parte è nata dopo il 1980) tra i quali figurano molte donne, per una Biennale fresca, effervescente e immediata.

La scelta di Rugoff di invitare solo due artisti italiani su 79 ha scatenato non poche polemiche essendo l’Italia il Paese ospitante, anche se non mancano nomi importanti del panorama mondiale dell’arte contemporanea, sono stati esclusi da questa edizione altrettanti artisti di livello non sono presenti.

Tra i molti padiglioni interessanti con proposte artistiche di alto livello il Leone d’oro alla migliore Partecipazione Nazionale è stato assegnato al Padiglione della Lituania con il progetto “Sun & Sea (Marina)”, che si è contraddistinto per una performance sperimentale caratterizzata da una sorta di tableau vivant, omaggio alla città di Venezia e al tempo stesso riflessione sulla fragilità dell’uomo e critica del tempo libero e delle abitudini contemporanee. L’opera è firmata da un trio artistico tutto al femminile: Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite.

Il Leone d’oro per il miglior partecipante alla Mostra Internazionale è stato assegnato ad Arthur Jafa (USA 1960), artista afroamericano che ha presentato il film “The White Album” (2019), una profonda riflessione sul tema razziale che intreccia violenze ai danni di cittadini neri a un diario intimo in cui compaiono amici e familiari dell’artista stesso. Jafa è presente anche negli spazi dell’Arsenale con “Big wheel and I” (2018), grandi sculture a forma di ruota catenata che hanno l’obiettivo di presentare il mondo dalla prospettiva di chi è nero.

L’artista ha esposto in tutto il mondo e in diverse mostre personali tra cui, solo per citare le più recenti, all’ICA di Boston (2018), alla Serpentine Gallery di Londra (2017), al MOCA di Los Angeles nel 2017 (città in cui Jafa vive), all’Hammer Museum (2016) e altrettante collettive di rilievo: MCA Chicago (2019), Moma di San Francisco (2018), Dallas Museum of Art (2017).

La sua definitiva consacrazione nell’Olimpo dell’arte è avvenuta nel 2017 con il film “Love is The Message, The Message Is Death”, video che parla dell’identità afroamericana.

Il Leone d’oro alla carriera è andato a Jimmie Durham (Arkansas, USA 1940), performer, saggista e poeta americano. L’arte di Durham spazia dal disegno alla performance, dal collage a sculture spesso realizzate con materiali d’uso quotidiano, e si contraddistingue per una denuncia alla futilità della violenza e dell’oppressione ai danni delle minoranze etniche. I suoi lavori sono caratterizzati da un approccio critico ma allo stesso tempo divertente, spesso accompagnati da testi divertenti e leggeri ma funzionali a una critica tagliente della società.

Per Durham è la sesta partecipazione in Biennale (l’ultima nel 2013) e ha avuto personali in musei di tutto il mondo tra cui l’Hammer Museum Los Angeles (2017-2018), al MAXXI Roma (2016), alla Serpentine Gallery di Londra (2015).

Tra le esposizioni internazionali citiamo, oltre alla Biennale di Venezia (Edizioni 1999, 2001, 2003, 2005, 2013), Documenta (1992, 2012), Whitney Biennial of New York (1993, 2003, 2014), Biennale di Istanbul (1997, 2013). Gli sono state dedicate importanti retrospettive al Museum of Contemporary Art di Anversa (2012), al Musee d’Art moderne de la Ville de Paris (2009), al MAC di Marsiglia e al Gemeentemuseum a L’Aia (2003).  Nel 2017 una nuova retrospettiva della sua opera dagli anni ’70 ad oggi è stata esposta all’Hammer Museum a Los Angeles, al Walker Art Center a Minneapolis, al Whitney Museum of American Art a New York e al Remai Modern a Saskatoon.

Il Leone d’argento per un promettente giovane partecipante alla Mostra è andato ad Haris Epaminonda (Cipro 1980), artista cipriota multimediale che si occupa di fotografia, video e collage. Nelle sue installazioni l’artista crea itinerari mentali attraverso l’uso di immagini, oggetti e testi in un delicato intreccio tra dimensione storica e personale. Epaminonda ha esposto in tutto il mondo, ultimamente ha partecipato a una collettiva all’Hammer Museum di Los Angeles (2018).

Menzione speciale al Padiglione del Belgio per il progetto “Mondo Cane” di Jos de Gruyter & Harald Thys che con i suoi fantocci meccanici impegnati in lavori tradizionali ormai scomparsi offre una visione alternativa e spietata dei rapporti sociali in Europa.

Menzione speciale all’artista e fotografa Teresa Margolles (Messico 1963) che nell’opera “Muro Ciudad Juárez, 2010” ha ricostruito un muro fatiscente proveniente da Ciudad Juárez, la città più violenta e sanguinaria del Messico, per accendere i riflettori sul tema del dramma delle donne coinvolte nel narcotraffico messicano.

Oltre ad essere stata protagonista di una personale al PAC di Milano nel 2018, Margolles ha esposto in monografiche al Museo d’Arte Contemporanea di Montreal (2017) e al Witte de With Center for Contemporary Art in Rotterdam (2018).

Menzione speciale anche per Otobong Nkanga (Nigeria 1974), artista nigeriana che si concentra sulla grande rilevanza che hanno i media nella politica della terra, all’interno di una riflessione più ampia che abbraccia gli aspetti precari dell’esistenza di oggi. L’opera “Veins Aligned” (2018) che attraversa gli spazi dell’Arsenale per più di 25 metri, costruisce un parallelo tra il concetto di territorio e quello di corpo, entrambi portatori di caratteristiche simili.

La Biennale di Venezia ha potuto contare su un budget di circa 13 milioni di euro totali ed è stata realizzata anche grazie al sostegno di alcuni sponsor, tra cui Swatch (partner della manifestazione), illycaffè (main sponsor)JTI (Japan Tobacco International)ArtemideVela-Venezia Unica e Seguso Vetri d’Arte, oltre al contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, le Istituzioni del territorio, la Città di Venezia, la Regione del Veneto, la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, la Marina Militare.

In concomitanza con la Biennale sono molte le proposte parallele promosse dai vari Enti e Fondazioni del territorio che presentano mostre sorprendenti, non solo una cornice della Mostra Internazionale.

Tra le eccellenti esposizioni citiamo: “La Natura di Arp” al Guggenheim, Luc Tuymans a Palazzo Grassi, “Luogo e Segni”, collettiva di 36 artisti contemporanei alla Fondazione Francois Pinault a Punta della Dogana, gli spazi daelle Gallerie dell’Accademia sono dedicati a Baselitz, una retrospettiva su Jannis Kounellis è visitabile alla Fondazione Prada, mentre la più ampia retrospettiva degli ultimi anni su Alberto Burri è a Palazzo Cini.

 

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